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Cosa celebriamo la Domenica? Il Rito Penitenziale
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Cosa celebriamo la Domenica? Il Rito Penitenziale

Gianni De Luca
14 febbraio 2017

Il rito penitenziale occupa un posto essenziale all’inizio della liturgia: essa ci prepara ad aprire il cuore al perdono e ai frutti che il Signore vuole darci in ogni messa. Se durante questo rito confessiamo i nostri peccati, confessiamo ancora di più la tenerezza e il perdono di Dio. E Dio ci manifesta la sia misericordia. Noi possiamo allora celebrare l’eucaristia con il cuore in pace, nella gioia, in festa.

Il sacerdote invita i fedeli a questa pratica penitenziale dicendo: “Fratelli e sorelle, per prepararci degnamente ai santi misteri riconosciamo i nostri peccati”, o altre parole di introduzione adatte alla liturgia del giorno. “Prepariamoci alla celebrazione dell’eucaristia”: noi siamo consapevoli di aver bisogno di una preparazione per vivere questo grande sacramento, un po’ come Mosè che si avvicinava al roveto ardente: la voce di Dio si fece allora sentire: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!” (Es 3,5). Non possiamo accostarci alla santa mensa in modo qualunque; bisogna prepararvisi. “Riconoscendo che siamo peccatori”: il senso di questa pratica non è di abbassarsi più in basso che a terra. Avvicinandoci a Dio vogliamo semplicemente fare la luce, la verità, confessare le nostre tiepidezze, le nostre mancanze d’amore, riconoscere che siamo peccatori e che abbiamo bisogno del cibo divino che è il sacrificio eucaristico, del sangue dell’alleanza versato per la remissione dei peccati. Riconoscere che siamo peccatori significa anche impegnarci in un cammino di conversione, avere un profondo desiderio di cambiare ciò che deve esserlo.

Un tempo di silenzio

Dopo questo invito è bene rimanere qualche istante in silenzio per metterci davanti a Dio e prendere coscienza del nostro peccato, dello scarto tra ciò che il vangelo ci propone e ciò che noi viviamo. Noi ci mettiamo sotto lo sguardo di Dio e lo imploriamo dicendo per esempio: Signore, ti presento la mia vita; tu la conosci. Fa’ che io sia addolorato di amarti così poco e di non avere amato il mio prossimo. Apri il mio cuore chiuso. Fammi scoprire e misurare il mio peccato. Al posto del mio cuore indurito metti un cuore spezzato e contrito del male che ho fatto contro di te.

Il Confiteor – Confesso

Dopo questo momento personale diciamo insieme la magnifica preghiera del Confiteor: “Confesso a Dio onnipotente”. Abbiamo visto che la messa comincia con la confessione della Trinità, espressa dal segno della croce. La parola “confessione” significa tanto l’affermazione della propria fede (coloro che vengono torturati a causa della loro fede senza morire martiri sono chiamati “confessori”) quanto l’ammissione dei propri peccati. La confessione di fede viene per prima: la confessione dei nostri peccati deriva dalla nostra confessione dell’onnipotenza di Dio, che ci usa misericordia, perché non potrebbe esserci ammissione del peccato se non ci fosse prima una vera confidenza nella bontà davanti ai miei fratelli e alle mie sorelle, cioè nella chiesa. Riconosco chiaramente la mia responsabilità, sapendo che la misericordia del Signore è più grande delle nostre colpe, ma senza sottrarmi adducendo come pretesto: “Non è colpa mia, è a causa di….”. In ebraico, il verbo peccare significa “mancare lo scopo”, “sbagliare bersaglio”. Peccare è sbagliarsi sulla felicità, scambiare con Dio ciò che non lo è e distogliersi da lui, nostra vera felicità. Precisiamo quindi le principali modalità del peccato: “in pensieri, parole opere ed omissioni”. Tutte le zone della libertà, dell’intelligenza e dell’attività umana sono inglobate in questa confessione pubblica. Peccare con il pensiero non ci sembra troppo grave, perché non si vede. Eppure, a forza di avere pensieri impuri o malevoli, diventiamo più deboli e rischiamo proprio di passare all’atto. Neppure i peccati di omissione sono meno importanti: noi manchiamo sovente delle buone occasioni di fare il bene e di amare. “Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”, aggiungiamo battendoci il petto. Lo diciamo chiaramente, semplicemente, in verità, senza cercare scuse o altri colpevoli. Sono proprio io che ho fatto questo. Per questo motivo ci affidiamo alla preghiera dei santi e dei nostri fratelli: “E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli, di pregare per me il Signore Dio nostro”. Questa supplica si rivolge per prima alla vergine Maria, la prima dei salvati. Poi agli angeli e a tutti i santi sui quali brilla lo splendore invisibile di Dio. Infine, alla totalità degli uomini, questi fratelli e queste sorelle conosciuti e sconosciuti che sono sempre la chiesa. Solidali nel peccato, lo siamo anche nostro cammino verso la santità. Non vi arriveremo da soli. Non è questa una bella affermazione della comunione dei santi?

Le parole di assoluzione

Il sacerdote conclude questa preghiera con una formula di assoluzione “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”. Le parole di assoluzione all’inizio della messa ci preparano, secondo le nostre disposizioni, alla celebrazione dell’eucaristia.  Precisiamo che questa assoluzione non è sacramentale, cioè non opera da se stessa il perdono dei peccati come fa invece il sacramento della riconciliazione (confessione). Essa implora questo perdono piuttosto che attuarlo. Lo si vede chiaramente nella maniera di esprimerlo: il sacerdote, cristiano con i suoi fratelli, dice “noi”, perché si mette tra i peccatori. Egli è parte pregnante, come ogni fedele, in questo atto di contrizione, in questa confessione del peccato comune a tutti. Non è la stessa cosa quando il sacerdote, nel sacramento della riconciliazione dà a colui che si è confessato l’assoluzione dei peccati dicendo: “E io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

Il canto Kyrie

Dopo questa formula di assoluzione si canta Kyrie eleison o Signore, pietà. Ci si può domandare che cosa ci stia a fare questa invocazione quando si sono proprio appena ricevute le parole di assoluzione. Il canto del Kyrie ci permette di allargare la nostra preghiera e di invocare la misericordia di Dio per i nostri fratelli e per le nostre sorelle in umanità. Secondo l’Ordinamento generale del Messale romano il Kyrie è un “canto col quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia”. È dunque un’acclamazione del Signore risorto, vittorioso sulla morte sotto tutte le sue forme, ivi compreso il peccato. Proclamando: “Tu sei Kyrios, il Signore risorto” aggiungiamo “(abbi) pietà” perché sappiamo che egli è colui che ci risolleva.

La seconda formula

Al posto del Confiteor, si possono usare questi versetti della Bibbia pronunciati alternativamente dal sacerdote e dall’assemblea: Pietà di noi Signore. Contro di te abbiamo peccato, mostraci, Signore, la tua misericordia, e donaci la tua salvezza.

In poche parole è detto tutto: la domanda di perdono e il riconoscimento del peccato; l’implorazione della misericordia e l’affermazione dell’effetto che essa produce su di noi: noi saremo salvati.

Ritroviamo la prima domanda nel Salmo 24[25],11: “Per il tuo nome, Signore, perdona la mia colpa, anche se grande”. La prima risposta si trova in Ger 14,20: “Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà, la colpa dei nostri padri: abbiamo peccato contro di te”. Il seguito viene dal Salmo 84[85],8: “Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza”.

La terza formula

La terza formula di preparazione penitenziale appare come uno sviluppo del Kyrie: Signore mandato dal Padre a salvare i contriti di cuore, abbi pietà di noi.  “Signore pietà”. Cristo venuto a chiamare i peccatori, abbi pietà di noi. “Cristo pietà”. Con queste invocazioni ci rivolgiamo con fiducia a Cristo: egli è mandato dal Padre per salvarci, è venuto per i peccatori e intercede per noi.

La benedizione dell’acqua e l’aspersione

Esiste ancora una quarta possibilità che si utilizza soprattutto nel tempo pasquale: il rito dell’aspersione. Il sacerdote benedice l’acqua dicendo: “Fratelli carissimi, in questo giorno del Signore, Pasqua della settimana, preghiamo umilmente Dio nostro Padre, perché benedica quest’acqua con la quale saremo aspersi in ricordo del nostro battesimo. Il Signore ci rinnovi interiormente, perché siamo sempre fedeli allo Spirito che ci è stato dato in dono. Dio eterno e onnipotente, tu hai voluto che per mezzo dell’acqua, elemento di purificazione e sorgente di vita, anche l’anima venisse lavata e ricevesse il dono della vita eterna: benedici quest’acqua, perché diventi segno della tua protezione in questo giorno a te consacrato. Rinnova in noi, Signore, la fonte viva della tua grazia e difendici da ogni male dell’anima e del corpo, perché veniamo a te con cuore puro. Per Cristo nostro Signore”.  Questa acqua benedetta che riceviamo è un ricordo del battesimo, della nostra “immersione” nella morte e risurrezione di Cristo che ci purifica da ogni peccato.

Ricapitolando:

Il rito penitenziale svolge un ruolo essenziale all’inizio della liturgia: non quello di colpevolizzarci, ma quello di prepararci alla celebrazione di questo grande mistero, aprendo il nostro cuore al perdono e ai frutti che il Signore vuole darci in ogni eucaristia. Il rito incomincia con un invito a prepararci alla celebrazione dell’eucaristia riconoscendo che siamo peccatori. Un tempo di silenzio ci permette di metterci con verità davanti a Dio e di prendere coscienza del nostro peccato. La preghiera Confiteor è una confessione che si rivolge a Dio con un riconoscimento pubblico (“a voi fratelli”) di tutte le modalità del peccato (“in pensieri, parole, opere ed omissioni”) e una richiesta di aiuto che manifesta la comunione dei santi. Con le parole di assoluzione, il celebrante implora il perdono del Signore. Infine, cantando il Kyrie, noi acclamiamo il Signore che ci perdona e intercediamo per il mondo intero. È importante, all’inizio di ogni messa che ci apriamo alla grazia e al perdono del nostro Dio. Potremmo, prima che la messa incominci, fare un piccolo esame di coscienza, al fine di domandare concretamente il perdono e l’aiuto del Signore.

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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