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Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
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Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Gianni De Luca
16 giugno 2017

Letture: Dt 8, 2-3. 14-16; I Cor 10, 16-17; Gv 6, 51-58

Commento esegetico-teologico

Il mistero cristiano è profondamente unitario, anzi è uno solo: Cristo. Noi lo meditiamo nei suoi vari aspetti in momenti diversi della Liturgia. Avviene per esempio che, il giovedì santo si ricorda la Cena del Signore e l’istituzione della SS. Eucaristia la cui adorazione solenne si prolunga tutto il giorno seguente. La riflessione è allora accompagnata e in certo modo condizionata dal mistero della passione e morte in croce; la solennità odierna invece vuol dire la gioia e la riconoscenza della Chiesa e del cristiano nell’avere con sé l’Eucaristia, vuole esprimere il suo proposito di adorazione, di onore ecc.

Giornata dunque di culto eucaristico solenne; anche la processione è un invito a una professione aperta, chiara e consapevole della propria fede.

La terza lettura riporta le parole di Gesù che preannuncia la sua carne come vero cibo, il suo sangue come vera bevanda. Discorso indubbiamente paradossale, non stupisce la difficoltà dei giudei di fronte a esso; stupisce invece la condotta di quanti, allora come oggi, non accettano la verità della presenza reale dopo le molteplici prove che ne diede Gesù, dimostratosi vero Figlio di Dio con la sua risurrezione, e nonostante l’insegnamento della Chiesa. Se la fede è come una vita nuova, è logico che abbia un suo nutrimento. Non un nutrimento come la manna del deserto, miracoloso, ma dopo tutto terrestre, ma un cibo soprannaturale: lo stesso Figlio di Dio. L’Eucaristia è un mistero veramente grande, che dopo aver messo a dura prova la nostra fede, la esalta, la corona. È l’invenzione del cuore di Dio per rimanere per sempre in mezzo a noi.

Nella prima lettura, brano esortativo dal libro del Deuteronomio, Mosè parte dalla cura che Dio ebbe per il suo popolo negli anni del deserto: un cibo, la manna e una bevanda, l’acqua sgorgata dalla rupe, prodigiosi, protezione da aspri pericoli e invita tutto Israele a essere fedele a Dio, a non dimenticarlo nella nuova situazione di benessere, a ricordarsi che non si vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. La rilettura cristiana è facile: oggi noi viviamo il nostro periodo nel deserto: difficoltà, prove, pericoli, tentazioni di sfiducia ecc. L’esempio del popolo ebreo ci ammonisce: Dio è in mezzo a noi con un prodigio ben più grande e quotidiano; non dimentichiamolo!

La seconda lettura riferisce brevi parole, ma tanto significative, dell’apostolo Paolo ai Corinzi. Egli parte dalla considerazione che il calice che benediciamo e il pane eucaristico che spezziamo sono comunione con il Corpo e Sangue di Cristo, e ne deduce come prima conseguenza che nutrendoci dello stesso pane formiamo un corpo solo, con Cristo e con i fratelli: l’Eucaristia è sacramento di unità. Il moltiplicarsi dei mutui rapporti tra gli uomini e il bisogno di unione è uno degli aspetti caratteristici del mondo di oggi; d’altra parte, stranamente, crescono i focolai di divisione; sono violate la libertà e la dignità della persona; si rende difficile il dialogo e il rispetto reciproco. La fede cristiana può contribuire in molti modi a migliorare il cammino verso una intesa maggiore: con la sua dottrina che gli uomini sono tutti ugualmente creati da Dio e redenti nel sangue di Cristo, con il comandamento fondamentale che è quello dell’amore vicendevole, ma soprattutto con l’Eucaristia che, ben compresa e ricevuta, ci unisce tutti sempre più intimamente in Cristo, e in lui ai nostri fratelli.

Messaggio di questa Domenica

Carissimi, in modo opportuno questa festa del Corpo e Sangue del Signore ci fa soffermare oggi su una realtà che già nella Festa dell’Ascensione e a Pentecoste, accennavamo, e cioè sul fatto che il Signore Gesù è una presenza fedele e ravvicinata alla nostra vita. Oggi ne riconosciamo la prossimità in modo particolare come corpo e sangue che ci nutre al banchetto dell’Eucarestia. La sua presenza nel mondo infatti non è solo spirituale o sentimentale, ma concreta, tangibile, come appunto lo è un corpo fisico.
Il corpo con cui Gesù ha scelto di restare si presenta con i segni della sua passione: è sangue versato e corpo spezzato. Ed infatti Gesù ce lo consegna proprio alla vigilia del suo arresto in quella tragica ultima cena, durante la quale si rivela il tradimento di cui è stato fatto oggetto. Il corpo con cui Gesù rimane con noi, e d’altronde il corpo con cui Gesù è asceso al cielo, è quello di un ferito dalla vita, di un umiliato, di un offeso, ma, paradossalmente, è quello dell’unico che ha vinto la morte risorgendo. La resurrezione di Gesù infatti non cancella i segni della passione, che esibisce agli apostoli nelle prime apparizioni dopo la Pasqua, perché il male non è eliminato, ma vinto, non scompare, ma è umiliato davanti alla vittoria del bene.

La festa di oggi allora ci viene a ricordare proprio questa realtà che è come riassunta nel Corpo e Sangue Eucaristico di Gesù: la vittoria del bene portato da Gesù agli uomini, la loro salvezza non è qualcosa che è al di fuori dell’esperienza ordinaria dell’uomo, così segnata dalla presenza del male. Essa ci ricorda che c’è bisogno che si combatta la lotta fra bene e male perché il bene trionfi, c’è bisogno di affrontare le sfide del dolore e della morte che minacciano il mondo, perché ci sia la vittoria su di esse, perché la resurrezione di Cristo si realizzi anche nella nostra vita e in quella del mondo di oggi.

Il brano del Deuteronomio che ascoltiamo nella prima lettura sembra proprio presentarci un ritratto della vita dell’uomo: “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua.” Sì, il mondo assomiglia ad un deserto, arido e pieno di insidie pericolose di cui siamo come schiavi, servi in Egitto. Chi di noi non ne ha sperimentato la durezza, ma ancor di più, quanti segni ne vediamo nelle vicende che sconvolgono tanti angoli più disgraziati della terra! Eppure attraverso di essi ci guida Dio per condurci verso la liberazione, così dice il brano citato. È quella dimensione di lotta fra bene e male che ci ricordano le vicende dei tanti martiri della fede che hanno accompagnato lo svolgersi del secolo scorso e continuano a farlo ancora oggi.

Nel deserto della nostra vita, non meno pieno di scorpioni e serpenti rispetto a quella degli Ebrei di allora, scorpioni e serpenti che da noi si chiamano indifferenza, egoismo, materialismo, odi e antipatie, il Corpo e il Sangue del Signore continua a darci la forza, a nutrirci, a sostenerci. Anche noi, ogni domenica assistiamo al miracolo: “Il Signore ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri” forse nemmeno ce ne accorgiamo più, assuefatti dal benessere e da un’abitudine scontata. C’è bisogno che riapriamo gli occhi sulla realtà di schiavitù e di deserto che la nostra vita racchiude. Il nostro sguardo ne ha fatto un angoletto in cui ci troviamo bene, ci accontentiamo di una felicità esteriore spenta e provvisoria, abbiamo rinunciato alla libertà preferendo la tranquillità umiliata dello schiavo. Facciamoci aprire gli occhi dalla Scrittura e guardiamo con sguardo limpido al mondo: quanto bisogno c’è di alleati per la lotta del bene contro il male, di quante forze c’è bisogno perché la resurrezione di Gesù vinca le tante battaglie in cui gli uomini sono sopraffatti dal dolore e schiacciati dalla violenza. Scopriremo così che la vera forza nella lotta ci viene dal nutrirci della forza con cui Gesù stesso ha lottato: non gloria e sopraffazione, ma mitezza, umiltà, perdono, dono di sé, benevolenza. È quello che Gesù ci dona col suo corpo e sangue: “Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.” Restiamo in lui e la forza della resurrezione si sprigionerà in noi attraverso quel corpo umile e fragile, con impressi i segni del dolore, ma ripieno dell’amore che vince ogni male e la morte stessa.

Per la vita

Cari fratelli e sorelle!

Oggi, in Italia e in altri Paesi, si celebra il Corpus Domini, la festa dell’Eucaristia, il Sacramento del Corpo e Sangue del Signore, che Egli ha istituito nell’Ultima Cena e che costituisce il tesoro più prezioso della Chiesa. L’Eucaristia è come il cuore pulsante che dà vita a tutto il corpo mistico della Chiesa: un organismo sociale tutto basato sul legame spirituale ma concreto con Cristo. Come afferma l’apostolo Paolo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17). Senza l’Eucaristia la Chiesa semplicemente non esisterebbe. È l’Eucaristia, infatti, che fa di una comunità umana un mistero di comunione, capace di portare Dio al mondo e il mondo a Dio. Lo Spirito Santo, che trasforma il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Cristo, trasforma anche quanti lo ricevono con fede in membra del corpo di Cristo, così che la Chiesa è realmente sacramento di unità degli uomini con Dio e tra di loro.

In una cultura sempre più individualistica, quale è quella in cui siamo immersi nelle società occidentali, e che tende a diffondersi in tutto il mondo, l’Eucaristia costituisce una sorta di “antidoto”, che opera nelle menti e nei cuori dei credenti e continuamente semina in essi la logica della comunione, del servizio, della condivisione, insomma, la logica del Vangelo. I primi cristiani, a Gerusalemme, erano un segno evidente di questo nuovo stile di vita, perché vivevano in fraternità e mettevano in comune i loro beni, affinché nessuno fosse indigente (cfr At 2,42-47). Da che cosa derivava tutto questo? Dall’Eucaristia, cioè da Cristo risorto, realmente presente in mezzo ai suoi discepoli e operante con la forza dello Spirito Santo. E anche nelle generazioni seguenti, attraverso i secoli, la Chiesa, malgrado i limiti e gli errori umani, ha continuato ad essere nel mondo una forza di comunione. Pensiamo specialmente ai periodi più difficili, di prova: che cosa ha significato, ad esempio, per i Paesi sottoposti a regimi totalitari, la possibilità di ritrovarsi alla Messa domenicale! Come dicevano gli antichi martiri di Abitene: “Sine Dominico non possumus” – senza il “Dominicum”, cioè senza l’Eucaristia domenicale non possiamo vivere. Ma il vuoto prodotto dalla falsa libertà può essere altrettanto pericoloso, e allora la comunione con il Corpo di Cristo è farmaco dell’intelligenza e della volontà, per ritrovare il gusto della verità e del bene comune.

Cari amici, invochiamo la Vergine Maria, che il mio Predecessore, il beato Giovanni Paolo II ha definito “Donna eucaristica” (Ecclesia de Eucharistia, 53-58). Alla sua scuola, anche la nostra vita diventi pienamente “eucaristica”, aperta a Dio e agli altri, capace di trasformare il male in bene con la forza dell’amore, protesa a favorire l’unità, la comunione, la fraternità.

BENEDETTO XVI, ANGELUS,  Piazza San Pietro Domenica, 26 giugno 2011

 

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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