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Cosa celebriamo la Domenica? – Teologia della Messa, parte prima
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Cosa celebriamo la Domenica? – Teologia della Messa, parte prima

Gianni De Luca
3 novembre 2016

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Il “Vangelo” della Risurrezione

La Risurrezione è il culmine dell’Incarnazione. Essa conferma la divinità di Cristo, come pure tutto ciò che Egli ha fatto e insegnato, e realizza tutte le promesse divine in nostro favore. Inoltre, il Risorto, vincitore del peccato e della morte, è il principio della nostra giustificazione e della nostra Risurrezione: fin d’ora ci procura la grazia dell’adozione filiale, che è reale partecipazione alla sua vita di Figlio unigenito; poi, alla fine dei tempi, egli risusciterà il nostro corpo (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 131).

Il problema principale dell’uomo, quello vero, è la morte. Tutti si sentono impotenti di fronte al muro della morte e tutti hanno cercato di risolvere questo dilemma. Un tentativo di soluzione è quello della reincarnazione: io muoio, il corpo muore, però lo spirito passa in un altro essere, poi in un altro, in un altro ancora e l’uomo supera così lo scoglio della morte. Tuttavia, seguendo questo modo di pensare, sorge una domanda: io chi sono? Sono proprio io, individuo responsabile dei miei atti, o è responsabile lo spirito che si trova in me? Il bene che faccio è merito mio o dello spirito? Il male che faccio è colpa mia o dello spirito? Saremmo tentati di dire: il male è colpa dello spirito e il bene è merito mio. Non è così. La fede cristiana non ritiene che l’uomo abbia tante vite, ma una soltanto che si dispiega in tre fasi. La prima (spesso dimenticata) è la fase prenatale, i mesi passati nel grembo materno. Sono vita umana, hanno uno scopo questi mesi? Servono a preparare la creatura, perché una volta nata possa vivere in maniera autonoma. Se si potesse parlare con un feto e chiedergli se gradirebbe uscire dal grembo materno, che cosa risponderebbe? Prima di dire no, probabilmente si chiederebbe: che cosa significa uscire? Si avrebbe un bel dirgli che fuori troverà il sole, il mare, le montagne, che si può camminare, correre… Egli non sa che cosa significhi tutto ciò, perché non ha la minima esperienza di che cosa ci sia fuori del grembo materno, ed è portato naturalmente a pensare che tutta l’esistenza sia quella che conosce lì. Al momento del parto si troverà spaesato, forse temerà che tutto stia per finire; la sua prima reazione è il pianto. Ma fuori del corpo materno ci sono già i parenti, felici di accoglierlo. Lo stesso avvenimento visto dall’interno, con l’occhio del feto, è “morire”; osservato dall’esterno è “nascere”. Comincia così la seconda fase: la vita, dalla nascita al momento della morte. Passano gli anni e poi la persona esala l’ultimo respiro e muore. Di qua… E di là? Di là non è mai tornato nessuno, si dice. Ma i cristiani sanno, credono che invece c’è uno che è venuto di là: Gesù Cristo. Per cui la morte è un passaggio da questo stato di vita, che chiamiamo terrena, ad un altro stato di vita, dove inizia la terza fase.

Gesù avrebbe potuto dirci di più sulle modalità di questa esistenza futura. Ma se lo avesse fatto, l’avremmo capito? Noi non abbiamo nessuna esperienza del mondo di là. Come per i pesci di un acquario il mondo finisce sull’orlo della vasca, senza percezione dell’universo che si dispiega oltre quello specchio d’acqua, così è la condizione umana in questo mondo: quando passeremo al di là, vedremo. La Chiesa chiama giorno natalizio (dies natalis) il giorno della morte dei santi; ne celebriamo la festa nel giorno della scomparsa, perché è il giorno della loro nascita al Cielo. Come facciamo a dire che le cose stanno così? Chi ci parla di una vita umana dopo la morte? Il fondamento è l’esperienza che Cristo Gesù ha fatto. Il cristianesimo comincia quella sera, «la sera dello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre i discepoli erano radunati», chiusi per paura dei Giudei. Gesù, che loro sapevano morto e sepolto, appare, si manifesta, viene in mezzo a loro, dice il Vangelo di Giovanni. Dopo un primo momento di smarrimento e di paura, i discepoli si rallegrano al vedere il Signore. Forse nel cuore di qualcuno di loro c’era una domanda: «Ma perché hai fatto tutto questo? Ci hai fatto prendere uno spavento, tre giorni di sofferenza tua e nostra… Perché sei morto? Non potevi evitare di morire?». Forse la risposta può essere: quando un bambino ha paura di qualcosa, del buio, ad esempio, la mamma gli fa un discorso teorico? Oppure gli dice: «Hai paura del buio? Non ti preoccupare, vado avanti io; vieni con me, io vado avanti e tu vienimi dietro, con me starai al sicuro». La stessa riflessione ha fatto Papa Benedetto XVI, parlando a Torino in occasione della venerazione della Sindone. Di fronte alla paura della morte che alberga nel cuore dell’uomo, Gesù ha preso la nostra situazione, è morto nel modo cruento che sappiamo, è sceso nel regno della morte, negli inferi (nello Sheol secondo gli Ebrei, ovvero nella tana della morte). E poi è risuscitato per dirci: «Non aver paura della morte, perché la morte non è la fine. È un passaggio obbligato, stretto come e più di un tunnel ma, come ogni tunnel, porta dall’altra parte, dove risplende la luce vera». Questo è l’evento principale della storia che dà senso non solo alla morte, ma alla stessa vita su questa terra. Perché noi viviamo qui? Per prepararci a passare di là. E di là che cosa accade? Gesù ha detto: «Se vi parlo di cose terrene e non capite, come potreste capire se vi parlassi delle cose celesti?». «Né mai occhio vide, né mai orecchio udì, né mai entrò nel cuore dell’uomo, quello che Dio ha preparato per quelli che lo amano». Il senso dell’esistenza umana, nelle sue tre fasi, si ricava dal traguardo: noi siamo stati creati a immagine di Dio, per la nostra felicità. Chi pensa che con la morte finisca tutto, si trova di fronte a un bivio: se le cose gli vanno bene su questa terra potrà pensare: «Beh! Intanto me la godo, mi diverto questi pochi giorni». Se invece le cose vanno male (sofferenze, dolori, preoccupazioni), diventa consequenziale mettere fine prima possibile a uno stato pietoso e senza sbocco. Questa concezione della vita limitata alla terra spiega, purtroppo, tante scelte estreme. Invece il cristiano sa, per l’esperienza che ha visto in Cristo, che questa vita è un tempo di passaggio e di preparazione per lo stadio successivo. Così hanno vissuto tanti santi; i martiri addirittura hanno disprezzato la vita fino a morire, pur di restare con il Signore; così san Paolo che diceva: «Io desidero morire, per essere con Cristo… Per me la vita è Cristo, che dopo la sua risurrezione, è salito al cielo con la sua umanità». La vita cristiana, allora, intende fare propria la stessa esperienza di Cristo. La risurrezione di Gesù è il fondamento della nostra fede nella risurrezione dell’uomo. Quanti cristiani credono veramente alla risurrezione? Non solo a quella di Gesù, ma alla nostra. Parlando una volta della Madonna assunta in cielo in anima e corpo, dicevo che Maria ha fatto la stessa esperienza di Cristo: è morta ed è risorta. Ho domandato a quel punto ai presenti: «Ma voi credete che i morti risorgono?». Un’ascoltatrice, istintivamente, rispose: «No», ed io la ringraziai per la sincerità. Credere che i morti risorgono è un dato di fede, un dono della fede, con la sola ragione non lo possiamo capire. E ho risposto: è cristiano credere alla risurrezione dei corpi, alla risurrezione dell’uomo.

«Credo nella risurrezione della carne», diciamo nel Credo: questa è la prospettiva. E la risurrezione viene cantata nella liturgia, da sempre e in ogni tempo. Nel giorno di Pasqua si canta: «La vita e la morte si sono affrontate in un meraviglioso duello. Il Signore della vita, morto, regna vivo». Un Prefazio della Messa ribadisce: «Egli morendo ha distrutto la nostra morte e, risorgendo, ha ridato a noi la vita». La fede nella risurrezione è un connotato essenziale del cristianesimo: senza questa fede non si comprende niente, né della Messa, né della Chiesa, né di tutto ciò che noi crediamo. La risurrezione finale, quel traguardo verso cui tendiamo, dà senso al nostro cammino terreno e lo vivifica di speranza. Chi sa dove deve giungere, cammina in un certo modo; chi non sa dove deve arrivare, sbanda di qua e di là, finendo per girare a vuoto.

  1. Quattro significati della Pasqua

Secondo la Sacra Scrittura, il memoriale non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meraviglie che Dio ha compiuto per gli uomini. La celebrazione liturgica di questi eventi, li rende in certo modo presenti e attuali. Proprio così Israele intende la sua liberazione dall’Egitto: ogni volta che viene celebrata la Pasqua, gli avvenimenti dell’Esodo sono resi presenti alla memoria dei credenti affinché conformino ad essi la propria vita (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1363).

Celebrando l’ultima Cena con i suoi Apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucaristia, che porta a compimento la pasqua ebraica e anticipa la pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1340).

I primi cristiani, apostoli, discepoli, evangelisti, e san Paolo nelle sue lettere chiamano «Pasqua» la morte e la risurrezione di Gesù. Per comprendere, è necessario precisare che il termine «Pasqua» può avere quattro significati.

  • La Pasqua storica degli Ebrei

Per gli Ebrei la Pasqua è l’Esodo. Al tempo di Mosè, nel 1250 a.C. circa, Dio ha liberato gli Ebrei schiavi in Egitto facendoli passare attraverso il Mar Rosso; dopo quarant’anni di deserto quel popolo si stabilì in Palestina. Pasqua vuol dire, dunque, esodo.

Ma come si può pensare che la morte e la risurrezione di Gesù si possa chiamare Pasqua secondo questo significato di esodo? Nella concezione ebraica il termine «Pasqua» rimanda ad una realtà.

C’è una Pasqua storica, di cui abbiamo appena detto, cioè l’esodo globalmente considerato; ma nel Libro dell’Esodo, al cap. 12, si parla di un altro passaggio, la parola ebraica è Pesah, cioè passaggio, non riferito a quello del Mar Rosso ma avvenuto prima, il passaggio dell’angelo sterminatore che passò e uccise i primogeniti degli egiziani, ma risparmiò le case degli Ebrei, segnate con il sangue dell’agnello. Questo passare oltre significa che i primogeniti degli Ebrei furono salvati.

Questo evento viene festeggiato come Pasqua. Solo dopo il passaggio dell’angelo sterminatore è avvenuto quello del Mar Rosso. Il faraone li mandò via, passarono il Mar Rosso e arrivarono alla libertà. Nella penisola del Sinai avvenne l’ultimo evento, ovvero il rito di alleanza, in cui il popolo ricevette la sua “costituzione”.

I comandamenti furono dati all’inizio di questo libro dell’alleanza; Mosè compì il rito con il sangue degli animali sparso sull’altare e sul popolo, rappresentato da dodici pietre. Il popolo si impegnò con Dio e Dio si impegnò con il popolo.

Questa quadruplice concatenazione di eventi è la Pasqua storica degli Ebrei, avvenuta una volta sola: la prima delle quattro Pasque.

  • La Pasqua rituale ebraica

Gli Ebrei chiamano Pasqua non solo l’evento storico, ma anche un rito che si ripete ogni anno e che è citato nei Vangeli, ad esempio, in Mt 26,17 gli apostoli domandano a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare per andare a mangiare la Pasqua?».

La Pasqua che si mangia non è l’esodo, ma la cena pasquale. È un rito memoriale, cioè che non ricorda solo alla mente dei partecipanti quella liberazione, ma che ne fa rivivere l’esperienza. Durante la cena il capofamiglia racconta e la forza della narrazione è talmente evocativa da rendere presente l’evento nel suo valore.

Dice: «Noi eravamo schiavi in terra di Egitto e il Signore, benedetto Egli sia, ci ha liberato con braccio forte e mano tesa».

Segue una spiegazione: il padre di famiglia non afferma: «I nostri padri erano schiavi in Egitto», ma usa il «noi», perché ogni israelita deve considerarsi personalmente uscito dall’Egitto.

Questa cena pasquale è chiamata semplicemente Pasqua ed è la Pasqua rituale ebraica, memoriale di quella storica.

  • La Pasqua storica di Cristo

Nel Nuovo Testamento abbiamo una Pasqua storica, l’evento della morte e della risurrezione di Cristo. Possiamo chiederci se ci sono termini di confronto tra la Pasqua storica degli Ebrei e la Pasqua storica di Gesù. Si pensi al verbo discese. Il racconto della Pasqua antica inizia così: «Mosè scese in Egitto». Lì riunisce i capi delle famiglie degli Ebrei, li spinge alla rivoluzione e dopo diverse peripezie (le dieci piaghe d’Egitto) tira fuori quel popolo dalla schiavitù faraonica e lo guida alla libertà. Mosè scende in Egitto e si porta via di là seicento mila uomini in grado di maneggiare la spada, dice la Scrittura; con tutte le loro famiglie possiamo arrivare a tre milioni di persone. Che importanza può avere per la storia del mondo questo esodo? Sono tante le migrazioni di popoli attestate dalla storia… Per gli Ebrei questo evento è fondante, perché lì nasce il popolo. Ma per il resto dell’umanità? È importante perché quella Pasqua, quell’esodo, è diventato figura di un’altra Pasqua futura: ancora oggi gli Ebrei aspettano il Messia che verrà in una notte di Pasqua. Gesù, morto in croce, «discese» agli inferi; cioè è entrato nella tana della morte e lì ha trovato non tre milioni di persone, ma tutta l’umanità, da Adamo in poi. Tutti giacevano nelle tenebre e nell’ombra di morte.

C’è una bellissima omelia che ascoltiamo nella Liturgia delle Ore del Sabato Santo. Cristo, arrivando nel regno dei morti, incontra per primo Adamo, che lo saluta: «Sia con tutti il mio Signore» e gli risponde: «E con il tuo spirito». Poi Gesù dice ad Adamo: «Io sono il tuo Dio che per te mi sono fatto tuo figlio; usciamo di qui». Adamo lo avrà guardato sgranando gli occhi. Gesù gli dice: «Io in te e tu in me, perché siamo un’unica e indivisa natura». Quando Gesù è uscito dal sepolcro non è risuscitato da solo: nell’icona bizantina della risurrezione si vede che esce dalle porte degli inferi e della morte; con una mano tiene la croce senza Crocifisso, ormai segno di vittoria, e con l’altra tira un uomo e una donna, Adamo ed Eva, e tanti altri dietro di loro, quasi a dire: tutti liberi! La morte si è vista svuotare. Drammatizziamo, pensando a cosa potrebbe ribattere Satana: «E come? Io li avevo raccolti uno ad uno, arriva Lui e se li porta via tutti?». È cominciata la risurrezione. Nel Vangelo di Matteo c’è un’espressione un po’ enigmatica: quando Gesù morì in croce, «il velo del tempio si squarciò in due parti da cima a fondo, molti sepolcri si aprirono e molti corpi che erano stati sepolti risuscitarono e dopo la sua risurrezione apparvero a molti in Gerusalemme». Gli apostoli hanno visto il Risorto. Non solo l’hanno visto, dato che non è un fantasma: Gesù li invita a toccarlo, perché un fantasma non ha carne e ossa. Poi, ed è importante per la nostra meditazione, si ferma a mangiare con loro. Tutte le volte che Gesù risorto si manifesta agli apostoli gli viene offerto del cibo o è lui stesso a chiederne. Pietro, parlando a Cornelio, come ci riporta At 10, dice che Gesù non apparve «a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua risurrezione». Riepilogando, Mosè liberò soltanto tre milioni di persone; Gesù ha liberato tutta l’umanità e non da una schiavitù politica come quella del faraone, ma dalla morte. È dunque un evento ancora più grande della creazione, perché siamo stati creati mortali, mentre con la risurrezione di Cristo veniamo destinati all’immortalità. Questo è l’evento centrale della storia. È la Pasqua storica di Cristo.

  • La Pasqua rituale cristiana

Anche nel Nuovo Testamento abbiamo una Pasqua rituale: è un rito che consiste nella cena, che però sarà modificata da Gesù nel contesto della sua ultima cena pasquale. Pronunciata la benedizione rituale, che certamente avrà adattato e completato con il riferimento alla sua prossima morte sacrificale, Cristo comandò ai suoi discepoli: «Fate questo in memoria di me», non più in memoria della liberazione dall’Egitto. La celebrazione eucaristica, o Messa, è quindi la cena pasquale cristiana, o la Pasqua rituale cristiana.

  1. Mistero, Sacramento, Memoriale

La parola greca «mysterion» è stata tradotta in latino con due termini: «mysterium» e «sacramentum». Nell’interpretazione ulteriore, il termine «sacramentum» esprime più precisamente il segno visibile della realtà nascosta della salvezza, indicata dal termine «mysterium». In questo senso, Cristo stesso è il Mistero della salvezza: «Non v’è altro Mistero di Dio, se non Cristo». L ’opera salvifica della sua umanità santa e santificante è il sacramento della salvezza che si manifesta e agisce nei sacramenti della Chiesa… I sette sacramenti sono i segni e gli strumenti mediante i quali lo Spirito Santo diffonde la grazia di Cristo, che è il Capo, nella Chiesa, che è il suo Corpo (Catechismo della Chiesa Cattolica, 774).

L ’Eucaristia è «fonte e apice di tutta la vita cristiana». «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1324).

  1. Nell’Antico Testamento la parola «mistero» (mysterionin greco) esprime il piano divino che viene rivelato da Dio ai profeti. Il Nuovo Testamento chiarisce in cosa consiste tale piano: è il disegno universale salvifico del Padre, che vuole che tutti gli uomini giungano alla conoscenza della verità e partecipino alla vita divina. Tutto ciò si è compiuto nella storia per mezzo della Pasqua di Gesù di Nazaret. Per questo l’Apostolo Paolo afferma che il mistero di Dio è Cristo (cfr Col 2,2). Gesù, il Figlio di Dio, ci ha comunicato la salvezza attraverso se stesso; egli si è servito di una realtà materiale, il proprio corpo, rendendola strumento dell’incontro con lui. Possiamo, dunque, dire che, più in generale, la parola mistero indica qualcosa di infinitamente grande, che supera l’umana comprensione, ma della quale abbiamo esperienza attraverso segni sensibili. Nella versione latina della Bibbia il termine mysterion è tradotto con la parola sacramentum. La teologia ha poi spiegato questo termine affermando che i sacramenti sono “segni efficaci della grazia”, cioè segni che realizzano ciò che esprimono e che donano la grazia che promettono. L ’evento salvifico della Pasqua si comunica così a ogni uomo attraverso segni: i sacramenti. Gli elementi materiali quali l’acqua, l’olio, il vino, il pane, l’imposizione delle mani diventano gli strumenti attraverso i quali Dio comunica la sua vita agli uomini.

  1. L’Eucaristia, però, si discosta da tutti gli altri sacramenti perché, oltre a essere un segno efficace della grazia, è anche il «memoriale» del mistero pasquale di Gesù.

Nella concezione semitica, talvolta di difficile comprensione per noi che siamo eredi della cultura greco-romana, il memoriale, zikkaron in ebraico, anamnesis in greco, non è il puro ricordo di un evento avvenuto nel passato, quanto invece la celebrazione che attualizza quel fatto, in modo da riprodurne la forza e tutta l’efficacia salvifica. Dire che l’Eucaristia è il memoriale della morte e della risurrezione di Cristo significa che essa rende presente e attualizza la realtà ricordata. Vale a dire che il sacrificio della croce, posto una volta per tutte al vertice della storia umana, si fa presente nei segni del pane e del vino e la celebrazione ne riproduce la forza e l’efficacia salvifica. Il popolo di Dio partecipa ai beni del sacrificio pasquale, annunziando la morte del Signore fino al suo ritorno. Come il popolo ebraico rendeva grazie a Dio per la liberazione dalla schiavitù, vivendone la realtà, così la Chiesa rende grazie al Padre per la liberazione dal peccato e dalla morte operata dal Figlio e attualizzata dal sacramento, affinché ora applichi i benefici del sacrificio della Croce a tutti gli uomini. Il memoriale eucaristico è una presenza reale di cui si celebra la memoria. Cristo è presente ogni volta che la Chiesa pronuncia le parole della promessa eucaristica: “Questo è il mio corpo… Questo è il mio sangue …”. L ’invocazione dello Spirito Santo rende attuali ed efficaci le parole eucaristiche di Cristo e la comunità è trasformata dalla comunione con Cristo realmente presente. Nell’Eucaristia, dunque, per mezzo del pane e del vino viene attualizzato il mistero pasquale di Cristo e l’uomo può toccare attraverso segni efficaci la salvezza che quell’evento ha realizzato.

  1. L’Eucaristia: Sacrificio e Convito

L ’Eucaristia è il banchetto pasquale, in quanto Cristo, realizzando sacramentalmente la sua Pasqua, ci dona il suo Corpo e il suo Sangue, offerti come cibo e bevanda, e ci unisce a sé e tra di noi nel suo sacrificio (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 287).

La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore. Ma la celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all’unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi, è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi (Catechismo della Chiesa Cattolica 1382).

L’Eucaristia è dunque un sacrificio perché ri-presenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto… Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio: «Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi». «In questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si offrì una sola volta in modo cruento sull’altare della croce» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1366-1367). Spiegando come l’evento storico della Pasqua di Cristo si rende presente «in sacramento, in mistero», abbiamo affermato che partecipare non significa soltanto essere presenti al rito. Oggi, grazie alla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, si partecipa più e meglio di prima: ascoltiamo e comprendiamo le letture, cantiamo, portiamo le offerte, facciamo la comunione; ma questa è la partecipazione rituale. Bisogna comprendere che attraverso il rito (per ritus et preces) dobbiamo esprimere anche la nostra partecipazione all’evento.

  • L’istituzione dell’Eucaristia

Chi ha voluto questo rito? Abbiamo già detto che lo ha istituito Gesù stesso, alla vigilia della sua passione. Ce lo tramandano quattro racconti: Mt 26,26-28, Mc 14, 22-24, Lc 22, 19-20 e san Paolo in 1 Cor 11,23-25. Leggendoli veniamo a conoscenza che Gesù, la vigilia della sua passione, mentre era a cena con i suoi discepoli ha cambiato il significato della cena pasquale ebraica.

Gesù ha detto: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo… Prendete e bevete: questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza…», e poi ha aggiunto: «Fate questo in memoria di me».

Che cosa ha inteso dire Gesù con le parole: «Fate questo»? Dobbiamo semplicemente ripetere i suoi gesti e le sue parole o dobbiamo fare quello che con quel gesto voleva significare? Chiedendo di ripetere il suo gesto Gesù ci invita a imitarlo nel dono della vita per gli altri, nell’offrire senza riserve noi stessi: “Fate quello che ho fatto io”[1], ci chiama a mettere in pratica quanto egli ci ha insegnato. Come ogni maestro non ha insegnato attraverso una lezione teorica, ci ha dato l’esempio. Questo è il senso dell’istituzione: instituerein latino non significa stabilire, decidere, fondare, ma insegnare. Gesù ha insegnato con l’esempio. Gesù fece e comandò agli apostoli di fare come aveva fatto lui.

  • Banchetto conviviale

Nella Prima lettera ai Corinzi san Paolo fa una riflessione importante. L’apostolo scrive a una comunità divisa: «Sento dire che ci sono divisioni tra voi». Le stesse divisioni le riscontra nell’assemblea: «Quando voi vi radunate non è per mangiare la cena del Signore»[2].

Per quale motivo l’Apostolo afferma questo? Perché arriva uno che è sazio e ubriaco, mentre un altro è affamato; non si tengono in conto le esigenze dei poveri e ognuno pensa per sé. Invece l’essere una vera assemblea di fratelli consiste non solo nel trovarsi insieme in uno stesso luogo, ma nel diventare uno, «poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,17).

L’Eucaristia è una celebrazione per sua natura comunitaria, che tende a raccogliere tutti in unità. Anche la materia, il pane e il vino, lo testimonia. Il pane ricorda il pane dell’amarezza della cena pasquale, che gli Ebrei mangiarono in Egitto; il vino ricorda la gioia della liberazione e anche il sangue dell’alleanza (cfr. Es 24). E da molti acini d’uva deriva un unico vino.

Quindi la materia della celebrazione porta in sé il significato del passaggio dalla molteplicità all’unità. Perciò, per diventare una sola comunità bisogna che ognuno muoia a se stesso: il chicco di grano deve essere macinato e l’acino d’uva deve essere pestato.

  • Banchetto sacrificale

Oltre che un banchetto conviviale, nel senso che tutti dobbiamo aspettarci gli uni gli altri e mangiare insieme, san Paolo scrive che la cena del Signore è anche un banchetto sacrificale, perché «ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la morte del Signore», cioè rendiamo presente la sua morte, il suo sacrificio.

In 1 Cor 10 l’apostolo confronta la cena del Signore con le carni sacrificate agli idoli. Il sacrificio avveniva secondo due tipologie fondamentali: la vittima veniva completamente arsa sull’altare (olocausto), oppure una parte era bruciata come offerta a Dio e il resto della carne mangiata dai partecipanti (sacrificio di comunione). San Paolo pensa a questo secondo sacrificio quando scrive: «Non potete partecipare alla mensa dei demoni e alla mensa del Signore», contrapponendo la mensa del Signore, cioè l’Eucaristia, ai banchetti sacrificali. Quelli sono sacrifici offerti a Dio o agli idoli, questo invece è il nostro sacrificio: mangiando quel pane e bevendo quel sangue siamo in comunione con il sacrificio di Cristo. L’idea che la Messa sia un sacrificio non è nata nel IV secolo, come sostenuto dalla Riforma protestante, ma è fede della Chiesafin dal principio. San Paolo, nel momento in cui si mangia la cena del Signore, vede una partecipazione al sacrificio di Cristo.

  • Formare un solo corpo Banchetto conviviale e banchetto sacrificale

Allora l’Eucaristia fa di noi, individui dispersi, un solo corpo. A questo corpo del Signore, che è la Chiesa, bisogna guardare, perché Paolo scrive ancora: «Chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,29). Il corpo del Signore che bisogna riconoscere non è soltanto l’Eucaristia, il pane consacrato, ma anche il corpo ecclesiale, la comunità. In altre parole, chi mangia quel pane, ma non è in comunione con la comunità, mangia e beve la propria condanna. Per molti secoli la percezione di questa dimensione ecclesiale si è affievolita con la prassi di celebrare tante Messe contemporaneamente nella stessa chiesa, su diversi altari. Questo contrasta con quello che dice l’Apostolo e con la stessa volontà di Cristo. Egli ha pensato a una cena comunitaria, non a tanti che mangiano nello stesso luogo ma su tavoli separati, come può avvenire in un ristorante. Con ragione se ne lamentavano i fratelli separati.

L’ideale è la celebrazione comunitaria, in cui tutta l’assemblea cristiana prende coscienza di essere un solo corpo di Cristo, perché mangia dell’unico pane.

  • Il “triplice” corpo di Cristo

Il corpo di Gesù è ovviamente uno solo. Tuttavia ci sono tre modi di essere del corpo di Cristo:

c’è il corpo fisico, quello nato da Maria Vergine, crocifisso, morto, sepolto, risuscitato e salito al Cielo, che siede alla destra del Padre.

C’è il modo sacramentale del corpo di Cristo, che è l’Eucaristia, il pane e il vino consacrati.

E c’è un terzo modo: il corpo ecclesiale, quello che noi oggi chiamiamo corpo mistico. Nel Medioevo la terminologia era inversa: corpus mysticum indicava l’Eucaristia, dato che mistico viene da mistero e la traduzione latina del greco mysterion (mistero) è sacramento. Quindi il corpo mistico era il corpo sacramentale. Siccome però la Chiesa diventa un corpo perché mangia di quel corpo sacramentale, l’espressione corpo mistico passò a indicare anche la Chiesa.

L’Eucaristia, quindi, è il corpo di Cristo sacramentale, segno efficace che rende realmente presente il corpo fisico che è in Cielo, con tutto quello che quel corpo comporta, cioè tutta la sua vita, ma soprattutto la sua morte e risurrezione, e diventa strumento per realizzare e formare il corpo ecclesiale. Questo è lo scopo della celebrazione, come vedremo meglio in seguito. Gesù ha istituito questo memoriale, mistero, sacramento della sua Pasqua, perché fosse per tutti gli uomini di tutti i tempi il punto di aggregazione e di conformazione a lui. Ecco la parola giusta: noi diventiamo concorporei a Cristo, il suo corpo.

  1. L’Eucaristia fa la Domenica

Nell’Antica Alleanza l’Eucaristia è preannunziata soprattutto nella cena pasquale annuale, celebrata ogni anno dagli Ebrei con i pani azzimi, a ricordo dell’improvvisa e liberatrice partenza dall’Egitto. Gesù l’annuncia nel suo insegnamento e la istituisce celebrando con i suoi Apostoli l’Ultima Cena durante un banchetto pasquale.

La Chiesa, fedele al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24), ha sempre celebrato l’Eucaristia, soprattutto la domenica, giorno della risurrezione di Gesù (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 276).

Il centro del tempo liturgico è la domenica, fondamento e nucleo di tutto l’anno liturgico, che ha il suo culmine nella Pasqua annuale, la festa delle feste (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 241).

Il più antico nome che ha avuto la celebrazione della Pasqua rituale cristiana fu, come abbiamo scritto, la cena del Signore.

  • La frazione del pane

Il secondo nome, frazione del pane, lo troviamo negli scritti di Luca, sia negli Atti degli apostoli, sia al capitolo 24 del suo Vangelo. La sera di Pasqua, Gesù si accompagnò, non riconosciuto, a due discepoli che si recavano a Emmaus. Lungo la strada spiegava loro quello che nelle Scritture lo riguardava e poi essi lo riconobbero nello «spezzare il pane». In Atti 2,42 si dice che i cristiani «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere». E ancora: «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (At 2,4647). Si trattava di una celebrazione domestica. Sempre al capitolo 20 degli Atti, Luca racconta: «Il primo giorno della settimana, ci eravamo riuniti per spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte… Poi risalì, spezzò il pane, mangiò, e dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì».

Questi brevi passi forniscono indicazioni preziose su come si svolgeva quell’assemblea eucaristica:

  1. l’apostolo parla. In Luca 24 è Gesù stesso che, lungo la strada, spiega le Scritture: dunque c’è una liturgia della Parola;
  2. dopo che l’apostolo ha parlato, si spezza il pane e poi si scioglie l’assemblea;
  3. tutto ciò avviene nelle case, in maniera molto semplice;
  4. succede nel primo giorno della settimana (la domenica).

[1] Un tale significato appare più chiaro se si confronta con la conclusione che Gesù trae dopo la lavanda dei piedi, in Gv 13,12-15: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

[2] La cena del Signore è il primo nome che troviamo per la celebrazione cristiana.

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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