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Letture e Commento alla Domenica delle Palme – Anno A
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Letture e Commento alla Domenica delle Palme – Anno A

Gianni De Luca
7 aprile 2017

Letture: Is 50, 4-7; Fil 2, 6-11; Mt 26, 14-27, 66

 

Commento esegetico-teologico

La Liturgia odierna prevede, all’inizio dell’assemblea domenicale, la benedizione e processione con i rami di olivo, o almeno un’antifona di Introito che ricorda il solenne ingresso di Gesù nella santa Città, nella città della sua passione, come un re pacifico, acclamato dalla folla, come era stato predetto dal profeta (Zac 9, 9).

In memoria di quel gesto messianico si benedice l’olivo, che portiamo a casa come un ricordo religioso della passione, come un segno e un richiamo che ci introduce nel clima di riflessione proprio della Settimana Santa.

La terza lettura è la narrazione della passione secondo Matteo: un po’ lunga, abbastanza minuta, il cui ricordo ci può fruttuosamente accompagnare in tutta la settimana. L’omelia potrebbe invitare a meditare alcuni punti. A esempio:

la grande sofferenza di Cristo, abbastanza sottolineata nella narrazione evangelica;

  • la padronanza assoluta della situazione da parte di Gesù che accetta la volontà del Padre: un messianismo che passa attraverso la sofferenza per i nostri peccati;
  • il dolore (con amore e pentimento) di Pietro per il suo peccato; il dolore (senza pentimento e amore) di Giuda e la sua disperazione;
  • i segni di trionfo che Matteo ama sottolineare già presenti misteriosamente alla morte di Gesù: segni liturgici, il velo del Tempio che si scinde; cosmici, l’oscuramento; escatologici, i morti che risorgono; psicologici, il centurione si batte il petto: «Davvero costui era il Figlio di Dio!»

La prima lettura ritorna sulla figura messianica del Servo di Jahvè quale appare in Isaia. In questo brano parla direttamente il Servo descrivendo la sua missione: Egli ha un ufficio profetico: ascolta quanto Dio gli manifesta; ha una lingua da discepolo iniziato, cioè una lingua esercitata, abituata a trasmettere un messaggio (Dio gli apre l’orecchio); con la parola e con l’esempio deve infondere fiducia e consolare. Da parte sua il Servo accetta con rassegnazione le difficoltà e persecuzioni. (Sono descritti i dolori fisici e le disposizioni spirituali; la fiducia in Dio che non lo lascerà deluso). Il brano è una descrizione anticipata del giusto sofferente, testimone di Dio in mezzo alle persecuzioni, non mai sfiduciato. Esso si verificò in modo eccellente e unico, nel Cristo, sofferente per i nostri peccati. Le espressioni del Servo ritornano, più o meno, nel salmo responsoriale, che è la preghiera di fiducia di un uomo sofferente. Con esso Cristo pregò sulla croce. Noi ne abbiamo ripetuto il versetto iniziale, mentre il lettore ha intercalato la drammatica descrizione dei dolori della Passione e dei sentimenti con cui fu affrontata: lode a Dio e amore ai fratelli.

La seconda lettura riferisce il cosiddetto «inno» della lettera ai Filippesi, uno dei brani cristologici più celebri, probabilmente desunto dalla liturgia del tempo. Cristo non sta attaccato gelosamente alla sua uguaglianza con Dio, ma quasi se ne spoglia facendosi uomo e obbedendo fino alla morte di croce. Paolo ne trae lezioni morali per il cristiano: accetti volentieri l’obbedienza, la sottomissione… «Per questo, Dio lo ha esaltato (…) perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi». La risurrezione è espressa qui con il linguaggio di esaltazione: si umiliò, fu esaltato. È un linguaggio abbastanza usato, che permette di afferrare meglio il significato della risurrezione come trionfo e glorificazione di Cristo Uomo-Dio.

Messaggio di questa Domenica

Con questa domenica si apre la settimana santa di passione morte e resurrezione del Signore Gesù. È un tempo santo perché siamo chiamati a rivivere in prima persona i momenti più importanti della vita del Signore. Le liturgie di questi giorni infatti ci danno un grande privilegio: essere contemporanei di Gesù e stare in sua compagnia in queste ore difficili. Per questo è necessario in questa settimana non farsi vincere da un senso scontato e banale, dall’abitudine o, peggio, dall’affanno per le cose da fare. Solo una cosa c’è da fare e ha la priorità assoluto: stare assieme a Gesù nell’ora del dolore e dell’abbandono.

Oggi comincia questo cammino accompagnando Gesù mentre entra in Gerusalemme fra due ali di folla festosa. Tutti lo esaltano e vogliono farlo re! La folla prende dei rami e li agita per esprimere la loro gioia. Anche noi ripetiamo quel gesto, e nelle nostre mani abbiamo un ramo di ulivo a significare che anche noi lo abbiamo visto entrare trionfalmente. Siamo stati presenti nel momento del successo e della festa. Anche noi abbiamo gioito. Ma tante volte la nostra felicità assomiglia ad una ubriacatura: è facile entusiasmarsi, come è altrettanto facile intristirsi, restare delusi, divenire aggressivi.

Sì la nostra vita spesso è preda degli umori, delle infatuazioni passeggere, delle passioni del momento, poiché tutto ruota attorno a se stessi ed al piccolo mondo fatto delle abitudini e degli scenari limitati entro i quali si svolge la nostra vita.

La Settimana Santa viene ad aprire un grande squarcio nell’orizzonte stretto in cui si giocano abitualmente i nostri drammi e passioni e vi fa entrare la vita e la storia di una grande folla. Sì, una grande folle accompagna le vicende delle ultime ore di Gesù: i discepoli, le guardie, Pilato, le folle, i sacerdoti e il sinedrio, Simone di Cirene, i due ladroni, ecc… Gesù muore solo, ma attorniato da una grande folla. E non è una folla anonima e omogenea, come quella delle piazze.

Il Vangelo che udiamo getta un fascio di luce potente su ciascuno di loro. Le loro azioni, le parole, il modo di comportarsi, persino i sentimenti più intimi e gli stati d’animo, rivelano la verità profonda di ciascuno per quello che egli è: Giuda era uno dei dodici, ha vissuto mescolato fra loro e come loro, ma in questa ora estrema si rivela un traditore; Pilato era un funzionario come tanti, timoroso di sbagliare e attento alla carriera, ma ora la sua paura si rivela complice dell’omicidio efferato di un innocente; i capi dei giudei erano persone oneste e irreprensibili di fronte alla legge, attenti a mantenersi entro le norme, ma davanti a Gesù accusato in modo palesemente ingiusto, la loro legge si rivela solo convenienza e opportunismo.

E così via: il Vangelo della passione del Signore rivela con la sua potente luce la verità di ciascuno, anche di noi. Nella vita quotidiana ci barcameniamo, troviamo il nostro equilibrio, ci mascheriamo e ci difendiamo, ma oggi davanti al Vangelo non possiamo più. Il nostro modo di vivere è posto come sotto un riflettore potente che ne rivela la verità più profonda, al di là di quello che sembra o che mostriamo. Sì, ogni volta che accettiamo di porci con sincerità e cuore aperto davanti all’umanità umiliata, schiacciata, abbandonata da tutti, schernita, offesa, giudicata ingiustamente, colpita e ferita, incatenata e condannata a morte dei tanti che come Gesù percorrono oggi accanto a noi la loro via dolorosa, essa rivela a noi stessi e agli altri la nostra vera umanità: paurosa, traditrice, spaventata e opportunista, violenta, indifferente.

Chi siamo veramente noi? Ci chiediamo oggi dopo aver ascoltato il Vangelo della passione di Gesù. I discepoli avevano camminato con Gesù per tanto tempo, come noi, eppure nel momento dell’arresto tirano fuori le spade che avevano con sé nascoste. Si sentono in diritto di difendersi aggredendo e rispondendo con violenza alla violenza. Gesù no: si lascia prendere, tradire e arrestare. I discepoli si sentono forti della forza della violenza che difende attaccando. Gesù ha una sola arma, che è la sua parola, che non viene meno, nonostante la terribile violenza a cui è sottoposto. È una parola che non viene usata per difendere se stesso, infatti davanti a Pilato e al sommo sacerdote tace, non è per cercare di avere il favore di chi contava e poteva essergli utile. È una parola che non è usata contro qualcuno, come una spada, anche se è tagliente e affilata più di una lama, e penetra dentro le viscere: a Giuda che viene con un drappello di soldati armati dice: “Amico!” una parola che taglia più di una spada e cerca fino all’ultimo di tirar fuori dall’anima accecata dall’odio il debole lucignolo di umanità.

A chi lo stava crocifiggendo Gesù dice: “Padre perdona loro”, parole dirompenti contro il male che stavano compiendo.

A noi spaventati che ci armiamo con le spade affilate dell’aggressività contro gli altri per difenderci, il Gesù della Passione insegna a fidare nella forza delle parole buone e di perdono: parole che riescono a scalfire persino la durezza dei soldati romani che, davanti ad esse riconoscono in quel moribondo Dio, e dicono: “Davvero costui era figlio di Dio”.

Oggi, Domenica delle Palme, facciamoci inondare dalla luce che il Signore della passione getta sulla nostra vita, perché ne riveli gli aspetti che non ammettiamo con noi stessi. Facciamolo oggi dopo aver ascoltato il Vangelo, ma anche ogni giorno, quando incontriamo il Gesù della passione nei poveri e negli abbandonati. Essi rivelano chi siamo veramente, mettono a nudo la nostra umanità spaventata e per questo aggressiva e violenta. Il ramoscello di ulivo che portiamo nelle nostre case sia allora la memoria della forza delle parole miti, buone e di perdono con le quali Gesù sconfisse dalla croce il male. Gettiamo le spade che portiamo nascoste in noi e assumiamo la forza dell’amore, corazza contro il male e lama affilata contro la minaccia di perdere la nostra vita.

Per la vita

Cari fratelli e sorelle,

anno dopo anno il brano evangelico della Domenica delle Palme ci racconta l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Insieme ai suoi discepoli e ad una schiera crescente di pellegrini, Egli era salito dalla pianura della Galilea alla Città Santa. Come gradini di questa salita, gli evangelisti ci hanno trasmesso tre annunzi di Gesù relativi alla sua Passione, accennando con ciò allo stesso tempo all’ascesa interiore che si stava compiendo in questo pellegrinaggio. Gesù è in cammino verso il tempio – verso il luogo, dove Dio, come dice il Deuteronomio, aveva voluto “fissare la sede” del suo nome (cfr 12, 11; 14, 23). Il Dio che ha creato cielo e terra si è dato un nome, si è reso invocabile, anzi, si è reso quasi toccabile da parte degli uomini. Nessun luogo può contenerLo e tuttavia, o proprio per questo, Egli stesso si dà un luogo e un nome, affinché Lui personalmente, il vero Dio, possa esservi venerato come il Dio in mezzo a noi. Dal racconto su Gesù dodicenne sappiamo che Egli ha amato il tempio come la casa del Padre suo, come la sua casa paterna. Ora viene di nuovo a questo tempio, ma il suo percorso va oltre: l’ultima meta della sua salita è la Croce. È la salita che la Lettera agli Ebrei descrive come la salita verso la tenda non fatta da mani d’uomo, fino al cospetto di Dio. L’ascesa fino al cospetto di Dio passa attraverso la Croce. È l’ascesa verso “l’amore sino alla fine” (cfr Gv 13, 1), che è il vero monte di Dio, il definitivo luogo del contatto tra Dio e l’uomo.

Durante l’ingresso a Gerusalemme, la gente rende omaggio a Gesù come figlio di Davide con le parole del Salmo 118 [117] dei pellegrini: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!” (Mt 21, 9). Poi Egli arriva al tempio. Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera. Certo, il bestiame lì in vendita era destinato ai sacrifici da immolare nel tempio. E poiché nel tempio non si potevano usare le monete su cui erano rappresentati gli imperatori romani che stavano in contrasto col Dio vero, bisognava cambiarle in monete che non portassero immagini idolatriche. Ma tutto ciò poteva essere svolto altrove: lo spazio dove ora ciò avveniva doveva essere, secondo la sua destinazione, l’atrio dei pagani. Il Dio d’Israele, infatti, era appunto l’unico Dio di tutti i popoli. E anche se i pagani non entravano, per così dire, nell’interno della Rivelazione, potevano tuttavia, nell’atrio della fede, associarsi alla preghiera all’unico Dio. Il Dio d’Israele, il Dio di tutti gli uomini, era in attesa sempre anche della loro preghiera, della loro ricerca, della loro invocazione. Ora, invece, vi dominavano gli affari – affari legalizzati dall’autorità competente che, a sua volta, era partecipe del guadagno dei mercanti. I mercanti agivano in modo corretto secondo l’ordinamento vigente, ma l’ordinamento stesso era corrotto. “L’avidità è idolatria”, dice la Lettera ai Colossesi (cfr 3, 5). È questa l’idolatria che Gesù incontra e di fronte alla quale cita Isaia: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera” (Mt 21, 13; cfr Is 56, 7) e Geremia: “Ma voi ne fate una spelonca di ladri” (Mt 21, 13; cfr Ger 7, 11). Contro l’ordine interpretato male Gesù, con il suo gesto profetico, difende l’ordine vero che si trova nella Legge e nei Profeti.

Tutto ciò deve oggi far pensare anche noi come cristiani: è la nostra fede abbastanza pura ed aperta, così che a partire da essa anche i “pagani”, le persone che oggi sono in ricerca e hanno le loro domande, possano intuire la luce dell’unico Dio, associarsi negli atri della fede alla nostra preghiera e con il loro domandare diventare forse adoratori pure loro? La consapevolezza che l’avidità è idolatria raggiunge anche il nostro cuore e la nostra prassi di vita? Non lasciamo forse in vari modi entrare gli idoli anche nel mondo della nostra fede? Siamo disposti a lasciarci sempre di nuovo purificare dal Signore, permettendoGli di cacciare da noi e dalla Chiesa tutto ciò che Gli è contrario?

Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia. Adesso sta cominciando ciò che Gesù aveva annunciato alla Samaritana riguardo alla sua domanda circa la vera adorazione: “È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4, 23). È finito il tempo in cui venivano immolati a Dio degli animali. Già da sempre i sacrifici di animali erano stati una miserevole sostituzione, un gesto di nostalgia del vero modo di adorare Dio. La Lettera agli Ebrei, sulla vita e sull’operare di Gesù ha posto come motto una frase del Salmo 40 [39]: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato” (Ebr 10, 5). Al posto dei sacrifici cruenti e delle offerte di vivande subentra il corpo di Cristo, subentra Lui stesso. Solo “l’amore sino alla fine”, solo l’amore che per gli uomini si dona totalmente a Dio, è il vero culto, il vero sacrificio. Adorare in spirito e verità significa adorare in comunione con Colui che è la verità; adorare nella comunione col suo Corpo, nel quale lo Spirito Santo ci riunisce.

Gli evangelisti ci raccontano che, nel processo contro Gesù, si presentarono falsi testimoni e affermarono che Gesù aveva detto: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni” (Mt 26, 61). Davanti a Cristo pendente dalla Croce alcuni schernitori fanno riferimento alla stessa parola, gridando: “Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!” (Mt 27, 40). La giusta versione della parola, come uscì dalla bocca di Gesù stesso, ce l’ha tramandata Giovanni nel suo racconto della purificazione del tempio. Di fronte alla richiesta di un segno con cui Gesù doveva legittimarsi per una tale azione, il Signore rispose: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2, 18s). Giovanni aggiunge che, ripensando a quell’evento dopo la Risurrezione, i discepoli capirono che Gesù aveva parlato del Tempio del suo Corpo (cfr 2, 21s). Non è Gesù che distrugge il tempio; esso viene abbandonato alla distruzione dall’atteggiamento di coloro che, da luogo d’incontro di tutti i popoli con Dio, l’hanno trasformato in una “spelonca di ladri”, in un luogo dei loro affari. Ma, come sempre a partire dalla caduta di Adamo, il fallimento degli uomini diventa l’occasione per un impegno ancora più grande dell’amore di Dio nei nostri confronti. L’ora del tempio di pietra, l’ora dei sacrifici di animali era superata: il fatto che ora il Signore scacci fuori i mercanti non solo impedisce un abuso, ma indica il nuovo agire di Dio. Si forma il nuovo Tempio: Gesù Cristo stesso, nel quale l’amore di Dio si china sugli uomini. Egli, nella sua vita, è il Tempio nuovo e vivente. Egli, che è passato attraverso la Croce ed è risorto, è lo spazio vivente di spirito e vita, nel quale si realizza la giusta adorazione. Così la purificazione del tempio, come culmine dell’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme, è insieme il segno della incombente rovina dell’edificio e della promessa del nuovo Tempio; promessa del regno della riconciliazione e dell’amore che, nella comunione con Cristo, viene instaurato oltre ogni frontiera.

San Matteo, il cui Vangelo ascoltiamo in questo anno, riferisce alla fine del racconto della Domenica delle Palme, dopo la purificazione del tempio, ancora due piccoli avvenimenti che, di nuovo, hanno un carattere profetico e ancora una volta rendono a noi chiara la vera volontà di Gesù. Immediatamente dopo la parola di Gesù sulla casa di preghiera di tutti i popoli, l’evangelista continua così: “Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed Egli li guarì”. Inoltre, Matteo ci dice che dei fanciulli ripeterono nel tempio l’acclamazione che i pellegrini avevano fatto all’ingresso della città: “Osanna al figlio di Davide” (Mt 21, 14s). Al commercio di animali e agli affari col denaro Gesù contrappone la sua bontà risanatrice. Essa è la vera purificazione del tempio. Egli non viene come distruttore; non viene con la spada del rivoluzionario. Viene col dono della guarigione. Si dedica a coloro che a causa della loro infermità vengono spinti agli estremi della loro vita e al margine della società. Gesù mostra Dio come Colui che ama, e il suo potere come il potere dell’amore. E così dice a noi che cosa per sempre farà parte del giusto culto di Dio: il guarire, il servire, la bontà che risana.

E ci sono poi i fanciulli che rendono omaggio a Gesù come figlio di Davide ed acclamano l’Osanna. Gesù aveva detto ai suoi discepoli che, per entrare nel Regno di Dio, avrebbero dovuto ridiventare come i bambini. Egli stesso, che abbraccia il mondo intero, si è fatto piccolo per venirci incontro, per avviarci verso Dio. Per riconoscere Dio dobbiamo abbandonare la superbia che ci abbaglia, che vuole spingerci lontani da Dio, come se Dio fosse nostro concorrente. Per incontrare Dio bisogna divenire capaci di vedere col cuore. Dobbiamo imparare a vedere con un cuore giovane, che non è ostacolato da pregiudizi e non è abbagliato da interessi. Così, nei piccoli che con un simile cuore libero ed aperto riconoscono Lui, la Chiesa ha visto l’immagine dei credenti di tutti i tempi, la propria immagine.

Cari amici, in questa ora ci associamo alla processione dei giovani di allora – una processione che attraversa l’intera storia. Insieme ai giovani di tutto il mondo andiamo incontro a Gesù. Da Lui lasciamoci guidare verso Dio, per imparare da Dio stesso il retto modo di essere uomini. Con Lui ringraziamo Dio, perché con Gesù, il Figlio di Davide, ci ha donato uno spazio di pace e di riconciliazione che abbraccia il mondo. PreghiamoLo, affinché diventiamo anche noi con Lui e a partire da Lui messaggeri della sua pace, affinché in noi ed intorno a noi cresca il suo Regno. Amen.

Omelia di sua Santità BENEDETTO XVI, Piazza San Pietro, XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, Domenica, 16 marzo 2008.

 

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell’Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora.
Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale.
Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l’Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe “Angelicum”.
Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma.
Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l’Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant’Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera “I 5 Sassi”, è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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