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Brevi pontifici scomparsi
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Brevi pontifici scomparsi

Gabriel Ariza
23 luglio 2015

planeta-tierra-grande Due documenti ecologici ante litteram per il Portogallo del Seicento. Articolo da Francisco Javier Froján Madero publicato dall Osservatore Romano. Nella recente enciclica Laudato si’, firmata il 24 maggio 2015, solennità di Pentecoste e pubblicata il 18 giugno successivo, Papa Francesco, in 172 citazioni a piè di pagina, allude a numerosi documenti che fanno riferimento al pianeta Terra e alla conservazione dell’ecosistema. Tra di essi, oltre al Cantico delle creature di san Francesco di Assisi e ad altre encicliche dei suoi predecessori, ci sono diversi testi conciliari, il Catechismo della Chiesa cattolica, il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, la Summa Teologica di san Tommaso d’Aquino e altri scritti rilevanti, come la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo del 1992, la Commedia di Dante Alighieri, e perfino un testo del maestro spirituale musulmano Ali Al-Khawwas. L’enciclica rinvia inoltre a significative dichiarazioni pubblicate da varie conferenze episcopali, tra cui quella del Portogallo, e di raggruppamenti ecclesiali di diversi Paesi, quali la Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi, la Federazione delle conferenze dei vescovi dell’Asia, e i vescovi della regione Patagonia-Comahue. Nel capitolo iv, riflettendo sul mondo attuale, in cui «tutto è intimamente relazionato» (n. 137), riprende un testo della lettera pastorale Responsabilidade solidária pelo bem comum, pubblicata dalla Conferenza episcopale portoghese il 15 settembre 2003, per rivolgere un appello a custodire e a trasmettere alle prossime generazioni la «casa comune» che abbiamo ereditato. Si propone la «solidarietà intergenerazionale» come un ineludibile dovere di giustizia, nel quale «l’ambiente si situa nella logica del ricevere». Il patrimonio naturale, infatti, è «un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva» (n. 159). Si tratta, in definitiva, di un compito che implica una «conversione ecologica». Questa metanoia è una responsabilità individuale e sociale che comporta un cambiamento radicale del pensare e dell’agire, un umanesimo concreto e un’antropologia che concepiscono l’uomo come essere in relazione e interdipendente, aperto al mistero, al mondo che lo circonda e agli altri uomini. Di questa etica ambientale si è fatta portatrice, oltre alla tradizione teologico-mistica, anche la dottrina sociale della Chiesa. Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che il settimo comandamento esige il rispetto dell’integrità della creazione. Papa Benedetto XVI, in occasione dell’Agorà dei giovani italiani del 2007, esortava le nuove generazioni ad adottare scelte coraggiose e a lavorare con urgenza nella difesa del pianeta, davanti agli evidenti segni di squilibrio. Una emergenza che deve comprendere non soltanto l’ambiente naturale, ma anche quello umano. Al riguardo san Giovanni Paolo II esortò a prestare attenzione all’ambiente naturale senza però disprezzare l’impegno per salvaguardare quella che lui stesso denominò «ecologia umana» (Centesimus annus, 38). Sebbene la sensibilità e il sentimento della responsabilità ecologica siano una nuova conquista sempre crescente, bisogna riconoscere che esisteva già prima degli anni Settanta del Novecento, in cui apparve con forza il movimento ecologista in difesa della natura e ancora prima del secolo XIX, in cui fu creato il neologismo “ecologia” da Ernst Haeckel (1866). In effetti, lungo la storia, orizzonti e paraggi ricchi di bellezza, armonia, calma e silenzio — reminiscenze di un paradiso immaginato — sono stati riconosciuti, difesi e valorizzati dall’umanità. È il caso della Mata nazionale del Buçaco, foresta d’incomparabile bellezza che si localizza nell’area nord della Serra dello stesso nome, nella Beira Litoral, regione del centro del Portogallo. Si tratta di 105 ettari di monti ripidi, di affioramenti rocciosi e di vallate profonde e umide, strapieni di frondosa vegetazione. Questo spazio fu creato dai frati carmelitani scalzi. Nel 1628, al centro del bosco, fu messa la prima pietra per la costruzione di un piccolo e umile convento consacrato al culto della Santa Croce e fu eretto un alto muro che recintava tutta la proprietà. Lì si stabilì una comunità di carmelitani dediti alla vita ascetica ed eremitica in un ambiente dominato dal silenzio. L’importanza di questo cenobio e il riconoscimento esplicito dei valori materiali, spirituali e culturali vincolati a questo spazio naturale si evidenziano grazie a due brevi pontifici del secolo XVII. Entrambi attestano inequivocabilmente la preoccupazione “ecologica” e il valore immateriale di questo spazio. Questa percezione, al più alto livello delle istanze ecclesiastiche, mette in rilievo l’importanza della Mata del Buçaco e dimostra, anche in maniera evidente, come erano considerati questi luoghi. Nel 1622, Gregorio XV fece un pubblico riconoscimento dell’obiettivo fondamentale della Casa do Ermo del Buçaco. Nel 1643, un nuovo breve apostolico, di Urbano VIII, costituisce probabilmente uno dei primi documenti dell’età moderna che, con forza di legge, protegge la natura, in un periodo di post-espansione ultramarina in cui predomina una certa degradazione e inefficacia delle politiche. Dice il breve di Papa Barberini, a perpetua memoria: «Volendo noi, per quanto possiamo nel Signore, provvedere alla conservazione e al mantenimento degli alberi del convento di Santa Cruz di Bussaco dei carmelitani scalzi del vescovado di Coimbra e concedere speciali grazie e favori al priore e agli altri religiosi assolvendoli da qualsiasi sentenza di scomunica eccetera. Proibiamo sotto pena di scomunica ipso facto incurrenda, che da qui in avanti nessuna persona, di qualsiasi autorità, osi senza il permesso esplicito del priore, che a suo tempo ha fondato questo convento, entrare nella clausura al fine di tagliare alberi, di qualsiasi tipo essi siano, o fare altro danno. Nonostante qualsiasi costituzione apostolica o del convento o del suddetto ordine in contrario. Vogliamo che una copia di questa proibizione si conservi affissa alle porte del convento o in un altro luogo visibile a tutti. Dato a Roma, a San Pietro, sotto l’anello del pescatore, il 28 marzo 1643, Anno XX del Nostro Pontificato». Con il documento, si proibisce pertanto l’ingresso al recinto religioso con il fine di causare qualunque tipo di danno in quell’ambiente colmo di bellezza naturale. Volle il Santo Padre che l’editto si pubblicasse sulle porte del convento o in un altro posto leggibile a tutti. E così fu. E grazie a ciò conserviamo oggi le lastre commemorative di epoca remota con i due brevi sul muro della Mata. Ambedue sono la forte attestazione dell’interesse secolare dell’essere umano e concretamente della Chiesa, per la custodia dei valori materiali e immateriali vincolati alla natura. Una recente e attenta ricerca rileva che i due brevi pontifici del 1622 e 1643, appena citati, purtroppo non si trovano nell’Archivio Segreto Vaticano. Sarebbe interessante verificare se ve ne sia traccia, invece, in qualche archivio portoghese. Il Portogallo diviene, in questo modo, uno dei Paesi pionieri della causa ecologica integrale. Un’ecologia che, concepita in modo ampio ed esaustivo, deve possedere naturalmente una marcata dimensione di solidarietà intergenerazionale. Il Buçaco con la sua ricca collezione di cedri, abeti, sequoie, acacie, tigli, palme, rododendri e con gli enormi esemplari di “cedro del Buçaco” (Cupressus Lusitanica) testimonia che la salvaguardia e trasmissione di questi spazi unici e speciali anche nella loro dimensione immateriale, è stata già una effettiva preoccupazione per gli amministratori ecclesiastici di quei territori nel secolo XVII. Fortunatamente, alla fine del XX e agli inizi del XXI secolo, i valori immateriali sono stati di nuovo riscoperti, grazie agli interventi di organismi internazionali. Così, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco), esalta i valori culturali e integra anche l’aspetto immateriale e spirituale della natura, e l’Unione internazionale per la Conservazione della natura (Iucn) riconosce l’alleanza salutare dei valori culturali e spirituali di ogni patrimonio naturale dell’umanità. Vivere in un permanente ed equilibrato contatto con l’ecosistema consente di meravigliarsi davanti alla creazione, di scoprire attraverso il mondo visibile lo spettacolo dell’invisibile ed entrare in un dialogo contemplativo col trascendente, con l’altro e con noi stessi. La foresta nazionale della Serra del Buçaco, posto magico di enorme valore naturalistico e ricco di storia, arte, cultura e spiritualità, è attestazione di come un patrimonio naturale, con la sua doppia dimensione, materiale e immateriale, sia un prezioso tesoro che ogni generazione deve trasmettere a quelle future.

Gabriel Ariza


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