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Letture e Commento alla IV Domenica di Pasqua
a2, La Liturgia, Rubriche

Letture e Commento alla IV Domenica di Pasqua

Gianni De Luca
5 maggio 2017

Letture: Atti 2,14.36-41; 1Pietro 2,20-25; Giovanni 10, 1-10

Commento esegetico-teologico

In queste domeniche postpasquali siamo invitati a ritornare ancora sul mistero della risurrezione di Gesù. Oggi chiediamo al Signore la grazia, tra l’altro, di comprendere il mistero pasquale come fonte per tutti noi di perenne gioia e serenità, affidati come siamo alle cure del Buon Pastore.

Terza lettura. Nata in una civiltà prevalentemente agricola e pastorizia, la Bibbia usa con frequenza l’immagine del pastore e del gregge, ad esempio per illustrare il tipo di rapporto che i capi e specialmente i sacerdoti devono avere con il popolo di Dio, in particolare per contrapporre i buoni ai cattivi governanti: «Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo»; «Radunerò io stesso il resto delle mie pecore (…). Costituirò su di esse pastori che le faranno pascolare» (Ger 23, 1 ss.).

Celebre tra tutti è il brano di Ezechiele, che rimprovera ai cattivi pastori i loro delitti e annuncia un nuovo pastore discendente di Davide, che regnerà nella giustizia e nella pace (34, 1-10).

Gesù descrivendosi sotto la figura di quel buon pastore rivendica a sé il titolo di Messia discendente di Davide. Chi è il buon Pastore? Immaginiamo il recinto ove le pecore stanno al chiuso: per una sola porta entrano ed escono pecore e pastore. Quest’ultimo entra; chiama le pecore una a una; le accompagna al pascolo camminando innanzi; quelle lo riconoscono. L’estraneo invece entra nel gregge per vie traverse, perché ladro o brigante; e le pecore non lo seguono.

Nel pastore e nel suo tipo di rapporto con il gregge Gesù rappresenta sé stesso; negli estranei, o mercenari, non sono raffigurati quanti l’hanno preceduto, Mosè e i Profeti, ma coloro che in quel momento allontanano il popolo dalla sua parola: sono i capi dei farisei, quelli che poco prima hanno maltrattato il cieco dalla nascita guarito da Gesù, e solo perché ne prendeva le parti.

L’iconografia dei secoli cristiani ha sempre privilegiato quella del buon Pastore; la pietà ama da sempre vedere nel buon Pastore il modello di chi riveste nella Chiesa compiti particolari: per questo, nella giornata odierna, si parla e si prega per le vocazioni sacerdotali e religiose.

Nella prima lettura risuona la voce di Pietro che nel giorno di Pentecoste proclama chi è veramente Gesù, costituito da Dio Cristo e Signore. Alla domanda «Che dobbiamo fare?» egli risponde invitando a ricevere il battesimo, con il dono dello Spirito, e a salvarsi dal giudizio di condanna che pesa su quella «generazione perversa», cioè, possiamo dire, su ogni generazione che non vuole accettare nel Gesù risorto il pastore, il Messia e Signore. Accogliere la sua parola è lasciarci salvare da essa.

Ancora Pietro, nella seconda lettura, scrive ai cristiani, forse di umile condizione, forse maltrattati anche a causa della loro fede, e li invita a sopportare la sofferenza pazientemente, perché ciò è gradito a Dio ed è un’imitazione di Cristo, che, maltrattato, non commise peccato, cioè non sognò vendette. Ciò non significa che il cristiano debba avallare l’ingiustizia o il peccato; deve anzi opporvisi con tutte le sue forze a imitazione del Signore, «rimettendo la sua causa a colui che giudica con giustizia». «Cristo è il pastore e il guardiano delle nostre anime» conclude san Pietro.

Messaggio di questa Domenica

L’Apostolo Pietro ci dice oggi che “se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio.” Egli cioè ci parla di Gesù partendo da un punto di vista particolare, cioè quello del “sacrificio”, cioè fare il bene sopportando una sofferenza.
Questa parola ha per la nostra sensibilità un’accezione negativa: la si intende generalmente come la rinuncia a qualcosa di desiderabile e positivo per fare qualcosa che non si vorrebbe, ma alla quale si è costretti.

In realtà la parola “sacrificio” significa, come indica la sua stessa etimologia, rendere sacro qualcosa (sacrum facere). Nel tempio di Gerusalemme, come anche negli altri templi pagani, il sacrificio voleva dire rendere sacri a Dio degli animali offrendoli sull’altare perché Dio li ricevesse in dono.

Con Gesù, ci dice Pietro, il “sacrificio” si è esteso a tutta la vita stessa di Gesù: “A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme”. Gesù ha reso “sacra, santa” la sua vita, cioè gradita a Dio, secondo il suo desiderio, donandola agli altri, spendendola per la salvezza altrui.

Un’idea comune afferma che oggi giorno non si è disposti a fare sacrifici, non come un tempo. In realtà non è così. Noi vediamo la gente faticare e stancarsi a volte con grande dispendio di energie e risorse, ma per sé stessi: per far soldi, per apparire più belli, pensiamo alla fatica della ginnastica o di altri sport o alle diete, ecc…. Cioè si pensa che l’unica cosa per cui vale la pena di darsi da fare e impegnarsi anche con grande sforzo e sacrificio è il proprio vantaggio, il proprio tornaconto.

È proprio quello che Pietro, indicandoci l’esempio di Gesù, vuole smentire, suggerendoci un modo di vivere che è l’esatto contrario dell’idea dell’uomo comune, che si affatica e si stanca per se stesso, ma poi si sente svuotato e senza prospettiva.
Il suo infatti è un affaticarsi vano, non è sacrificio, nel senso che non rende santa e gradita a Dio la vita e gli sforzi che l’accompagnano, come esordisce il libro del Qoelèt: “Vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?”

Un’affermazione, quella di Qoelèt, che ci appare amara e senza speranza. Siamo allora prigionieri del non senso? Pietro viene proprio ad affermare questo: c’è un liberazione dal vano affanno per sé, dal vivere senza una prospettiva duratura di vita che resta, cioè di vita eterna, e questa prospettiva ci è donata da Gesù, con il suo stesso esempio: “egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia.”

Si tratta di vivere la propria vita come un “sacrificio”, cioè un’offerta di sé per il bene degli altri, l’unico modo per dare un senso profondo e duraturo al proprio vivere.
Come fare a vivere così? Pietro continua indicandoci una via: seguire il pastore buono della nostra vita: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.”

Si fa fatica ad ammetterlo, ma sì, siamo come un gregge di pecore allo sbando se non seguiamo un pastore buono. Seguire solo se stessi, i propri umori, le convinzioni o la falsa sapienza accumulata attraverso le nostre esperienze, a volte amare e deludenti, o appresa dal sentire comune ci danno l’impressione che siamo in grado di fare una lunga strada e che già siamo arrivati lontano, ma in realtà il nostro cammino è tutto racchiuso da un recinto ristretto, i nostri interessi, il nostro piacere, la nostra famiglia, la cerchia ristretta dei nostri conoscenti. Un recinto angusto nel quale ci sentiamo magari protagonisti di avventure esaltanti, che si rivela il più delle volte un girare attorno a se stessi inconcludente e vano. Infatti il mondo vero è fuori dal recinto, la vera realtà è oltre lo steccato in cui ci siamo imprigionati da noi stessi. Se vogliamo essere uomini e donne liberi, non pecore belanti, non possiamo accettare di restare al chiuso di una vita stretta e circondata da uno steccato: è la vita del prigioniero della paura e dello schiavo delle abitudini.

Nel Vangelo di questa Domenica Gesù parla alla gente usando la metafora del gregge e del pastore, era questa una realtà ben conosciuta al suo tempo e un’esperienza condivisa da molti. In questa metafora il Signore non solo si propone come pastore che sa guidare le pecore verso ciò che gli è necessario, il pascolo e l’abbeveratoio, ma anche come la “porta”.

Sì, non solo bisogna farsi guidare da lui, ma bisogna vedere nella sua persona la porta attraverso la quale passare per uscire dal piccolo mondo illusorio e vano. Diremmo che non siamo veramente liberi e padroni della vita nostra e del suo destino se non passiamo attraverso la porta di come ha vissuto Gesù, cioè del sacrificio di sé, del dono della propria esistenza per il bene degli altri. Ma questa non è la proposta di una vita malinconica e di rinuncia. Gesù era accusato di essere un mangione e un beone. Parla di sé come di uno che ha un modo ben diverso di vivere nel confronto con l’ascesi austera di Giovanni Battista. Cioè la vita che Gesù ha fatto e che propone a noi è una vita più bella, felice, perché piena di senso e spesa con generosità. Chi crede invece di trovare la gioia nel trattenere tutto per sé scopre la miseria e la tristezza di un modo di vivere avaro e pieno di paure. Facciamoci allora condurre volentieri, in questo tempo di Pasqua, dal Risorto che viene a guidarci come un pastore buono che conosce ed ha a cuore le sue pecore, tanto da accorgersi se ne manca anche una sola e da seguirla finché non la trova. Seguiamolo mentre ci conduce fuori dalla porta dell’ovile angusto. Il mondo grande ci fa paura, lo spazio stretto del mio piccolo mondo ci rassicura, ma la vera vita ci attende, altrimenti, come ci mette in guardai Qoelèt, saremo schiavi del non senso, della vanità del girare attorno a noi stessi, scontenti e lamentosi perché non giungiamo mai da nessuna parte.

Per la vita

“Gesù, il Pastore bello, che conosce, chiama ed ama senza distinzioni”.

La quarta domenica di Pasqua ci propone sempre un brano tratto dal capitolo decimo del Vangelo di Giovanni in cui Gesù si manifesta come il Pastore bello. Preferisco questa traduzione letterale a quella tradizionale di Buon Pastore perché anzitutto è più fedele al testo greco e poi perché quel che si sottolinea è, prima che la bontà, l’essere pastore di Gesù. E perché bello? Perché tutto ciò che è bello attrae, e Gesù non vuole costringerci ma esercitare su di noi il fascino dell’attrazione attraverso la bellezza, via privilegiata, secondo Dostoevskij, per salvare il mondo, oggi forse come non mai abbrut(t)ito da ciascuno di noi con i propri atteggiamenti. Io sono: questa espressione non ci deve sfuggire perché indica una manifestazione di Gesù in piena continuità con il Dio salvatore d’Israele, tante volte presente nel quarto vangelo. Quando Gesù parla così ci sta comunicando qualcosa di veramente importante. D’altronde il modo più bello con cui un re d’Israele poteva sentirsi chiamare era proprio quello di pastore, perché apparteneva propriamente a Dio stesso.

Il pastore bello dà la vita per le pecore, conosce le pecore, guida altre pecore. Questa sequenza di azioni sottolinea che la sua vita non è concentrata su di sé ma decentrata perché gli importa delle pecore. Il pastore si differenzia dal mercenario perché dà la vita, mentre il secondo prende la vita dalle pecore. La sua conoscenza delle pecore è contraccambiata. E non si accontenta delle pecore di un solo ovile ma apre nuovi orizzonti guidando altre pecore. Come è possibile questo? Ascoltando la sua voce! Allora questa domenica diventa una occasione per chiederci se siamo in grado di ascoltare la sua voce, se siamo disposti a metterci in gioco per allargare il cerchio, aprire le nostre comunità, e non chiuderle. Le comunità si allargano se il cuore è aperto. Insieme alla mente! Che il Signore ci conceda un cuore libero, docile, aperto. E una mente intelligente alle necessità che ci circondano.

Vita in pienezza 

Una porta di vita io sogno 

una porta di libertà nei vasti campi 

dove il dolore intreccia l’amore. 

Un pastore di vita io sogno 

che si prende cura dell’essere intero e del cosmo. 

Un pastore che guida 

oltre la valle oscura 

nei limpidi cieli 

dove la luce non muore.

Buona domenica!

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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