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Atti degli Apostoli – Il discorso di Paolo all’Areopago di Atene: Gesù, vertice della cultura
Paolo predica all'areopago di Atene
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Atti degli Apostoli – Il discorso di Paolo all’Areopago di Atene: Gesù, vertice della cultura

Gianni De Luca
1 febbraio 2017

Paolo predica all’areopago di Atene

 15Quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l’ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.

Paolo ad Atene

16Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. 17Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. 18Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annnunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. 19Presolo con sé, lo condussero sull’Areòpago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? 20Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta». 21Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.

Discorso di Paolo davanti all’Areopago

22Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. 23Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa.

26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo.

29Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. 30Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, 31poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

32Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». 33Così Paolo uscì da quella riunione. 34Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

  1. A) Paolo ad Atene (vv.15-21)

In pochi tratti essenziali Luca evoca l’ambiente culturale e religioso di Atene, dove Paolo viene a contatto con le aspirazioni e gli interrogativi del mondo ellenistico. Siamo intorno al 50 d.C. e la città, che viveva ormai da tempo una lunga ”dorata” decadenza, contava soltanto cinquemila abitanti liberi, e dal punto di  vista culturale era stata superata da Alessandria, da Antiochia e dalla stessa Tarso.  Nondimeno, i suoi templi e monumenti e le antiche scuole filosofiche ancora influenti ne facevano la mèta ambita di quegli aristocratici romani che volevano compiere il  ”grand tour” della Grecia  cercando con senso di riverenza le tracce di Socrate, di Platone o di Pericle.

Conquistare alla causa del Vangelo una città come Atene era per Paolo una missione assai delicata e impegnativa. Egli doveva evangelizzare senza urtare la suscettibilità di gente soddisfatta del proprio passato, orgogliosa di vantare un triplice primato: nelle imprese militari con personaggi entrati nella leggenda, nel mondo della cultura, grazie ad una folta schiera di filosofi e poeti, nel campo artistico con capolavori di eccezionale bellezza.

In questo ambiente rappresentativo della civiltà ellenistica il missionario Paolo si muove non con la curiosità del turista, ma con la sensibilità dell’uomo di fede.

Nel suo racconto Luca, entrando subito  ”in medias res”, descrive lo sdegno che infiamma l’Apostolo davanti ai tanti simulacri di divinità pagane che fiancheggiavano la via principale che conduceva al centro storico di Atene, l’agorà. Tuttavia l’impegno missionario di Paolo non disarma di fronte a questa prima impressione. Egli affronta la situazione con metodo nuovo e libero da schematismi: ”discuteva nella sinagoga con i Giudei e con i timorati di Dio e anche nel mercato a ogni ora del giorno con quelli che capitavano. Anche alcuni dei filosofi epicurei e stoici si misero a parlare con lui…” (vv. 17-18).

Si accenna appena all’attività consueta nella sinagoga, dove Paolo incontra giudei e simpatizzanti pagani, perché l’impegno maggiore di ogni giorno è rivolto alla massa di greci curiosi e dialettici che frequentano l’agorà, la piazza principale di Atene, dove si svolgono la vita economica, la discussione politica spicciola e le dispute filosofiche.

In questo contesto Paolo affronta a viso aperto il mondo della cultura profana pluralistica e disinibita e, in particolar modo, discute con alcuni filosofi epicurei e stoici, rappresentanti di due famose scuole di pensiero, ma agli antipodi per credenze e stili di vita. Il giudizio di questi filosofi su Paolo è poco benevolo.

Alcuni gli affibbiano l’epiteto di  ”spermologos”, “raccoglitore di semi”, come la cornacchia, che, nel gergo ateniese, suonava insulto : ciarlatano che raccoglie qua e là frammenti di diverse teorie per farne una dottrina accettabile. Altri lo considerano banditore di culti orientali e fraintendono del tutto l’annuncio del Vangelo considerando Gesù e la sua risurrezione (“anastasis” in greco) come due divinità orientali.

Questi rappresentanti dell’umanesimo pagano, epicurei e stoici, mossi da volubile e superficiale curiosità, conducono Paolo all’Areopago (la collina di Ares=Marte), una piccola altura rocciosa in prossimità dell’acropoli, dove si riuniva il tribunale degli  ”areopagiti”, l’istituzione più venerabile di Atene, che godeva di grande considerazione ed era competente nel giudicare anche le questioni morali e religiose.

Viene così data a Paolo l’occasione di rivolgersi a coloro che rappresentavano, quasi in maniera ideale, la città più colta del mondo pagano e, come avevano già notato Tucidide e Demostene, la più assetata di novità e la più affascinata dalle parole.

  1. B) Il discorso di Paolo all’Areopago (17,22-34)

È un brano di eccezionale bravura. La struttura si può individuare seguendo questi sviluppi tematici.

  1. Introduzione (vv. 22-23).

Cosciente di trovarsi in un ambiente fortemente pagano, Paolo riserva ampio spazio alla pre – evangelizzazione. Pur essendo rimasto indignato alla vista della città piena di idoli, esordisce con un abile ”fair play”, una specie di ”captatio benevolentiae”, elogiando il sentimento religioso degli ateniesi, ben noto nel mondo antico, come testimoniano, per esempio, Sofocle in Edipo a Colono (“Atene è la città più pia verso gli dei”) e Giuseppe Flavio in Contro Apione (“gli ateniesi sono i più pii fra i greci”). L’aggancio con gli uditori prende l’avvio da questa religiosità proverbiale, testimoniata dai numerosi monumenti sacri ed evidenziata pure da un altare dedicato ”al Dio ignoto”. Lo spunto è buono per annunciare Gesù Cristo, senza la paura di essere accusato di introdurre divinità straniere: ”Quello che voi venerate senza conoscerlo,io ve lo annunzio”.

  1. L’unico Dio creatore e signore dell’universo (vv. 24-26).

L’annuncio positivo si apre con una frase di esplicita reminiscenza biblica, ma di fattura greca: ”Dio ha fatto il mondo e tutto ciò che vi è in esso”. Di qui deriva la sua sovranità universale che esclude l’abitazione circoscritta in un tempio o luogo costruito e fissato dagli uomini. Paolo non fa una dimostrazione dell’esistenza di Dio, ma sostiene che si perviene alla conoscenza del vero Dio attraverso una conversione.

Prima di tutto, passando dal politeismo al monoteismo. L’apostolo parla di un unico Dio contro il moltiplicarsi di divinità nel mondo pagano.

In secondo luogo, evitando ogni forma di antropomorfismo nella presentazione della divinità.   Paolo descrive Dio in maniera assai diversa da come lo immaginava la mentalità pagana, un essere bisognoso di abitazione e di servizi, alla stregua di un povero mortale. Sgombrato infatti il campo da concezioni negative, passa alla rappresentazione positiva, nobile, di un Dio che ”dà a tutti vita, respiro e ogni cosa”, un Dio creatore e provvido, che assicura a tutti vita e benessere. Delineando l’unicità di Dio viene favorita la comprensione dell’universalità: è un Dio che si interessa di tutti e di ciascuno.

  1. La ”ricerca umana di Dio” e l’idolatria (vv.27-29).

Cosmo e storia umana sono le due strade percorse dall’uomo nella sua indagine e riflessione per dare un fondamento e un senso alla propria esistenza. Paolo ritiene possibile uno sbocco positivo di questa costante ricerca umana di Dio, ma aggiunge che l’uomo si muove come un cieco in cerca della via d’uscita in una stanza buia, palpando a tasto; può ”cercare Dio” e ”trovarlo”, sia pure a tentoni e oscuramente, perché Dio ”non è lontano da ciascuno di noi”. Non mancavano brani della Bibbia per tale dimostrazione; Paolo, però, preferisce a questo punto citare filosofi e poeti (= la bibbia dei pagani) che sono testimoni di questa ricerca di Dio, e si affida ad un verso di un poeta greco, Arato di Soli (autore del 3° sec. a.C.): in Lui viviamo, ci moviamo e siamo,  ”perché di lui noi siamo stirpe”.

Gli stoici sviluppavano volentieri questa tesi: la conoscenza di Dio è possibile perché c’è una vera affinità tra lui e noi. Su questa parentela dell’uomo con Dio fa leva l’argomentazione successiva di Paolo contro il culto idolatrico: Dio non dev’essere assimilato alle opere prodotte dalla fantasia o dalle mani dell’uomo. È lui, l’uomo, l’unica icona legittima di Dio, perché ”creato”a sua  immagine e somiglianza.

  1. L’annuncio cristiano: Gesù Cristo e la sua opera di salvezza (vv.30-31).

Questa è la parte più originale del discorso, che comunque si innesta sulla tematica precedente senza forzature. Riprende infatti il motivo iniziale dell’ignoranza che si manifesta in modo palese nella molteplicità degli idoli e dei culti materiali. Paolo parla di ”tempi dell’ignoranza”, ma afferma con vigore che il tempo, nel quale ciascun popolo ha adorato la divinità a modo suo e in maniera erronea, è finito, poiché Dio ha mandato ad annunciare a tutti gli uomini la necessità di convertirsi. Se prima l’ignoranza poteva essere scusabile, ora non lo è più, perché la storia umana sta sotto il segno del giudizio salvifico di Dio, del quale l’uomo Gesù è il protagonista accreditato mediante la risurrezione. Gesù viene presentato nella sua qualifica di giudice universale, senza essere nominato espressamente. È comunque ricordato l’atto più importante: la sua risurrezione. Si hanno così gli elementi fondamentali del ”kerygma”cristiano.

  1. La reazione degli ascoltatori (vv.32-34).

“Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo canzonarono, altri dicevano: ”Su questo argomento ti sentiremo un’altra volta”. La doppia reazione negativa al discorso di Paolo corrisponde all’atteggiamento dei due gruppi nella scenografia di Atene: epicurei e stoici. I primi si burlano delle parole incomprensibili e assurde dell’Apostolo; gli altri elegantemente si disimpegnano. La saggezza pagana rifiuta il messaggio cristiano non perché il vangelo non abbia tutte le garanzie di credibilità, ma perché l’autosufficienza e la superficialità la rinchiude in un mondo refrattario al dono gratuito e libero di Dio.

Paolo esce dall’Areopago a testa alta, anche se apparentemente sconfitto. Dal generale rifiuto del messaggio cristiano presero le distanze ”alcuni uomini” che vi aderirono e abbracciarono la fede. Tra questi c’era un certo Dionigi, membro del consiglio cittadino, e una donna di nome Damaris.

Riflessione conclusiva:

Il discorso di Paolo all’Areopago di Atene pur nella sua essenzialità rimane un testo affascinante e stimolante per il problema sempre ricorrente della mediazione culturale del messaggio cristiano. Dimostra come si può e si deve annunciare il Vangelo dialogando con la cultura e l’ambiente circostante. Paolo è riuscito a presentare il suo messaggio in termini comprensibili per i suoi uditori, desumendo temi e categorie dell’umanesimo pagano. Ha fatto una lucida critica delle deviazioni e mistificazioni culturali e religiose dei pagani, ma, al tempo stesso, è  riuscito a coglierne i valori positivi e a proporre con franchezza la grande novità cristiana:  Dio ha aperto uno sbocco salvifico alla storia umana mediante Gesù Cristo crocifisso e risorto.

E a questa salvezza si può accedere mediante la conversione e la fede.

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell’Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora.
Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale.
Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l’Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe “Angelicum”.
Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma.
Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l’Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant’Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera “I 5 Sassi”, è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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