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Letture e Commento alla III Domenica di Quaresima
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Letture e Commento alla III Domenica di Quaresima

Gianni De Luca
17 marzo 2017

Letture: Es. 17,3-7; Rom. 5,1-2.5-8; Gv. 4,5-42

 

Commento esegetico – teologico

Nelle due prime domeniche di Quaresima la liturgia della Parola ci ha presentato la figura di Gesù Cristo, prima quale nuovo Adamo vincitore del demonio per la nostra salvezza, poi come Figlio di Dio che dà la vita per noi, il discorso di Mosè ed Elia alla Trasfigurazione.

Questa salvezza sarà spiegata nelle rimanenti domeniche di Quaresima con tre temi, o se si vuole con tre simboli: l’acqua, la luce, la vita. Sono elementi propri della liturgia battesimale, ripresi e sviluppati dalla liturgia della Quaresima.

La prima lettura della liturgia odierna narra il prodigio dell’acqua che sgorgò dalla roccia percossa dalla verga di Mosè. Elemento sempre fondamentale per la vita, l’acqua è particolarmente preziosa in Oriente dove è sempre piuttosto scarsa, specialmente nelle zone desertiche. Pertanto fu assunta come simbolo dell’aiuto del Signore, della sua grazia. La tradizione ebraica conservava memoria non solo della manna, ma anche dell’acqua miracolosa con cui Dio aveva dissetato il suo popolo. Il luogo del prodigio, per le circostanze in cui esso avvenne, fu chiamato Massa e Meriba, che significa in ebraico “luogo della tentazione”, perché il popolo tentò Iddio per vedere se era fedele alla sua promessa e “luogo della contesa”, perché il popolo ebbe una amara contesa con la sua guida spirituale Mosè. Ricordando quel fatto, la tradizione ebraica compose in seguito una preghiera in cui chiedeva a Dio un cuore più docile, più aperto all’ascolto della voce di Dio: il Salmo 94 che si legge in questa liturgia come Salmo responsoriale, con l’invocazione “Fa’ che ascoltiamo Signore, la tua voce!”.

Comunque il prodigio dell’acqua nel deserto diede al popolo nuova fiducia, speranza, senso della presenza confortante di Dio.

La terza lettura, il Vangelo, riprende il tema dell’acqua con la narrazione dell’incontro di Gesù con la donna samaritana. Gesù siede all’orlo del pozzo sul mezzogiorno e attende. La donna cui egli chiede dell’acqua è dura ad aprirsi al suo parlare: pregiudizi razziali e la situazione sua personale le impediscono una comprensione più profonda. Alla fine s’accorge di parlare con un “profeta”, si arrende, capisce la stoltezza della sua posizione precedente e si fa addirittura annunciatrice della salvezza nella sua città. L’acqua della grazia di Cristo ha raggiunto lei e i suoi concittadini. Notiamo che il fatto avviene tra i samaritani, popolo disprezzato dagli ebrei e messo al bando. Gesù supera i particolarismi ed offre a tutti l’acqua della salvezza.

La Quaresima, che anticamente serviva a preparare i catecumeni al battesimo, ora è il tempo privilegiato per rivivere il nostro battesimo, nella detestazione del peccato e approfondimento della nuova vita in Cristo.

Non è Quaresima cristiana, se non c’è maggior ascolto della Parola, più penitenza anche esterna e sociale, che mostri la nostra detestazione del peccato e la conversione.

La seconda lettura è tratta dalla Lettera ai Romani. Paolo, dopo aver detto che la fede in Cristo è l’unica fonte di giustificazione tanto per gli ebrei che per i pagani, descrive quella giustificazione come “pace con Dio” e speranza di salvezza eterna.

Pace con Dio: non siamo più oggetto della sua collera, bensì del suo amore; speranza che non delude, perché il cristiano già possiede l’amore di Dio, in Cristo. Se rischio c’è, esso deriva soltanto dalla cattiva volontà dell’uomo. L’amore di Dio è sicuro e ne è ovvia dimostrazione la morte in croce prestabilita dal Padre e dal Figlio per noi, proprio per noi, mentre eravamo peccatori e suoi nemici!

 

Messaggio di questa Domenica

Era mezzogiorno e il sole cadeva a picco. Gesù, dopo aver camminato a lungo, ormai stanco, aveva fame e sete. Mentre gli Apostoli erano andati a prendere da mangiare, lui si sedette presso l’antico pozzo di Giacobbe.

Ecco, quest’uomo stanco, assetato e affamato è il nostro Dio.

In nessun testo del pensiero umano è possibile trovare una tale descrizione di Dio. Il creatore eccolo lì, seduto, stanco, assetato e affamato. Gesù deve aver sentito così fortemente tali privazioni che si è identificato con tutti gli assetati e gli affamati.

Il Vangelo di Matteo ce lo ricorda: “avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere”. Era stanco, Gesù, ma non per il cammino fatto. La sua stanchezza, potremmo dire, nasceva dal suo correrci dietro per liberarci dal male, per difenderci dai pericoli, per liberarci dai peccati.

È la stanchezza del buon pastore che va in cerca della pecora perduta. Aveva fame, ma non di pane. Infatti i discepoli, dopo aver portato il cibo, dissero a Gesù: “Rabbì, mangia”; ma egli rispose: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete… Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato”.

I discepoli non capivano che la fame di Gesù era portare a compimento l’opera del Padre. Aveva sete, non di acqua, bensì della salvezza degli uomini.

È la stessa sete di Gesù sulla croce. Quel venerdì lo gridò: “Ho sete”. Mostrava così la verità di quella crocifissione: aveva a tal punto sete di salvarci da lasciarsi crocifiggere.

Anche quella donna ha sete, tanto che stava andando a prendere acqua al pozzo. La sua sete però è limitata, infatti non ha che una brocca per prendere acqua.

Anche noi, a differenza di Gesù, abbiamo una sete limitata, giusto un desiderio di qualche soddisfazione in più. La vita ci ha insegnato ad accontentarci. Forse da giovani sognavamo grandi cose: l’amicizia vera, un mondo giusto, la pace per tutti. Ma cosa è rimasto di questi sogni? Meglio accontentarsi di un po’ d’acqua per sé, che già è difficile ottenerla, e che gli altri si arrangino.

Quella Samaritana è una donna indurita, un po’ antipatica, risponde male a Gesù che gli chiede da bere. È rimasta scottata dalla vita ed ora tiene alla larga tutti. Ha avuto cinque mariti, cioè ha cercato il vero amore affidandosi a molti ma è sempre rimasta delusa, ora ha capito che è inutile e che è meglio attingere acqua per sé e lasciar perdere gli altri. Meglio non aspettarsi troppo dalla vita, meglio non cercare l’amore, l’amicizia.

A quella donna indurita e rassegnata il Signore offre un’acqua viva che non finisce. La vita della samaritana, segnata dalle delusioni e dai tradimenti, non le dava più speranza alcuna. Ormai non credeva negli altri e non aveva neppure tanta fiducia in sé.

Come poteva aver fiducia di uno straniero?

Come poteva capire che era Dio a parlarle in quel giudeo stanco e assetato e senza neppure uno strumento per prendere l’acqua? “Da dove hai dunque quest’acqua viva?” gli dice rassegnata e incredula.

Per lei abituata alla durezza della vita, la parola non contava più, non cambiava, non dava vita. Ma Gesù insiste: “chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete”.

È una tale insistenza che inizia a far breccia nel cuore di quella donna. Appunto come l’insistenza della Parola di Dio che torna sempre a parlarci. Così sgorga dal cuore di quella donna la prima preghiera: “Signore dammi di quest’acqua perché io non abbia più sete”.

È una preghiera un po’ impacciata, ma vera, perché le sale dal cuore. Ed è il cuore che vuole Gesù; è lì che egli cerca i veri adoratori. Non contano le cose o gli atteggiamenti esterni, conta il cuore.

Alla domanda della donna su chi sia il Messia, Gesù risponde: “Sono io che ti parlo”.

In quel caldo mezzogiorno, quell’uomo stanco aveva risposto con le parole solenni che Dio disse a Mosè dal roveto ardente: “Sono io”.

Non ci vuole grande solennità per vivere l’incontro a tu per tu con Dio, solo bisogna desiderarlo. Egli ci viene incontro e vuole entrare nel cuore di ognuno di noi per dirci il suo amore e assieme il bisogno che ha di noi.

Da quell’incontro un’energia nuova entrò nel cuore di quella donna: “Lasciò la brocca e andò in città e disse: Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto… Uscirono allora dalla città e andarono da lui”.

Un’energia di amore era entrata nella sua vita e l’ha resa una donna capace di cose grandi di tornare a credere nel potere della parola, della comunicazione di un destino nuovo, assieme a Dio.

Anche noi, tante volte, ci avviamo stancamente ogni giorno al pozzo della vita cercando di ricavarne un po’ di felicità per noi stessi, una qualche soddisfazione. Eppure lì incontriamo chi può donarci la felicità tutta intera, il sogno realizzato di un modo di vivere che non finisce più perché ha il suo stesso cuore dilatato di amore.

Lasciamoci, allora, prendere da quelle parole, perché non dobbiamo più tornare stancamente a cercare una felicità falsa, che si esaurisce subito, ma possiamo essere come sommersi dalla gioia della vita del Vangelo, veramente umana e piena.

 

Per la vita

Cari fratelli e sorelle!

Questa III Domenica di Quaresima è caratterizzata dal celebre dialogo di Gesù con la donna Samaritana, raccontato dall’evangelista Giovanni. La donna si recava tutti i giorni ad attingere acqua ad un antico pozzo, risalente al patriarca Giacobbe, e quel giorno vi trovò Gesù, seduto, “affaticato per il viaggio” (Gv 4,6).

Sant’Agostino commenta: “Non per nulla Gesù si stanca … La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato … Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci” (In Ioh. Ev., 15, 2).

La stanchezza di Gesù, segno della sua vera umanità, può essere vista come un preludio della passione, con la quale Egli ha portato a compimento l’opera della nostra redenzione.

In particolare, nell’incontro con la Samaritana al pozzo, emerge il tema della “sete” di Cristo, che culmina nel grido sulla croce: “Ho sete” (Gv 19,28). Certamente questa sete, come la stanchezza, ha una base fisica. Ma Gesù, come dice ancora Agostino, “aveva sete della fede di quella donna” (In Ioh. Ev. 15, 11), come della fede di tutti noi. Dio Padre lo ha mandato a saziare la nostra sete di vita eterna, donandoci il suo amore, ma per farci questo dono Gesù chiede la nostra fede. L’onnipotenza dell’Amore rispetta sempre la libertà dell’uomo; bussa al suo cuore e attende con pazienza la sua risposta.

Nell’incontro con la Samaritana risalta in primo piano il simbolo dell’acqua, che allude chiaramente al sacramento del Battesimo, sorgente di vita nuova per la fede nella Grazia di Dio. Questo Vangelo, infatti, come ho ricordato nella Catechesi del Mercoledì delle Ceneri, fa parte dell’antico itinerario di preparazione dei catecumeni all’iniziazione cristiana, che avveniva nella grande Veglia della notte di Pasqua.

“Chi berrà dell’acqua che io gli darò – dice Gesù – non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Quest’acqua rappresenta lo Spirito Santo, il “dono” per eccellenza che Gesù è venuto a portare da parte di Dio Padre. Chi rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, cioè nel Battesimo, entra in una relazione reale con Dio, una relazione filiale, e può adorarLo “in spirito e verità” (Gv 4,23.24), come rivela ancora Gesù alla donna Samaritana. Grazie all’incontro con Gesù Cristo e al dono dello Spirito Santo, la fede dell’uomo giunge al suo compimento, come risposta alla pienezza della rivelazione di Dio.

Ognuno di noi può immedesimarsi con la donna Samaritana: Gesù ci aspetta, specialmente in questo tempo di Quaresima, per parlare al nostro, al mio cuore. Fermiamoci un momento in silenzio, nella nostra stanza, o in una chiesa, o in un luogo appartato. Ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio…”. Ci aiuti la Vergine Maria a non mancare a questo appuntamento, da cui dipende la nostra vera felicità.

BENEDETTO XVI, ANGELUS, Piazza San Pietro, Domenica, 27 marzo 2011

 

 

 

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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