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“Il Papa non viene a Cuba con un’agenda politica, ma a predicare Cristo”
Interviste

“Il Papa non viene a Cuba con un’agenda politica, ma a predicare Cristo”

Almudena Martinez-Bordiu
22 settembre 2015

In occasione della visita del Santo Padre, Mons. Dionisio Garcia, vescovo di Santiago di Cuba, racconta in un’intervista concessa a INFOVATICANA la situazione attuale della chiesa cubana. La chiesa di Cuba sta fiorendo di nuovo, dopo cinquanta anni di sopportazione di un regime marxista che le ha strappato  scuole, asili, ospedali e la possibilità di stare vicina al popolo cubano. Come cittadini di seconda classe a Cuba, i sacerdoti hanno visto come i cubani si allontanavano dalla Chiesa per paura delle conseguenze economiche e politiche. Adesso i cubani stanno tornando alla Chiesa Cattolica grazie al fatto che “c’è maggiore comunicazione con il Governo”, racconta l’arcivescovo di Santiago di Cuba, Mons. Dionisio Garcia, e all’azione instancabile dei sacerdoti, religiosi e laici che hanno conservato la fede ed hanno continuato a trasmetterla durante tutti questi anni. Nonostante Cuba stia cambiando e la Chiesa può guardare con speranza al futuro, ancora c’è molto da fare. “Non abbiamo soldi per costruire chiese”, afferma Mons. Dionisio Garcia, evidenziando contemporaneamente la necessità di vocazioni che collaborino nel lavoro di formazione del popolo cubano. L’arcivescovo di Santiago di Cuba è fiducioso che la visita di Francesco di questi giorni serva a “rinforzare la fede” e “far sentire la presenza della Chiesa universale” perché “noi siamo un po relegati”. Mons. Dionisio Garcia entrò nel seminario San Carlo e Sant’Ambrogio dell’Avana nel 1980 e venne ordinato sacerdote cinque anno dopo. Nel 1996 Papa Giovanni Paolo II lo nominò vescovo della nuova diocesi Bayamo-Manzanillo e, nel 2007, fu nominato arcivescovo di Santiago di Cuba da Benedetto XVI. In occasione dell’attesa visita di Papa Francesco a Cuba e in un momento di cambiamenti e progressi, Mons. Dionisio ci racconta la situazione attuale della Chiesa cubana che gradualmente sta migliorando la propria relazione con il Governo ed i paesi vicini. Il vescovo cubano risponde alle nostre domande in maniera aperta e sempre con un animo speranzoso. Come si sta preparando la Chiesa per la visita del Santo Padre? Beh…abbiamo già una certa esperienza (ride). Questa è la terza visita che preparo. Il lavoro della Chiesa è un lavoro di divulgazione, dire chi è il Papa. Nei mass media, che sono tutti dello stato, dicono: “viene il Papa” e “il Papa è un Capo di Stato” e si parla del Papa. Ma cos’è che dobbiamo fare noi? Parlare di Francesco come di colui che guida la Chiesa. Questo è il ruolo della Chiesa ed il maggior impegno nostro deve essere di divulgare: chi è il Papa, che servizio presta il Papa, qual è la relazione tra il Papa e le chiese particolari, la differenza che c’è tra il Papa e gli altri Capi di Stato, perché viene il Papa come capo della Chiesa. C’è gente che pensa che viene con un’agenda politica e noi dobbiamo spiegare che viene con un’agenda pastorale, lui viene a predicare Gesù Cristo e a rafforzarci nella fede. Qual è attualmente la situazione della Chiesa Cattolica a Cuba e quali sono le sue principali sfide? La situazione della Chiesa è che deve avere un maggior contatto con il popolo e noi non abbiamo molti mezzi per farlo. A Cuba manca gente per l’attività pastorale, ci sono pochissimi sacerdoti e religiose. Ma questo che sta accadendo a Cuba sta accadendo anche in Spagna dove mancano anche i sacerdoti. Io credo che la Chiesa cubana sia come un laboratorio per molte altre Chiese. Noi, avendo così pochi sacerdoti, dobbiamo promuovere il laicato. A Cuba sono passati più di 50 anni da quando si instaurò un governo marxista che, durante i primi 30 anni è stato molto duro, con molte limitazioni imposte alla Chiesa. Adesso abbiamo pochi sacerdoti ma abbiamo molti laici che hanno la coscienza che la loro è una missione fondamentale e che se loro non sono missionari e testimoni come si distinguono dal resto della società’? Un’altra sfida che affrontiamo è: una Chiesa senza mezzi. All’inizio della rivoluzione, durante i primi due anni, la chiesa perse tutto. Alla Chiesa cubana non tolsero grandi proprietà, ne fabbriche, ne terre, ne latifondi. Quello che le tolsero furono scuole, asili ed ospedali. C’è stato un lungo tempo di separazione tra il popolo ed i sacerdoti perché si impediva questa relazione e questo provocò che la predicazione della Chiesa, la formazione dei fedeli, si facessero più difficili, considerando anche la paura di molte persone di appartenere alla Chiesa perché questo poteva avere delle conseguenze economiche e politiche. Adesso c’è un ritorno della gente alla Chiesa dovuto al lavoro di evangelizzazione e quindi una delle capacità, o meglio detto, una delle sfide che deve affrontare la Chiesa oggi è come formare queste persone perché conoscano Gesù Cristo. L’altra sfida è che non abbiamo chiese e neanche abbiamo soldi per costruirle. In 50 anni non abbiamo potuto costruire quasi nessuna chiesa nuova, ma sono sorte molte comunità e non abbiamo luoghi di culto. Le persone mettono a disposizione le loro case e così nascono le comunità. Altra sfida che affrontiamo è: le vocazioni. Cuba è uno dei paesi con indice di natalità più basso, sono tre anni che la natalità diminuisce e diminuisce anche la popolazione per due motivi: per la diminuzione della natalità e perché molti giovani abbandonano il paese. Pertanto cosa diventa il vivaio naturale delle vocazioni che sono le famiglie con i figli che crescono se questi figli non nascono o vanno via dal paese… questa è una grande sfida che abbiamo davanti a noi. Qual è la relazione della Chiesa Cattolica con il Governo? Credo che negli ultimi anni ci sia maggior comunicazione. Credo che lo Stato abbia capito meglio cosa significhi essere religioso ed anche cristiano e pertanto c’è maggior relazione, maggior comprensione. Prima, durante i primi 30 anni della rivoluzione che sono stati anni molto duri, eravamo cittadini di seconda classe, ma adesso le cose stanno cambiando. Credo che ci sia una maggior relazione, comunicazione, abbiamo potuto preparare due visite del Papa e adesso stiamo preparando la terza, abbiamo mantenuto contatti. La relazione, non soltanto ad alto livello nazionale, ma anche a livello provinciale e municipale, ha migliorato l’attitudine dello Stato verso i credenti, c’è un miglior clima di tolleranza verso la religione e la sua pratica. Come valuta il ritorno delle relazioni diplomatiche tra Cuba e gli Stati Uniti e qual è stato il contributo della Santa Sede? Mi sembra molto positivo, è qualcosa che la Chiesa ha sempre voluto. Nell’ultima lettera che i vescovi cubani hanno scritto: “La speranza non delude”, uno dei punti , precisamente il penultimo punto, parla delle relazioni di Cuba con tutti i paesi vicini e invita a migliorarle e si riferisce esplicitamente al fatto che devono migliorare le relazioni con gli Stati Uniti. Il Santo Padre ha fatto tutto il possibile o per lo meno ha fatto da mediatore, ha invitato le parti a concretizzare tutto questo e credo che, grazie a Dio, si stia realizzando. Non credo sarà un processo rapido, sarà lento, ma è una via che si è aperta. E la Chiesa vuole rompere qualsiasi muro che divida non solamente Cuba e Stati Uniti, ma qualsiasi muro nella società cubana perché questo è il ruolo della Chiesa: riconciliare. Crede che Cuba marci realmente verso un’apertura economica? Credo che Cuba stia cambiando, e quest’apertura ognuno la interpreta a suo modo. Per alcuni può essere una strettoia, per altri una porticina, per altri un portone, ma ci sono dei cambi. Un’economia di mercato non la vedo, un’apertura dinamica nemmeno. Ci sono dei cambi, m devono essere più grandi perché le persone possano sviluppare il proprio potenziale. Finche non succede questo la gente andrà a costruirsi un futuro da altre parti, e questo non è buono per Cuba, impedirà lo sviluppo. Una delle maggiori perdite che può soffrire un paese è la perdita di capitale umano, di persone che possano aiutare nello sviluppo del paese. Personalmente credo che i cambi debbano essere più rapidi. Guarda al futuro di Cuba con speranza? Non ho mai perso la speranza (ride). Di fatto, l’ultima lettera dei vescovi è “la speranza non delude”. Nella lettera chiedevamo che ci fossero cambi perché sono necessari, ed io guardo con speranza, non l’ho mai persa. Perché se speriamo nelle persone, ideologie, partiti, in soluzioni economiche che allontanano gli uomini dal centro, questo crea delusione, molte volte fallimento e crea problemi più grandi. La speranza ce la da Gesù Cristo, questo è ciò su cui lavoriamo. Quando succederà? Lo sa Dio e dobbiamo fare in modo che questo regno sia presente e che ci sia speranza. Su questo dobbiamo lavorare. Che cosa si aspetta dalla visita del Santo Padre a Cuba? Che, come nelle visite precedenti di un Papa, ci rafforzi nella fede, ci faccia sentire la presenza della Chiesa universale come solidaria con noi, che siamo abbastanza relegati. Smuovere le comunità. Che sia uno stimolo per tutte le comunità, perché la gente si senta coinvolta, la gente si senta impegnata, assuma delle responsabilità. Già per questo una visita del Papa è positiva e se a questo aggiungiamo il messaggio del Papa… Come giudica il recente viaggio del Papa a America Latina? Molto bene. Che posso dire…lo avete visto meglio di noi, l’accoglienza, la moltitudine di persone, quello che ha detto. A qualcuno può non essere piaciuto, ma nessuno può dire che non c’era il Vangelo in quelle parole. Mi sembra che sia stato un bene per tutti i popoli latinoamericani e per la Chiesa. Quali sono gli aspetti più rilevanti di questi anni di pontificato di Papa Francesco? Sottolineerei a capacità di comunicare. Anche la capacità di affrontare i problemi con rispetto, ma dicendo le cose con chiarezza. I temi che prima si trattavano in modo delicato, lui li affronta in modo forte e può darsi che questo a qualcuno non piaccia, però fa riflettere molti. Si mette in condizione da destare l’interesse anche del mondo non cattolico. Parla come una persona umana che vive su questo pianeta. L’ultima enciclica parla di ecologia, la stampa ne ha parlato come di “un’enciclica verde”, nella quale si parla di salvare la natura ed il mondo. Ma il Papa ha detto che si tratta di un’enciclica di ecologia umana perché la prima cosa da salvare è l’uomo. E’ difficile essere sacerdote oggi a Cuba? Credo che essere sacerdote può essere difficile dovunque, perché credo che il sacerdote in qualsiasi posto ha le sue sfide. In definitiva è portare agli altri Gesù Cristo e Gesù Cristo è una persona che ci fa porre delle domande. Ma io non ho avuto difficoltà. Mi piacerebbe poter fare più cose, ma non ho avuto difficoltà a parte al momento di esercitare la mia missione pastorale che è una cosa differente. Credo che si debba vivere il sacerdozio con grande disponibilità verso il Signore e sempre con la coscienza di fare qualcosa. Oggi stesso, un gruppo di giovani ha fatto una missione per le strade di Santiago di Cuba, in una pubblica piazza. Forse per un sacerdote in Spagna è una cosa normale, ma per noi no, è la prima volta che si fa. È un valore che abbiamo e che viviamo con la gioia di fare piccoli passi, piccoli passi che sono di Dio. Come è arrivata la sua vocazione al sacerdozio? Nonostante io sia già un sacerdote anziano, ho preso gli ordini tardi. Dopo aver lavorato per otto anni ho sentito la vocazione al sacerdozio nell’istituto. Quando stavo per entrare nell’Università dissi a miei genitori che avrei voluto entrare in seminario e mi dissero che ero molto giovane e che avrebbero voluto che studiassi fuori, un po di tempo per pensarci meglio. E così feci e mi iscrissi all’Università. Mio padre non aveva una forte formazione religiosa, ma era un uomo molto credente, un cattolico fermo nelle sue convinzioni, ma senza molta formazione. Quando finii il primo anno di Università lui stesso mi chiamò e mi disse: “Guarda Dionisio io ti dissi di no, ma se tu vuoi puoi entrare in seminario”. Io gli risposi di no, che stavo all’Università e che credevo di dover continuare perché erano momenti difficili e le cose diventavano dure per i cattolici e mi sembrava di non poter lasciare l’Università in quel momento. E gli dissi che sarei diventato ingegnere e lui mi rispose: “Tu diventerai una cosa o l’altra, ma non sarai due cose”. E così trascorse l’epoca dell’Università e continuavo ad avere quel desiderio, ma il momento di prendere la decisione ritardava. Dopo la laurea iniziai a lavorare. Era un’esperienza nuova. Iniziai  a studiare alcune materie per conto mio fino a che non capii che era arrivato il momento e decisi di entrare. Lasciai il lavoro nell’ufficio di progettazione e costruzione di un’impresa telefonica ed entrai in seminario dove venni ordinato. Questa è la storia della mia vocazione. Quale è il suo motto episcopale e perché lo ha scelto? Il motto è “Nelle tue braccia mi sostieni”, che è un salmo della Bibbia e la verità è che sempre mi sono sentito sostenuto da Lui. Questo da un lato e dall’altro lato mi rendevo conto di essere stato chiamato a qualcosa che consideravo “un po troppo per me”. Ma avevo anche tanta fiducia in Dio. Mi sono anche reso conto che Lui era l’unico che poteva sostenermi in questo lavoro, o servizio più che lavoro. In questo servizio nel quale è necessaria tanta responsabilità. In attesa del prossimo Sinodo della famiglia, quali crede che siano le maggiori sfide? Io ho partecipato alla prima parte del Sinodo e la stampa diede molta importanza a temi che non è che fossero secondari ma che erano un “tema in più” tra altri temi. La dottrina della Chiesa non cambierà, voglio dire, si è parlato molto che saranno permesse certe cose agli omosessuali. Ma esiste il catechismo, la Chiesa chiede rispetto per gli omosessuali perché sono persone. Ma da qui a che si permetta il matrimonio omosessuale è un’altra cosa, c’è un catechismo. L’importante del Sinodo e che il mondo rivaluti la famiglia. Se riduciamo il Sinodo a “quello che si permette e quello che non si permette”, lo riduciamo ai minimi termini, a un Senato che legifera. Invece è una chiamata perché possiamo renderci conto che occorre salvare la famiglia e appoggiarla e che avere figli è una grazia, non un problema. Nei paesi meno sviluppati hanno i bambini e non per questo vivono peggio. Succede però che l’uomo diventa egoista e va contro la famiglia. E’ qualcosa che non possiamo permettere, la famiglia è al centro di tutto, la via, e non lo dice solo la Chiesa ma anche la psicologia, la scienza. Speriamo che in qualche modo si ascolti forte e chiaro Papa Francesco parlare della famiglia che è il centro di tutto!

Almudena Martinez-Bordiu


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