Infovaticana
Santa Pasqua 2017
a1, a2, La Liturgia, Rubriche

Santa Pasqua 2017

Gianni De Luca
16 aprile 2017

Messaggio di questa Santa Pasqua

La Pasqua è la prima solennità dei cristiani e quella più importante. Ancora prima di celebrare il Natale, i cristiani hanno inteso la Pasqua come centro della propria fede e come vera festa della loro esistenza.

Spesso i primi cristiani digiunavano l’intera settimana santa per prepararsi alla notte di tutte le notti, la notte della Pasqua. Oggi c’è una nuova comprensione della Pasqua e della settimana che la precede e, molte persone, sentono il bisogno di prepararsi bene alla Pasqua del Signore Gesù.

In questa ottica si inserisce questa nostra meditazione che vuole essere un semplice aiuto per una maggiore e migliore comprensione del mistero della nostra redenzione per mezzo di Gesù Cristo e anche quello della nostra vita, e perché possiamo in continuo dissetarci alla fonte che ci è stata resa accessibile dalla morte e dalla risurrezione di Gesù.

Il sette è da sempre un numero sacro. La settimana ha sette giorni. Conosciamo i sette sacramenti e i sette doni dello Spirito Santo. Il sette è il numero della trasformazione, la realtà terrestre è ricolmata dello Spirito di Dio e viene trasformata e sette sono le parole di Gesù sulla croce che, già a partire dal Medioevo sono state fatte volentieri oggetto di meditazione e contemplazione.

La tradizione spirituale ha molto amato queste sette parole di Gesù sulla croce. In esse ha sentito lo Spirito di Gesù; in queste parole, per così dire, è condensato tutto lo Spirito di Gesù. Gesù diventa percettibile per noi nella sua Parola.

La tradizione spirituale del Medioevo ha raccolto e meditato le sette parole di Gesù sulla croce. Non esiste una tradizione analoga per le parole di Gesù Risorto. Dopo la sua risurrezione, Gesù ha detto molto di più di sette parole o frasi. In particolare nei Vangeli di Luca e di Giovanni, dopo la risurrezione, Gesù tiene dei discorsi in cui ammaestra i propri discepoli, introducendoli al mistero del suo amore, che è più forte anche della morte.

In questo breve contributo, da offrire per la Santa Pasqua di questo anno, ho scelto sette parole di Gesù Risorto per farle oggetto di meditazione.

L’ho fatto perché, le parole di Gesù Risorto sono una sorgente di vita e di gioia, dalla quale possiamo attingere e bere, perché la vita nuova donata dal Risorto spezzi sempre più tutto quanto è irrigidito in noi, illumini il buio che portiamo dentro e dia vita e gioia dove ne abbiamo più bisogno.

 

  1. “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno. Matteo 28, 10.

Il Risorto vuole liberarci dalla paura che così spesso ci paralizza. L’espressione “Non temete” dovrebbe essere quella che torniamo sempre a pronunciare nella nostra paura, perché si trasformi in fiducia. Il superamento della morte per mezzo della risurrezione vuole sconfiggere soprattutto la nostra paura della morte. La paura della morte, in fondo, in qualche modo è presente in ogni altra paura. La trasformazione della paura è il primo aspetto della risurrezione.

Il secondo diventa visibile nella parola “Galilea”. La Galilea è il Paese misto, in cui ebrei e pagani vivono mescolati. E la Galilea simboleggia la quotidianità dei discepoli. Lì esercitano la loro professione. Il Risorto manda i suoi discepoli in Galilea. Là lo incontreranno.

La celebrazione della Pasqua, una volta conclusa, ci manda nella quotidianità. Là, in mezzo al nostro lavoro di tutti i giorni, nei nostri rapporti e conflitti, vedremo il Signore Risorto. E lo incontreremo nel Paese misto, là dove intorno a noi ci sono cose pie e meno pie, cose temporali e cose spirituali.

E incontreremo Gesù anche dentro di noi dove si mescolano fiducia e paura, fede ed incredulità, devozione e peccato. Attraverso la risurrezione noi non siamo diventati perfetti. In quanto esseri umani restiamo un luogo in cui si ritrovano gli elementi rumorosi e silenti, gli interessi spirituali e quelli temporali, tutti gli opposti che talvolta vorrebbero disgregarci. Ma, proprio lì, come ci promette Gesù con questa parola, incontreremo il Risorto.

Dobbiamo vivere nella certezza che Gesù Risorto si rivolge proprio a noi, ci tocca, nel bel mezzo della quotidianità della nostra esistenza; è proprio lì che si accende la luce che ci dà certezza: il Signore Risorto è con me. Lo posso sentire. Lo posso vivere.

  1. “Maria!….Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre”. Giovanni 20, 16ss.)

Gesù si rivolge a Maria di Magdala chiamandola per nome. Quando Maria sente Gesù pronunciare il suo nome lo riconosce. Gesù le si era rivolto già prima: “Donna, perché piangi?”. Ma, dalla voce, Maria non lo ha riconosciuto. Adesso, però, quando la chiama per nome, sente l’amore che ha percepito in ogni incontro con Gesù. In questo nome sente che l’amore con cui Gesù l’ha amata non è passato, ma è presente in modo nuovo, sente che l’amore sopravvive alla morte e non può essere distrutto.

Questa esperienza dell’amore che supera la morte è per Maria di Magdala la vera esperienza della Pasqua. Maria vuole incoraggiare anche noi a credere a quest’amore, che la morte non riesce a dissolvere. Questo vale per l’amore nei confronti di un essere umano. Sopravviverà alla morte. Vale anche, però, per l’amore di Gesù e per l’amore di Dio, di cui talvolta ci è dato di fare l’esperienza nel silenzio, nella preghiera, nella meditazione della Parola, in una celebrazione. L’amore con cui Gesù si rivolge a noi nei discorsi di commiato, lo incontreremo anche quando, nella nostra morte, andremo incontro al Risorto.

L’esperienza dell’amore genera in Maria l’impulso ad abbracciare Gesù. Ma Gesù le dice: “Maria!….Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre”. L’amore di cui facciamo l’esperienza nella risurrezione non è un amore appiccicoso, soffocante, ma un amore che lascia liberi. Ci piacerebbe aggrapparci a chi amiamo. Ma in ciascuno di noi c’è qualcosa di sottratto all’accesso, che deve prima salire al Padre. Se nel nostro amore reciproco scopriamo ciò che non possiamo trattenere, proprio nel bel mezzo del nostro amore facciamo l’esperienza della risurrezione. Allora l’amore ci apre lo sguardo per quello che va oltre il nostro amore stesso. Ciò lo mantiene vivo e gli dona il sapore del mistero e della dignità inviolabile.

 

  • “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Giovanni 20, 27.

Tommaso non c’era quando Gesù, la domenica di Pasqua, era entrato in mezzo ai suoi discepoli. Quando i discepoli glielo raccontano, ne dubita. Vorrebbe avere delle prove. Vorrebbe toccare le ferite di Gesù. Quando Gesù, otto giorni dopo, a porte chiuse, sta di nuovo in mezzo ai suoi discepoli, con queste parole invita Tommaso a mettere il dito nelle ferite delle sue mani e a mettere la mano nella ferita del costato.

Qui ciò che conta non è soltanto il fatto di toccare il Risorto, ma anche che Tommaso lo tocca proprio nelle sue ferite. Il Risorto è al contempo il Crocifisso, che porta ancora su di sé le piaghe della sua morte. Ma le piaghe sono trasfigurate, sono trasformate in perle.

Le piaghe, per così dire, diventano la parte più preziosa di Gesù. Gesù ha invitato Tommaso a toccarlo proprio là dove il suo amore diventa percettibile, nelle sue piaghe, per sentire il suo amore in maniera tangibile e concreta.

L’esperienza di questo amore fattosi visibile, che ha sconfitto la morte, il toccare le piaghe, in cui avviene il miracolo della fede, sopraffà l’apostolo.

Tommaso risponde: “Mio Signore e mio Dio!”. (Giovanni 20, 28).

Toccando le piaghe del Risorto, riconosce che Gesù non è soltanto Signore e Dio, bensì il suo Signore e il suo Dio. La risurrezione mette Tommaso in una relazione personale con Gesù Cristo. Adesso riconosce chi è Gesù non in modo teorico, ma nella relazione intima e nel toccare le ferite. Lì, per così dire, tocca il suo cuore, che Gesù ci ha aperto sulla croce. La parola del Risorto, quindi, vuole invitarci a toccare Gesù nelle sue piaghe trasfigurate, insieme a Tommaso. Quando nell’eucaristia, prendiamo il Corpo di Gesù, mettiamo le dita nelle sue ferite che guariscono e trasformano le nostre.

 

  1. “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. Luca 24, 26.

Le parole che Gesù rivolge ai discepoli di Emmaus lungo il loro cammino ci spronano a riflettere in modo del tutto nuovo sul nostro cammino. Lungo questo cammino verso Dio non c’è soltanto la gloria della risurrezione, ma anche la sofferenza della passione. Anche il tempo pasquale non è una garanzia che nella nostra vita sia tutto bellissimo. Anche lì il dolore ci colpisce, anche lì cose inaspettate incrociano il nostro cammino.

Il Risorto ci indica una possibilità di gestire queste cose che ci capitano in modo tale che non ci spezzino, ma ci aprano a nuove possibilità. La nostra strada verso la gloria, verso la completa realizzazione, verso la forma unica che Dio ci ha assegnato, passa inevitabilmente per alcune angustie, attraverso ciò che ci piove addosso dall’esterno.

Il mistero della risurrezione è che la sofferenza che incrocia i nostri progetti non fa a pezzi noi, ma soltanto le idee che abbiamo di noi stessi, della nostra vita e di Dio. Se lasciamo che siano spezzate le idee e le illusioni che continuiamo a farci di noi stessi e della vita, veniamo aperti al nostro vero io, all’immagine unica che Dio si è fatto di noi.

Le parole del Risorto, perciò, vogliono invitarci a riflettere sulla nostra vita alla luce di queste parole. Allora, anche in mezzo alle esperienze dolorose della nostra esistenza, non perderemo la speranza pasquale. Tutto ciò che ci opprime e ci abbatte, infatti, non può separarci dalla vita che Dio ci ha preparato. Quanto ci opprime e ferisce è soltanto un’angustia che vuole aprirci al mistero del Dio che rende vivo quanto è morto e fa fiorire quanto è pietrificato.

 

  1. “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!”. Luca 24, 39.

Dopo che i discepoli di Emmaus sono ritornati pieni di gioia a Gerusalemme e hanno raccontato ai discepoli che cosa avevano vissuto lungo la via, lungo quegli undici chilometri percorsi con il Risorto, è proprio Gesù stesso a stare in mezzo a loro.

La reazione, però, ci sorprende. I discepoli, che hanno appena raccontato pieni di entusiasmo il loro incontro con il Risorto, adesso che Gesù compare in mezzo a loro si spaventano.

Gesù, allora, si rivolge proprio ai loro dubbi e alla loro paura.

Per calmarli, indica le sue mani e i suoi piedi. E poi dice la frase che meglio di tutte riassume il mistero della risurrezione: “Sono proprio io!”.

Questa frase è molto di più del semplice indicare che lui è il Risorto, nella sua risurrezione Gesù è diventato interamente se stesso, interamente questo uomo unico, che è al tempo stesso Figlio di Dio.

Se meditiamo su questa parola ripetendola a noi stessi in tutto quello che facciamo, faremo l’esperienza del mistero della risurrezione anche per noi stessi.

Può sembrare una frase banale, soprattutto all’inizio, se, però, la pronuncio nei miei incontri con le persone, riconosco che spesso io non sono proprio io, ma mi ritrovo a voler esaudire le aspettative degli altri. Mi adatto a loro. Mi piego. Recito molti ruoli. Indosso molte maschere.

Anche nella mia vita personale e lungo il mio cammino spirituale spesso ho l’ansia di realizzare una determinata immagine di me stesso e della mia vita interiore. Questa parola di Gesù mi libera proprio dall’ansia, mi fa sentire una libertà infinita: posso essere, semplicemente, proprio io. Non devo dimostrare niente a nessuno. Non devo esaudire nessuna aspettativa. Mi è consentito, finalmente, di essere questa persona unica che sono. Ciò mi solleva da tutta la pressione a cui tendo a sottopormi. Questa libertà da ogni ansia di realizzare le aspettative altrui è per me espressione di risurrezione. Questa parola di Gesù Risorto, se davvero la porto ogni giorno con me, mi conduce nel mistero della risurrezione e nel mistero di una vita finalmente senza catene.

 

  1. “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo”. Giovanni 20, 21ss.

La parola che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli la sera di Pasqua ci prepara già alla venuta dello Spirito Santo a Pentecoste.

Per Giovanni la Pasqua e la Pentecoste sono un unico avvenimento.

La sera di Pasqua Gesù sta in mezzo ai discepoli, che per timore dei giudei avevano chiuso le porte. Augura loro la pace pasquale. E li manda in missione.

Pasqua e Pentecoste diventano quindi feste in cui, oltre a pensare a noi stessi ed alla nostra esperienza di risurrezione, troviamo il coraggio e la forza di alzarci e di vivere il nostro essere inviati in questo mondo, agli altri. Il Risorto ci invia nel mondo perché, in lui e con lui, annunciamo la parola del Padre e apriamo gli occhi ed il cuore alle persone.

Gesù ha visto se stesso come inviato dal Padre nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Voleva togliere il velo steso su tutto perché gli esseri umani capissero, vedessero in fondo alle cose e riconoscessero la verità. Ora siamo noi a dover portare avanti questa missione.

Dobbiamo essere testimoni della verità.

Dobbiamo rendere testimonianza non per noi stessi, ma per Dio, Colui la cui gloria rifulge nel bel mezzo della nostra vita, se la guardiamo con gli occhi della fede. Per realizzare la nostra missione Gesù soffia su di noi. E soffiando dice le parole: “Ricevete lo Spirito Santo!”, ricevete la vita stessa di Dio, ricevete Dio.

Lo Spirito Santo che Gesù dona a noi attraverso il suo respiro, è proprio il suo spirito personale, il suo modo di pensare, di parlare, di sentire, di vedere, di amare. È la sua forza, la sua vita che vuole agire in questo mondo attraverso di noi. In essa si compie il mistero della risurrezione, e, cioè, che ora veniamo ricolmati dello Spirito del Risorto, della sua stessa vita, e, ora, insieme a lui, e allo stesso tempo in sua vece, realizziamo il compito che egli ha realizzato durante tutta la sua esistenza terrena.

Se, ripieni del suo spirito, pronunciamo le parole di Gesù in questo mondo e torniamo sempre ad interpretarle in modo nuovo per le persone, rendiamo testimonianza al Padre nostro che è nei cieli e lo facciamo in questo mondo. Abbiamo una missione qui. Per nostro tramite lo Spirito di Gesù, il suo amore, con cui sulla croce ci ha amati fino alla fine, vuole penetrare in questo mondo e gradualmente trasformarlo dall’interno.

 

  • “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Matteo 28, 20.

Le ultima parole che il Risorto dice ai suoi discepoli nel Vangelo di Matteo, ci immettono nella vita quotidiana, nel tempo dopo la Pasqua. Esse hanno un duplice significato:

 

  • Gesù è in mezzo ai suoi discepoli quando sono riuniti insieme nel suo nome. Ed è con loro. Li assiste tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Qui diventa visibile e realizzata la promessa fatta dall’angelo a Giuseppe: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”, Matteo 1, 23.

In quanto Risorto, Gesù adempie a questa promessa. È per sempre l’Emmanuele, il Dio con noi e vicino a noi. In Matteo Gesù Risorto non si accomiata dai suoi discepoli. Non li abbandona nel mondo, ma resta con loro. Dà loro la promessa che li accompagnerà lungo il loro cammino e li assisterà quando annunceranno il Vangelo a tutto il mondo.

 

  • La parola della costante presenza di Gesù Risorto in mezzo a noi vuole renderci accessibile un ulteriore aspetto della risurrezione. Risurrezione significa che non esiste più nemmeno un attimo in cui Cristo, il Risorto, il Vivente, non sia con me e vicino a me. Non sarò mai più solo. Lui è con me anche là dove io mi sento solo.

Ma di questa presenza del Cristo vivo e Risorto faccio l’esperienza soprattutto nella comunità, con gli altri. Là dove preghiamo insieme, anche se la nostra preghiera è piuttosto povera, il Risorto è davvero in mezzo a noi. Ciò trasforma la nostra vita. Ci viene dato un messaggio confortante: in mezzo alla pesantezza quotidiana e nella routine di tutti i giorni sono a conoscenza della presenza del Signore Risorto. Se lascio entrare, oserei dire, sprofondare dentro di me questa ultima parola di Gesù, essa trasforma ogni attimo della mia esistenza. Allora non esiste più alcun attimo in cui siamo lasciati soltanto a noi stessi ed alla nostra pochezza. Il Risorto è vicino a noi e con noi, quando ci raduniamo nel suo nome per la preghiera, per il lavoro, per mangiare, per immergerci nel silenzio, per meditare, per comunicare. Ciò conferisce una nuova dimensione alla nostra vita. La Pasqua è sempre e ovunque.

Là dove Gesù vivo e vero è con noi e vicino a noi, infatti, tutto ciò che prendiamo in mano può essere trasformato e, per nostro tramite, può essere portata in questo mondo la speranza, legata alla risurrezione, che la presenza di Cristo trasforma questo mondo e lo ricolma sempre di più dello Spirito di Gesù.


Per la Vita:

“Signore Gesù Cristo, Risorto,

donami oggi di partecipare alla tua risurrezione.

Prendimi per mano e fammi uscire

dal sepolcro della mia paura

e della mia rassegnazione,

dal sepolcro della mia oscurità

e della mia disperazione.

Sciogli i lacci che mi imprigionano.

Mandami il tuo angelo,

perché rotoli la pietra che mi blocca

e che vuole tenermi nel sepolcro.

Conducimi nella immensità

e nella libertà della tua risurrezione.

Accompagnami nel passaggio

da questo mondo al tuo mondo.

Lascia che, già adesso,

io torni sempre a passare

nel tuo mondo della risurrezione,

perché questo mondo in cui vivo,

con le sue leggi e le sue pretese,

non abbia potere su di me.

Ricolmami del tuo Santo Spirito,

perché, come i tuoi discepoli,

io diventi in questo mondo

un testimone credibile della tua risurrezione,

così che anche attraverso di me

vengano risollevate altre persone

e risorgono con te alla vera vita,

la via della libertà e dell’amore.

Oggi e sempre

ricolmami sempre di più del tuo amore,

che è più forte della morte,

più forte di ciò che mi blocca,

più forte dei miei sensi di colpa e di fallimento,

più forte dell’irrigidimento

che sento dentro di me,

più forte della mancanza di relazioni

di cui soffro.

Ogni giorno sia per me una Pasqua

in cui mi rialzi pieno di fiducia,

per entrare nella vita che Tu mi hai preparato,

già su questa terra, e poi

nella vita eterna che non può essere distrutta

nemmeno dalla morte,

perché già ora partecipa

della tua risurrezione,

fonte inesauribile di vita nuova.

Amen”.

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell’Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora.
Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale.
Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l’Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe “Angelicum”.
Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma.
Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l’Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant’Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera “I 5 Sassi”, è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*