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Atti degli Apostoli – Il testamento spirituale di San Paolo agli anziani di Efeso
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Atti degli Apostoli – Il testamento spirituale di San Paolo agli anziani di Efeso

Gianni De Luca
8 febbraio 2017

Addio agli anziani di Efeso

17Da Milèto mandò a chiamare subito ad Efeso gli anziani della Chiesa. 18Quando essi giunsero disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: 19ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. 20Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, 21scongiurando Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù. 22Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. 23So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio.

25Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio. 26Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, 27perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio. 28Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. 29Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. 31Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi.

32Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati. 33Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. 34Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!».

36Detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. 37Tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, 38addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.

Paolo, ormai al termine del terzo viaggio missionario, sta per dirigersi verso Gerusalemme. Si respira un’atmosfera insolita, in parte triste, per le minacciose ombre che si allungano sul suo incerto futuro (“non sapendo ciò che colà …potrà succedere”), in parte serena per il totale abbandono alla volontà del Signore. Non potendo ritornare presso la comunità di Efeso, dove ha lavorato per circa tre anni (la più lunga permanenza del suo itinerario apostolico), da Mileto, sulla costa dove è attraccata la nave, manda a chiamare i responsabili di quella Chiesa per un ultimo commovente incontro.

 

  1. A) Il testamento di Paolo: introduzione (20, 17-18a)

È il terzo discorso dell’Apostolo riferito negli Atti. Il primo, tenuto ad Antiochia di Pisidia, è un classico esempio di predica agli ebrei della diaspora (cf. 13,16-41); il secondo, quello all’Areopago, (come abbiamo già meditato) è una sintesi dei motivi religiosi e culturali della predicazione rivolta ai ceti colti pagani (17,22-31); questo di Mileto è rivolto ad un gruppo di cristiani e più precisamente ai presbiteri della Chiesa. È l’ultimo incontro del grande missionario con una comunità da lui fondata, o meglio con quelli chiamati a proseguire il suo compito nella guida e animazione della Chiesa. Il discorso di Mileto è come una pietra miliare sul cammino dell’evangelizzazione; segna una svolta storica, perché chiude il periodo della fondazione apostolica della chiesa e inaugura quello della continuità storica assicurata dalla fedeltà al modello e all’insegnamento lasciati dall’Apostolo

Questo discorso ai presbiteri di Efeso appartiene al genere letterario dei discorsi di testamento o di addio. Nella Bibbia se ne incontrano diversi esempi: Giacobbe che convoca i suoi figli e lascia a ciascuno un messaggio (Gn 49), Mosè che si congeda dal suo popolo nelle steppe di Moab (Dt 32-33)…e nello stesso Vangelo, le parole di Gesù ai discepoli nell’imminenza della sua Pasqua  in Gv 13-17. Lo schema fisso del discorso di addio è, generalmente, questo: nell’imminenza della sua partenza definitiva, il padre o il maestro raduna i figli o i discepoli, ricorda e addita loro il suo esempio, affida loro la cura della famiglia o della comunità e il prolungamento della sua missione, li mette in guardia dai pericoli e dagli errori che li potranno minacciare, li invita alla vigilanza e alla perseveranza.

 

  1. B) Retrospettiva sull’attività pastorale dell’Apostolo (20, 18b-21)

Un richiamo al passato apre il discorso: “Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno”. Un identico richiamo lo conclude: ”Voi sapete che alle necessità mie e di quelli con me hanno provveduto queste mie mani”.

Paolo apre e chiude il suo discorso attirando l’attenzione su ciò che egli ha fatto”. Getta uno sguardo indietro, ma lo fa pensando all’avvenire: l’impresa non è finita, gli ”anziani” della comunità dovranno proseguire la sua opera.

Lascia loro una pesante responsabilità, ma anche un magnifico esempio: per essere fedeli alla loro missione, basterà che si ricordino del suo comportamento e lo imitino. La sua lunga permanenza nella comunità efesina gli ha offerto l’opportunità di farsi conoscere molto bene.

Può parlare a cuore aperto, sicuro che gli ascoltatori possono attingere a numerosi riscontri. Rievoca sia il suo servizio fedele e costante al Signore, che è consistito nella predicazione instancabile rivolta a tutti, sia le umiliazioni e le sofferenze causategli dall’ostilità fanatica del mondo giudaico, incapace di perdonargli la sua apostasia dalla tradizione dei padri, e dalle preoccupazioni per la vita delle nuove chiese esposte all’incostanza e ai contrasti.

Testimonia che le difficoltà non hanno frenato il suo ardore apostolico. Proprio perché servitore di Cristo e non degli uomini, dichiara di aver affrontato anche situazioni al limite della sopportazione umana, affermando con franchezza che ”non si è mai sottratto a quanto poteva essere utile” ai suoi ascoltatori per mezzo dell’annuncio pubblico o della catechesi, ”scongiurando  giudei e greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore Gesù”.

 

  1. C) Stato d’animo di Paolo in viaggio verso Gerusalemme (20,22-24)

“Ora ecco che, avvinto dallo Spirito, sto andando a Gerusalemme…”Un oscuro presentimento fa intuire all’apostolo quale sarà il destino che lo attende nella città santa. Come Gesù lungo l’ultimo viaggio verso la capitale giudaica annuncia la sua passione e morte e vi prepara i suoi discepoli, così anche Paolo si avvia alla sua passione dichiarando ai presbiteri la piena disponibilità al progetto divino, consapevole di essere sempre sotto la guida dello Spirito Santo. Di fronte a questa prospettiva dolorosa, che gli viene confermata da uomini ispirati che incontra lungo il viaggio, non si perde d’animo. Anzi, abbracciando in pieno la logica della croce, raccoglie tutte le sue forze come fa un corridore giunto in vista del traguardo. Sulla scorta della sentenza evangelica “chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserva per la vita eterna”, Paolo confessa di stimare ”un nulla” la propria vita di fronte al dovere di proclamare il Vangelo della Grazia di Gesù: ”Non do alcun valore alla mia vita, purché io termini la mia corsa e il ministero che ho ricevuto dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al vangelo della grazia di Dio”. L’immagine della corsa, frequente nell’epistolario paolino, evoca lo slancio, la fretta, l’impegno e soprattutto la concentrazione per giungere alla mèta. E l’ideale che Paolo propone ai pastori della chiesa è di non concedersi pause né distrazioni nel servire il Signore.

 

  1. D) Il futuro delle comunità (20, 25-31)

La prospettiva di una partenza senza ritorno, ”ora ecco, io so che voi non vedrete più il mio volto…”, spinge Paolo a insistere ancora sul  bilancio del proprio ministero, con parole che lasciano trasparire  una risposta a eventuali contestazioni: “Io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero”, e ancora una volta l’apostolo ribadisce di aver fatto tutto il possibile per annunciare il Vangelo e far conoscere le esigenze della volontà divina senza omissioni.

Dopo queste parole, che lasciano intravedere la sua straordinaria franchezza e rettitudine nell’azione pastorale, Paolo si rivolge alle guide della comunità di Efeso, chiamate indifferentemente ”presbiteri”(v. 17) e ”episcopi” (v. 28).  ”Non si tratta di semplici sinonimi: il primo significa anziani e sottolinea la dignità, il secondo significa sorveglianti e sottolinea la funzione” (B. Maggioni). Siamo in un periodo in cui la terminologia è ancora fluida e il”vescovo” non corrisponde esattamente a ciò che il termine evoca per noi. L’Apostolo inizia le sue raccomandazioni con l’imperativo che nel Vangelo invita i discepoli ad attendere la venuta del Signore ”con la cintura ai fianchi e le lampade accese”: ”Vegliate su voi stessi e sul gregge…”. Il  ”vegliare” indica tutto il complesso delle funzioni direttive necessarie alla vita della comunità cristiana. Paolo sottolinea ben due volte questo dovere della vigilanza (vv. 28 e 31) raccomandando ai presbiteri di ricordarsi  ”che per tre anni notte e giorno ”lui” non ha cessato di ammonire, piangendo…”. La vigilanza richiesta ai capi della comunità consiste dunque in un’attenzione sempre sveglia, di giorno e di notte, per pascere il gregge” in mezzo al quale lo Spirito Santo li ha stabiliti come custodi” e fronteggiare, così, con prontezza e saggezza tutte le situazioni di pericolo. ”Io so che dopo la mia partenza si introdurranno in mezzo a voi lupi rapaci… Tra voi stessi sorgeranno individui che terranno discorsi perversi…”. I nemici che metteranno a repentaglio la fede dei cristiani vengono divisi in due gruppi nettamente distinti: da una parte quelli esterni, ”i lupi rapaci”, i persecutori,  e dall’altra gli avversari interni, quelli che ”sorgeranno in mezzo a voi”, i falsi profeti, i seminatori  e i propagatori di eresie perniciose.

Per definire poi il compito dei pastori Paolo ricorre allo schema trinitario: il loro incarico viene dallo Spirito e la loro missione è  ”pascere la Chiesa di Dio Padre”, acquistata col sangue del suo Figlio. Il ministero dei presbiteri verso la comunità non risale pertanto a una iniziativa personale e neppure ad una investitura giuridica o a una sollecitazione o consenso della base, ma deriva dallo Spirito Santo conferito loro mediante  ”l’imposizione delle mani”.

Il richiamo alle lacrime che Paolo fa al v. 31 intende ricordare ai”presbiteri”che dovranno anch’essi dare il loro contributo di sofferenza per la salvezza del gregge loro affidato, sull’esempio di Cristo, buon Pastore e sulla scia dello stesso Apostolo.

 

  1. E) Epilogo: Raccomandazione al Signore e ultime esortazioni (20,32-35)

Nel momento del congedo, e in vista di così gravi pericoli, potrebbero sorgere incertezza, scoraggiamento e disorientamento nei presbiteri. Senza la presenza e il conforto di Paolo il loro compito potrebbe apparire davvero troppo arduo e rischioso. L’Apostolo, però, indica loro la fonte della fiducia e dell’ardimento missionario: il Signore e la forza della sua Parola. Paolo non ci sarà più, ma c’è Uno che rimane sempre: “Ora io vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che può edificare e dare l’eredità con tutti i santificati.  Sono veramente degne di rilievo queste espressioni di grande speranza cristiana. La comunità non resterà mai orfana, sarà sempre confortata e accompagnata dalla grazia del Signore risorto e dalla sua Parola che illumina e fortifica.

Ci si sarebbe aspettati che ai presbiteri venisse affidata la  ”parola del Signore” come un prezioso ”deposito” da custodire. Invece, non sono i presbiteri a possedere la parola che salva, ma è la parola potente di Dio che abilita loro all’opera di costruzione e animazione della comunità.

Essi allora sono i  ”servi della parola” in quanto ne assecondano la forza e l’efficacia  salvifica.

Paolo ritorna infine sulla propria condotta in materia di lavoro e di denaro:  ”Io non ho mai desiderato argento, oro o vesti di nessuno. Voi sapete che alle mie necessità e a quelle di coloro che erano con me hanno provveduto queste mie mani…”. Afferma di non essere vissuto alle spalle delle proprie comunità e di non aver mai richiesto denaro, perché ha sempre lavorato ”con le proprie mani” per provvedere  a se stesso e alle necessità dei suoi collaboratori. Questo suo esempio di lavoratore, distaccato da ogni forma di cupidigia e di possesso, e questa sua sollecitudine per i deboli, devono essere seguiti e imitati da chi è chiamato a guidare la Chiesa, perché il Vangelo sia presentato nella sua purezza, non inquinato da ombre di tornaconti personali.

A conferma di questo impellente dovere del corretto uso della ricchezza, della necessità di prendersi cura dei poveri e di aiutarli sempre con generosità e gioia, Paolo riporta un detto del Signore, che non è stato conservato in maniera puntuale nei vangeli, ma ne riassume perfettamente il messaggio:   ”C’è più felicità nel dare che nel ricevere”.

Con il ricordo dell’insegnamento storico di Gesù si chiude in modo solenne questo discorso magistrale, dove i cristiani e i responsabili della chiesa possono trovare delineato a grandi linee un affascinante progetto di vita.

  1. F) La partenza per Gerusalemme (20, 36-38)

Al discorso segue la scena di commiato, carica di emozione e significato. Tutti si inginocchiano per pregare con Paolo, scoppiano in pianto, e gettandosi al suo collo, lo coprono di abbracci e di baci, addolorati perché l’apostolo ha detto loro che non avrebbero più visto il suo volto. Con la toccante immagine dell’accompagnamento alla nave si conclude il racconto del testamento paolino.

La preghiera della piccola comunità attorno all’Apostolo inginocchiato sulla spiaggia è l’ultima scena che i lettori devono memorizzare. A Luca sta a cuore anche questo insegnamento fatto di gesti e di esperienze. Come Gesù anche Paolo termina il suo discorso di addio con una preghiera, suggerendo in tal modo che l’abbandono totale alla volontà di Dio è la vera sorgente del coraggio, della speranza e della perseveranza nella fede e nell’ amore di ogni cristiano e, particolarmente, di chi nella chiesa riveste un ruolo di guida

 

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell’Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora.
Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale.
Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l’Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe “Angelicum”.
Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma.
Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l’Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant’Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera “I 5 Sassi”, è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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