Infovaticana
A due mesi dal sisma di Amatrice. Mons. Pompili: ci si può sempre rialzare
a1, a2, Interviste

A due mesi dal sisma di Amatrice. Mons. Pompili: ci si può sempre rialzare

Salvatore Tropea
18 ottobre 2016

Sono trascorsi quasi due mesi dal devastante terremoto che ha sventrato il Centro Italia, in particolare le cittadine di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Gli antichi borghi dei paesini colpiti sono ancora ridotti in macerie, ma nonostante le tante – troppe – vite spezzate, si sta cercando di andare avanti, soprattutto nella ricostruzione e nel tentare di ritornare ad una vita normale. Abbiamo intervistato il vescovo della diocesi di Rieti, Mons. Domenico Pompili, su come è attualmente la situazione – in particolare di Amatrice – e su quanto si sta continuando a fare per ristabilire la normalità.


D: Eccellenza, sono passati quasi due mesi dal terremoto che ha devastato il Centro Italia e in particolare Amatrice. Qual è la situazione attuale delle tante persone che hanno perso o dovuto abbandonare le proprie case?

R: La situazione è quella di una sorta di transumanza umana, giacché le tendopoli sono ormai deserte e la gente si è riversata nei centri limitrofi, sia a San Benedetto del Tronto, sia a Rieti, ma anche a Roma e la popolazione attende che il cronoprogramma, che è stato così autorevolmente annunciato, si realizzi e cioè che tra 5, 6, 7 mesi al massimo si possa tornare ad Amatrice nei moduli prefabbricati, per i quali ci si sta attivando per tutto quello che è necessario, a cominciare dalle opere di urbanizzazione. Quindi è una sorta di tempo sospeso, ma con l’attesa di ritornare.

D: Fin dai primi giorni si è parlato di ricostruzione, che però come ha detto Lei non deve essere deviata da altri interessi. Dopo due mesi cosa si è già fatto e quali i progetti per ritornare alla normalità?

R: Si è gestito egregiamente il tempo dell’emergenza e si è colta una sinergia molto efficace da parte di tutte le forze dell’ordine coordinate dalla protezione civile. Ora quel che più conta è riuscire a canalizzare i tanti aiuti che sono arrivati da ogni parte d’Italia e del mondo per realizzare alcuni obiettivi; progetti micro e progetti mega intorno ai quali si sta ragionando per far sì che – come le persone giustamente desiderano – le loro offerte siano finalizzate ad obiettivi precisi. Qui si va da quelle che sono le iniziative in aiuto alle imprese, per lo più piccole imprese di allevamento e di agricoltura, fino alla possibilità per gli artigiani locali di riprendere la propria attività; oltre che il campo della ristorazione che – soprattutto ad Amatrice – è un po’ il fiore all’occhiello di questa micro economia che aveva cercato negli anni, a fronte di uno spopolamento sempre più pervasivo. di realizzare un sistema di accoglienza che mettesse in condizione le persone – soprattutto provenienti da Roma, per lo più gente che proveniva da questi contesti – di tornare non solo in estate ma anche nei fine settimana.

D: Un grande traguardo è stato poter iniziare l’anno scolastico nei tempi previsti, come stanno vivendo i più piccoli questa situazione che ancora rimane di emergenza?

R: I più piccoli sono sicuramente quelli che portano di più le tracce della paura, perché ancora oggi a distanza di due mesi, quasi si coglie nel loro modo di vivere, la traccia di quel momento terribile che è stata la scossa del 24 agosto e credo però che la scuola sia stata la scelta più indovinata per dare normalità alla vita dei bambini, come degli adolescenti e dei giovani, e comunque rappresenta – questo polo scolastico – una grande speranza per tutto quanto il nostro territorio.

D: La macchina della solidarietà si è mossa subito e già dai primi giorni sono arrivati tantissimi aiuti. Finita l’emergenza cibo e acqua, adesso di cosa c’è bisogno?

R: C’è bisogno sicuramente di fare di questa tragedia – le cui ferite sono vive, soprattutto nei cuori delle persone che hanno subito lutti inenarrabili, l’altro giorno ho incontrato una donna che aveva perso la mamma, il papà, il figlio, la figlia e il marito; quindi ci troviamo di fronte a casi umani davvero al limite – e tuttavia questa tragedia deve essere anche un’occasione per una scossa di tipo sociale, vorrei dire perfino economica. Dalle brutte storie ci si può sempre rialzare magari con qualche cosa di più a livello interiore, superando un po’ la superficialità che caratterizza il nostro vissuto quotidiano. Quindi la cosa più necessaria è riprendere a vivere cercando di realizzare gli obiettivi che ci si è dati.

D: Un grande aiuto è stato dato dalla CEI, che si è attivata dopo poche ore dal sisma, ma anche dalle tante diocesi e associazioni italiane. Adesso qual è il ruolo che ha la Chiesa?

R: Il ruolo della Chiesa credo che sia quello di continuare a stare accanto, così come nelle prime ore immediatamente successive al sisma. La ricostruzione materiale è l’effetto di un altro tipo di ricostruzione, di cui la Chiesa deve farsi carico in primo luogo e sta soprattutto nella capacità di ascoltare le persone, di fare esprimere il loro disagio e di elaborare questo lutto e credo che da questo punto di vista, la Chiesa abbia questo obiettivo, cioè di garantire a queste persone una prossimità, anche fisica, per cercare di riprendere lentamente e con pazienza i ritmi della vita.

D: Il 4 ottobre, nel giorno di san Francesco, il Santo Padre si è recato nei luoghi devastati dal sisma. Cosa Le ha detto e quale è stata la reazione degli abitanti, anche giorni successivi, dopo la sua visita e le sue parole di conforto?

R: Il Papa in realtà ha parlato pochissimo, ma quel che è rimasto a tutti impresso è stato il suo modo di stare lì, senza fretta in una forma inusuale di normalità. Questo lo hanno colto i bambini, i ragazzi, ma anche gli anziani della residenza sanitaria di Borbona. Perciò credo che più che una visita alle macerie, per quanto la scena mediatica sia stata rapita da quell’immagine del Papa sul borgo sbriciolato, in realtà la cifra di questa visita è soprattutto stato l’incontro a tu per tu con le persone e credo che questo – come diceva una persona anziana – sia stato ciò che le ha RI-sollevate, perché questa vicinanza inaspettata nei tempi, ma soprattutto inaspettata nella forma, è stata per tutti un balsamo che sicuramente ha ridato fiducia, perché si è colta la partecipazione e l’empatia di Papa Francesco.

Salvatore Tropea

Classe 1992, Calabrese, dopo aver conseguito la maturità scientifica nel suo paese (Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria), consegue la laurea in Scienze della Comunicazione, percorso “Giornalismo, Uffici Stampa e Relazioni Pubbliche”, presso la Libera Università Maria SS. Assunta – LUMSA di Roma. Collabora da diversi anni con il mensile locale “L’Eco del Chiaro” e con il giornale studentesco della Pontificia Università Lateranense. Appassionato a livello dilettantistico di Fotografia, ha partecipato, con questo incarico, al First International Meeting of Young Catholics for Social Justice che si è svolto dal 20 al 24 Marzo 2013 a Roma e fa parte del Board dell’Osservatorio Internazionale dei Giovani Cattolici. Da diversi anni svolge servizio di volontariato a Lourdes con l’associazione scoutistica OPFB-onlus, di cui è stato responsabile nella pattuglia/staff nazionale per Foto e Video e ne cura l’aspetto social, ed è segretario del Leo Club Roma Urbe, con il quale si impegna nel sociale con varie attività di volontariato e raccolta fondi. Attualmente - dopo aver frequentato il Master di I livello in Digital Journalism presso la Pontificia Università Lateranense, con il quale ha svolto due mesi di stage presso la redazione italiana di Radio Vaticana - frequenta il Master in Giornalismo della Lumsa di Roma. Da aprile 2017 sta svolgendo uno stage di tre mesi presso Il Venerdì di Repubblica. @tropea92


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*