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Letture e Commento alla IV Domenica di Quaresima
a2, La Liturgia, Rubriche

Letture e Commento alla IV Domenica di Quaresima

Gianni De Luca
23 marzo 2017

Letture: I° Sam. 16,1.4.5.6-7.10-13; Ef. 5,8-14; Giov. 9,1-41

 

Commento esegetico – teologico

La liturgia della Parola di questa domenica rivolge alla nostra attenzione l’invito a meditare attorno al simbolismo cristiano della luce. Al nostro battesimo fu accesa una candela; ora è il momento di approfondire seriamente il significato di quel gesto simbolico, per comprenderne il valore e viverlo.

La terza lettura, il Vangelo, riferisce uno dei più bei racconti di miracoli, o meglio di segni, come li chiama il quarto vangelo. Si tratta di un racconto straordinariamente vivace: il cieco dalla nascita è deciso nella sua sicurezza, è padrone della situazione, mentre i farisei annaspano sempre più all’oscuro nel loro imbroglio, sono chiusi nella loro grettezza e non vogliono accettare la luce che viene dal Signore. Il fatto proviene certamente dalla tradizione antica; anche i sinottici conoscono casi di guarigione di ciechi. Giovanni ha voluto fermarsi su questo miracolo con un’ampiezza insolita, perché in esso ci sono un simbolo e una ricca dottrina: il cieco acquista la vista, e non solo materialmente, mentre i farisei si acciecano con caparbietà, andando contro ogni evidenza, navigando nell’insicurezza, aggrappati a qualche vecchio pregiudizio.

Intanto, all’inizio del racconto si nega ogni valore alla concezione allora tanto diffusa che nel destino terreno di un uomo già si rispecchi il giudizio di Dio: né il cieco né i suoi genitori hanno peccato! La sofferenza umana può avere ben altri misteriosi motivi; può entrare nel piano di un disegno di divina benevolenza! Il cieco dalla nascita ha acquisito una luce e un coraggio nuovi, a differenza di altri miracolati e dei suoi genitori, che non sono eroi!, anzi…Come lui quanti cristiani della prima generazione furono cacciati dalle sinagoghe!, basta leggere il Libro degli Atti degli apostoli.

Il cieco nato si dimostra coraggioso di fronte ai farisei che lo insultano cullandosi nella loro coscienza orgogliosa, inebriata di tradizioni e di privilegi. Gesù, quando viene a sapere che l’hanno cacciato dalla sinagoga, si presenta nuovamente al cieco, quasi a premiarlo; e questa volta il cieco è in grado di fare una professione di fede veramente salvifica: “Io credo, Signore”. Gesù termina asserendo ancora una volta di essere la luce del mondo che acceca i superbi, illumina gli umili.

Il battesimo fu chiamato dagli antichi cristiani con il nome di “illuminazione”. Nella seconda lettura Paolo ricorda ai cristiani di Efeso che un tempo essi erano “tenebre” perduti in opere di cui è vergognoso persino parlare. Dopo il battesimo, illuminato da Cristo, il cristiano deve camminare nella luce della bontà, della giustizia e della carità.

Paolo termina con quello che doveva essere un brano di un inno battesimale, con cui si ricordava al neofito la sua nuova situazione: “Svegliati, o tu che dormi; destati dai morti e Cristo ti illuminerà” L’applicazione di queste letture al cristiano di oggi è facile: egli deve liberarsi da ogni superba autosufficienza; accettare la parola di Dio; superare le ostilità con coraggio e decisione. Non siamo luce, il mondo la cerca in altre direzioni e forse anche noi. Alla luce della fede battesimale valutiamo la nostra vita e togliamo quanto sa di tenebre, errore, malvagità, concupiscenza.

Anche la prima lettura, dal primo Libro di Samuele, si inserisce in questa problematica. Davide accetta l’unzione profetica, e da quel momento lo Spirito è su di lui; è anch’egli un illuminato. La sua vita, trascorsa in sostanziale coerenza e fedeltà alla luce ricevuta è un esempio e un monito a noi. Anche lo spirito penitente, con cui ha accettato di espiare lungamente il suo peccato attraverso sofferenze e contraddizioni, può essere una guida nella nostra conversione e penitenza quaresimale.

 

Messaggio di questa Domenica

Nella prima lettura della liturgia di questa Domenica, tratta dal primo libro di Samuele, c’è descritta l’iniziativa di Dio che ha voluto dare un re al popolo d’Israele, e per questo invia lo stesso Samuele da Iesse, un pastore, per ungere, cioè marcare come prescelto da Dio, uno dei suoi figli come re del popolo.

Dio infatti sa che senza una guida responsabile e sicura un popolo non può vivere, perché è come un corpo senza un’anima. Abbandonati a se stessi infatti gli uomini vengono spazzati dai venti degli umori, delle mode e del pensare comune, si lasciano attrarre da ciò che li appassiona sul momento, scelgono sui banchi del supermercato della vita i prodotti che più lo attraggono in una sorta di consumismo materiale e spirituale che porta a fare le esperienze più disparate senza un vero scopo per la vita. Insomma si vive così una vita alla rincorsa del piacere e della soddisfazione di ciò che momento dopo momento ci sembra più attraente. Anche a livello sociale questo ha pesanti conseguenze. Lo vediamo anche oggi attorno a noi: senza il senso di un destino comune che coinvolge tutta la comunità nazionale o mondiale si inseguono gli interessi particolari, gli uni in conflitto con gli altri, nello sforzo di prevaricare ed escludere gli altri.

Ma così, sia a livello individuale che a livello globale, non si raggiunge la felicità che tanto desideriamo. Al massimo si trova una soddisfazione momentanea, sempre minacciata e fugace. Ma non basta questa per costruire una gioia duratura e vivere una pace stabile.

È quello che vediamo plasticamente accadere nell’episodio raccontato nel Vangelo di oggi da Giovanni. C’è un uomo cieco dalla nascita, un mendicante, un poveraccio al bordo della strada. Per lui non c’è pietà negli apostoli che tutto quello che sanno fare è discutere su di chi è la colpa di quella disgrazia: la sua o dei suoi genitori?

Per la sua guarigione non c’è gioia nei farisei che invece di riconoscere la misericordia piena di compassione di Dio in quel miracolo straordinario maltrattano l’uomo guarito come se avesse compiuto una grave colpa.

Perfino i genitori del povero cieco non stanno dalla sua parte: per paura di avere problemi lo scaricano come un fardello ingombrante e fastidioso: ci pensi da sé.

Ognuno cioè persegue il proprio interesse, cerca la propria soddisfazione e non riesce a gioire della felicità altrui. Per tutti quel cieco non contava nulla prima, quando mendicava sulla strada, e nemmeno ora che gioisce per la vista riacquistata. La logica individualistica ed egoistica del mondo infatti ci insegna che l’unica gioia è quella che viene dal mio profitto, degli altri chi se ne importa.

Gesù invece con il suo gesto pieno di misericordia, con la sua attenzione per il mendicante sul quale non si limita a discutere, come fanno gli apostoli, ma per il quale si dà da fare per guarirlo, ci insegna che la vera gioia viene dal condividere i motivi della felicità altrui, nel raggiungere assieme il bene comune: che tutti stiano bene e possano vivere una vita felice, anche chi non conta nulla per il mondo, come un cieco mendicante.

Anche noi troppe volte siamo come i farisei o come gli apostoli: capaci di discutere dei problemi sociali o pronti a prendercela con chi è debole e povero per la sua presenza fastidiosa, come avviane in questi giorni ad esempio per gli immigrati che fuggono dal Sud del Mediterraneo. Così facendo però noi ci costruiamo una falsa felicità, basata sul proprio interesse egoistico. C’è bisogno di una guida sapiente e responsabile che ci aiuti a non chiudere gli occhi sul bisogno degli altri e a non cercare solo la propria illusoria soddisfazione personale. C’è bisogno di un re perché la vita di un uomo e dei popoli sia felice e pacifica, perché non siamo schiavi delle passioni momentanee e delle illusioni fugaci.

Noi quel re lo abbiamo incontrato: è il Signore, ma troppo spesso ci sembra che non sia forte abbastanza per proteggerci dai rischi della vita e per garantirci un futuro sicuro. E’ un re che in questo tempo di Quaresima ci prepariamo a incontrare coronato di spine, malmenato e deriso, e infine crocifisso come un malfattore.

Come possiamo fidarci di un re che non riesce nemmeno a salvare se stesso?

È quello che probabilmente pensava anche Samuele quando si accingeva a scegliere fra i figli di Iesse il re d’Israele: istintivamente scelse il più grande e vigoroso, quello che aveva l’aspetto di un re forte, ma Dio gli disse: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”. Sì, anche a noi Dio in questo tempo di preparazione all’incontro con il Signore della passione e della croce dice lo stesso: non guardare all’apparenza, ma al cuore. Il cuore di Gesù proprio nella via dolorosa che lo porta alla croce si rivela come un cuore pieno di passione per gli uomini, disposto a farsi torturare e rompere in due pur di non tenere niente per sé e di dare tutto se stesso per la salvezza altrui.

È il messaggio forte che ci giunge dalla parola di Dio in questa penultima tappa nel cammino di Quaresima: impariamo a gioire per il bene degli altri, e non solo per il nostro, a cercare il vantaggio di chi ha bisogno di aiuto e non solo di me stesso. Scopriremo in questa che ci appare come una scandalosa debolezza tutta la forza dell’amore di Cristo che sulla croce non salvò se stesso, ma gli altri, persino quelli che lo stavano uccidendo, e per questo ricevette dal Padre la forza di una vita nuova che nella resurrezione vinse la morte. È questo il traguardo che il Signore ci indica e ci accompagna a raggiungere, se noi, come discepoli docili, lo accettiamo come il re della nostra vita.

 

Per la vita

“Il Vangelo odierno ci presenta l’episodio dell’uomo cieco dalla nascita, al quale Gesù dona la vista. Il lungo racconto si apre con un cieco che comincia a vedere e si chiude – è curioso questo – con dei presunti vedenti che continuano a rimanere ciechi nell’anima. Il miracolo è narrato da Giovanni in appena due versetti, perché l’evangelista vuole attirare l’attenzione non sul miracolo in sé, ma su quello che succede dopo, sulle discussioni che suscita; anche sulle chiacchiere, tante volte un’opera buona, un’opera di carità suscita chiacchiere e discussioni, perché ci sono alcuni che non vogliono vedere la verità. L’evangelista Giovanni vuol attirare l’attenzione su questo che accade anche ai nostri giorni quando si fa un’opera buona. Il cieco guarito viene prima interrogato dalla folla stupita – hanno visto il miracolo e lo interrogano -, poi dai dottori della legge; e questi interrogano anche i suoi genitori. Alla fine il cieco guarito approda alla fede, e questa è la grazia più grande che gli viene fatta da Gesù: non solo di vedere, ma di conoscere Lui, vedere Lui come «la luce del mondo» (Gv 9,5).

Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, i dottori della legge al contrario sprofondano sempre più nella loro cecità interiore. Chiusi nella loro presunzione, credono di avere già la luce; per questo non si aprono alla verità di Gesù. Essi fanno di tutto per negare l’evidenza. Mettono in dubbio l’identità dell’uomo guarito; poi negano l’azione di Dio nella guarigione, prendendo come scusa che Dio non agisce di sabato; giungono persino a dubitare che quell’uomo fosse nato cieco. La loro chiusura alla luce diventa aggressiva e sfocia nell’espulsione dal tempio dell’uomo guarito.

Il cammino del cieco invece è un percorso a tappe, che parte dalla conoscenza del nome di Gesù. Non conosce altro di Lui; infatti dice: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi» (v. 11). A seguito delle incalzanti domande dei dottori della legge, lo considera dapprima un profeta (v. 17) e poi un uomo vicino a Dio (v. 31). Dopo che è stato allontanato dal tempio, escluso dalla società, Gesù lo trova di nuovo e gli “apre gli occhi” per la seconda volta, rivelandogli la propria identità: «Io sono il Messia», così gli dice. A questo punto colui che era stato cieco esclama: «Credo, Signore!» (v. 38), e si prostra davanti a Gesù. Questo è un brano del Vangelo che fa vedere il dramma della cecità interiore di tanta gente, anche la nostra perché noi alcune volte abbiamo momenti di cecità interiore.

La nostra vita a volte è simile a quella del cieco che si è aperto alla luce, che si è aperto a Dio, che si è aperto alla sua grazia. A volte purtroppo è un po’ come quella dei dottori della legge: dall’alto del nostro orgoglio giudichiamo gli altri, e perfino il Signore! Oggi, siamo invitati ad aprirci alla luce di Cristo per portare frutto nella nostra vita, per eliminare i comportamenti che non sono cristiani; tutti noi siamo cristiani, ma tutti noi, tutti, alcune volte abbiamo comportamenti non cristiani, comportamenti che sono peccati. Dobbiamo pentirci di questo, eliminare questi comportamenti per camminare decisamente sulla via della santità. Essa ha la sua origine nel Battesimo. Anche noi infatti siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, affinché, come ci ricorda san Paolo, possiamo comportarci come «figli della luce» (Ef 5,8), con umiltà, pazienza, misericordia. Questi dottori della legge non avevano né umiltà, né pazienza, né misericordia!

Io vi suggerisco, oggi, quando tornate a casa, prendete il Vangelo di Giovanni e leggete questo brano del capitolo 9. Vi farà bene, perché così vedrete questa strada dalla cecità alla luce e l’altra strada cattiva verso una più profonda cecità. Domandiamoci come è il nostro cuore? Ho un cuore aperto o un cuore chiuso? Aperto o chiuso verso Dio? Aperto o chiuso verso il prossimo? Sempre abbiamo in noi qualche chiusura nata dal peccato, dagli sbagli, dagli errori. Non dobbiamo avere paura! Apriamoci alla luce del Signore, Lui ci aspetta sempre per farci vedere meglio, per darci più luce, per perdonarci. Non dimentichiamo questo! Alla Vergine Maria affidiamo il cammino quaresimale, perché anche noi, come il cieco guarito, con la grazia di Cristo possiamo “venire alla luce”, andare più avanti verso la luce e rinascere a una vita nuova”.

 

Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, IV Domenica di Quaresima, 30 Marzo 2014

 

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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