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Letture e Commento alla V Domenica di Quaresima
a2, La Liturgia

Letture e Commento alla V Domenica di Quaresima

Gianni De Luca
31 marzo 2017

Letture: Ez 37,12-14; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

Commento esegetico-teologico

Gesù è la risurrezione e la vita, la nostra vita: ecco il tema dell’odierna liturgia della parola. Nella Pasqua l’uomo è chiamato ad una risurrezione; ciò avverrà nella misura in cui egli accetta la presenza di Cristo che converte e vivifica.

La prima lettura ricorda la parola profetica di Ezechiele: a un popolo umiliato e disperso nell’esilio egli ripromette a nome di Dio nuova vita, il ritorno e la ricostruzione della nazione. Da ciò comprenderanno che Dio è il loro Signore. Precedentemente il profeta aveva avuto la visione fantastica delle ossa aride che riprendono vita e movimento. Dio ama la vita, dona, la vita.

La terza lettura, riporta il miracolo della risurrezione di Lazzaro, perché tutti comprendano che Gesù è “la risurrezione e la vita”. Lo scopo umanitario di consolare le due sorelle è del tutto secondario, di fronte al precedente. Secondo i Dodici il fatto stesso di recarsi in Giudea in quel momento è un’imprudenza, per lui che vi ha molti nemici. Ma Gesù si dimostra padrone del suo destino: come la luce del giorno permette all’uomo di muoversi senza pericolo per dodici ore, così egli si sente al sicuro, finché non sia giunto al termine della sua opera. “Chi crede in me, anche se morto, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”: queste parole sono l’apice del racconto. Dopo il miracolo Giovanni non indugia, non dice una parola in più, né su Lazzaro, né sulle sorelle, né sullo stupore, gioia e commozione che dovettero assalire i presenti. Preferisce fermarsi ad osservare che molti credettero in lui. Non tutti dunque il che vuol dire che nemmeno il miracolo vince certi comportamenti dell’incredulità. Le passioni hanno la loro parte: quanti temono di essere minacciati nel loro interesse o prestigio dalla figura di Gesù si chiudono anche di fronte all’evidenza. L’uomo deve stare attento a non chiudersi alla luce del vangelo (tema di domenica scorsa), e alla vita che è in Cristo.

Alla seconda lettura Paolo ricorda ai Romani che colui che non vive più secondo la carne ha già in sé lo Spirito che ha risuscitato il Cristo, il quale risusciterà anche il nostro corpo mortale. La vita eterna e la nostra risurrezione sono parte fondamentale del messaggio cristiano, da rimeditare sovente. Però sul grande mistero della nostra risurrezione, bisogna far tacere molte curiosità inutili: come, quando, in che modo risorgeranno i nostri corpi. Anche la Bibbia al riguardo dà lezione di sobrietà: saremo veramente noi, gloriosi o sofferenti, nella nostra totalità di corpo e spirito, a seconda della condotta che abbiamo tenuta.

Messaggio di questa Domenica

Mentre i nostri passi si avvicinano sempre più a Gerusalemme, in questo nostro cammino di Quaresima assieme a Gesù, ci giunge la notizia della malattia mortale dell’amico Lazzaro, il fratello di Marta e Maria. In questi giorni ci giungono tante notizie di malattia e di morte: tante notizie di morte che si rincorrono e si accavallano, tanto che facciamo fatica a mantenerne vivo il ricordo e aperto il cuore.

È facile infatti dimenticare e pensare che in fondo è normale che sia così, meglio non pensarci e non darsene troppa pena. È quello che dicono anche gli apostoli: “Lascia perdere, tanto passerà!” Eppure anche loro, con Gesù, tante volte erano stati assieme a Betania, ma ora, davanti al dolore di Marta e Maria, e alla malattia e morte di Lazzaro, fanno con cinismo il calcolo di cosa conviene loro: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” perché rischiare, affrontare sacrifici e pericoli? Perché rimetterci?

La mentalità calcolatrice che cerca il proprio tornaconto suggerisce, con prudenza, di relativizzare l’accaduto per non doverne tenere conto. In fondo è lo stesso ragionamento che facciamo noi: troppi drammi, troppe disgrazie. Poi si sa. Il dolore si contagia, rende tristi, fa soffrire, ci si rimette, meglio non immischiarsi. Spontaneamente noi ci ritraiamo davanti al dolore di un fratello e di una sorella per evitare di restarne troppo coinvolti, e poi cosa possiamo farci?

Gesù invece reagisce diversamente, e appena saputo decide di andare da loro: “Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».” Gesù vuole stare ‘con loro’, non li lascia soli. Non evita la sofferenza ma anzi vuole superarla con la sua presenza piena di amore.

Infatti, a differenza di noi, Gesù davanti alle manifestazioni del male, allora come ancora oggi, riesce a vedere non solo il muro che blocca ogni via di uscita, come la pietra pesante che sigilla la tomba di Lazzaro, ma intravede il futuro diverso che può dischiudersi: “All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».

Dietro infatti ogni notizia di dolore c’è una domanda di salvezza che Dio non lascia inascoltata. Dietro il dramma delle migliaia di persone che rischiano la morte in mare c’è una fame di futuro, una speranza di vita, ma chi l’ascolta? Chi se ne fa portavoce? Chi la fa sua? Non i governi attenti alle logiche del consenso elettorale, non la società annoiata delle immagini drammatiche.

Dio vorrebbe che quella domanda trovasse la risposta generosa e solidale di un mondo ricco ma paralizzato dalla paura. Dio vorrebbe che dalla bocca dei poveri potessero giungere la lode perché il loro desiderio disperato è stato accolto. Ma niente: il silenzio di morte della tomba sembra l’unica reazione che sappiamo avere, condanna e delusione per ogni speranza.

Davanti alla tomba dell’amico Gesù piange. Il dolore non lo lascia indifferente, anche quando non è il suo, anche quando ormai sembra inutile ogni sforzo. Tutti dicono: sono quattro giorni che è morto! È una constatazione realistica, non dicono il falso, sono ragionevoli e pratici. La rassegnazione davanti al male e la paura che fa ritrarre davanti al dolore altrui si riveste sempre degli abiti paludati del realismo e della ragionevolezza.

Gesù non fugge, non veste gli abiti del realismo, ma piange, si fa interprete del dolore di Marta, Maria e Lazzaro e grida il suo nome: “gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».” Nel nome gridato c’è tutta la partecipazione di Gesù al dolore dell’amico ed esprime la preghiera fiduciosa al Padre. Nemmeno di questo siamo capaci noi: avari non solo del nostro, ma anche incapaci di chiedere a Dio che doni lui del suo amore.

Il grido di chi piange per il dolore altrui giunge diritto a Dio. Supera le nubi e tocca direttamente il cuore del Padre. C’è una forza straordinaria nelle lacrime di chi piange non su di sé ma sul fratello malato o morto. Il grido e il pianto di Gesù cambiano la storia e buttano giù il muro dell’impossibile. Eppure davanti alla croce non si è trovato chi piangesse per lui, tutti gli amici sono fuggiti. Sul Golgota nessuno grida con tenerezza e amore il suo nome, nemmeno Lazzaro per il quale lui aveva invocato il Padre: buio e silenzio avvolgono quella croce.

Tutti quelli che nel dolore invocano Dio sono da lui ascoltati, anche se non trovano chi alzi la sua voce per loro e li ricordi per nome. La loro invocazione inascoltata suona però alle orecchie di Dio come la condanna per chi, pur potendo, non ha fatto nulla. Il mondo ricco e paralizzato dalla paura di rimetterci, affannato all’inseguimento del proprio tornaconto non ha tempo per ascoltarle, perché corre con fretta precipitosa verso la propria condanna definitiva.

Finché siamo in tempo fermiamoci, finché possiamo volgiamo l’orecchio alla voce dei disperati, piangiamo con loro e gridiamo il loro nome dimenticato da tutti, e anche noi saremo salvati.

Per la vita

Non c’è nessun limite alla misericordia di Dio.

Gesù «gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. E il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario». «Questo grido perentorio è rivolto ad ogni uomo, perché tutti siamo segnati dalla morte, tutti noi; è la voce di Colui che è il padrone della vita e vuole che tutti “l’abbiano in abbondanza”. Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui non si rassegna a questo! Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. Ci chiama insistentemente ad uscire dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. “Vieni fuori!”, ci dice, “Vieni fuori!”. È un bell’invito alla vera libertà, a lasciarci afferrare da queste parole di Gesù che oggi ripete a ciascuno di noi».

Un invito a lasciarci liberare dalle “bende”, dalle bende dell’orgoglio. Perché l’orgoglio ci fa schiavi, schiavi di noi stessi, schiavi di tanti idoli, di tante cose. La nostra risurrezione incomincia da qui: quando decidiamo di obbedire a questo comando di Gesù uscendo alla luce, alla vita; quando dalla nostra faccia cadono le maschere, tante volte noi siamo mascherati dal peccato […] e noi ritroviamo il coraggio del nostro volto originale, creato a immagine e somiglianza di Dio».

Allo stesso tempo, la resurrezione di Lazzaro mostra «fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione, il nostro cambiamento. Ma sentite bene: non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! ricordatevi bene questa frase. E possiamo dirla insieme tutti: “Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti” […] Il Signore è sempre pronto a sollevare la pietra tombale dei nostri peccati, che ci separa da Lui, la luce dei viventi».

Dall’Angelus del 6 aprile 2014 di Papa Francesco

 

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell’Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora.
Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale.
Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l’Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe “Angelicum”.
Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma.
Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l’Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant’Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera “I 5 Sassi”, è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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