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Letture e Commento alla XIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
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Letture e Commento alla XIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Gianni De Luca
7 luglio 2017

Letture: Zc 9, 9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11, 25-30

 

Commento esegetico-teologico

In alcuni libri dell’A. T. detti Sapienziali, la Sapienza è dote divina o forza che è in Dio, e si presenta come una persona, invitando il lettore ad accogliere i suoi precetti, la sua guida, per una vita secondo la legge e la religiosità ebraica.

Nel brano del Vangelo che leggiamo in questa celebrazione Gesù si presenta non solo come un mandato da Dio, ma come il Figlio, l’unico che conosce il Padre e come tale è in grado di rivelarlo all’uomo. Il Padre ha voluto che la sua rivelazione fosse rivolta agli umili, ai semplici, non ai superbi. I farisei, orgogliosi nella loro legge e tradizione, sono chiusi alla comprensione vera del Padre. Di fronte agli uomini oppressi dal giogo del mondo, di fronte agli ebrei oppressi dalla legge arbitrariamente imposta e interpretata da alcuni, Gesù invita a seguirlo, mite e umile di cuore darà ristoro alle loro anime. Il suo giogo è dolce e il suo carico leggero. Ne fanno l’esperienza i convertiti quando, abbandonata una vita di peccato per una forma più austera, si sentono felici; e tutti esperimentano questo quando, sotto il giogo del peccato, se ne soffre il rimorso, esperimentandone l’amarezza.

Nella prima lettura il profeta Zaccaria (520 a.C.) consola i giudei di Gerusalemme annunciando loro il futuro Messia. Egli verrà nella città santa giusto e vittorioso, umile, su una povera cavalcatura e non su un elegante destriero come usavano i re. Predicò la vera pace, quella con Dio, condizione di ogni pace tra gli uomini. In questi momenti travagliati, mentre rumori di guerra scuotono il mondo, non possiamo dimenticare che ciò avviene proprio perché non pratichiamo gli insegnamenti di Gesù, continuando a vivere nella nostra superbia ed egoismo, raccogliendo quei frutti che tutti vediamo.

Anche nella seconda lettura troviamo un accenno al giogo della legge di Cristo. S. Paolo oppone il dominio della carne e quello dello spirito. È sotto il dominio della carne colui che vive esclusivamente per ideali, se possiamo così chiamarli, terrestri: denaro, potere economico o politico, edonismo. Che il dominio della carne regni tuttora nel mondo lo vediamo attorno a noi, specialmente in questi mesi estivi in cui molti cristiani dimenticano i doveri fondamentali verso Dio, preghiera, santificazione della festa, per godere anche al di là di ogni costume e della doverosa sensibilità verso coloro che soffrono tanti dolori che oggi ci attorniano. Chi è «sotto il dominio della carne», dice S. Paolo, non appartiene a Cristo, non avrà parte alla sua risurrezione gloriosa. Siamo invitati, con l’aiuto dello Spirito, a far morire le «opere del corpo», cioè a guidare e mortificare, se necessario, le inclinazioni tendenti a smodata soddisfazione.

È il giogo di Gesù, in definitiva assai più leggero di quello che ci mettono sulle spalle la carne e il mondo, perché portato nell’amicizia di Dio e tranquillità interiore, lontano da amarezze e rimorsi di coscienza. Questo abbiamo anche chiesto al Signore nella prima orazione: «una rinnovata gioia pasquale, liberati dall’oppressione della colpa».

 

Messaggio di questa Domenica

Il tempo che ci si apre davanti è una stagione fuori dal normale. Siamo infatti in tempo di vacanze estive: i ritmi della vita ordinaria cambiano, anche lo scenario delle nostre giornate muta, o perché si parte per andare fuori, o perché, per chi resta, il clima caldo e pesante e lo svuotamento della città ne cambiano il volto e la vita. Ma se questo appartiene ad un normale avvicendamento delle stagioni, allo steso tempo mi sembra che un tratto di questo tempo si rivela particolarmente pericoloso, soprattutto perché si presenta in modo subdolo sotto le vesti di un’apparente normalità. Cioè il fatto che l’estate è, in sostanza, il tempo in cui essere più pienamente se stessi. Ciò si esprime nel dedicare il proprio tempo e occupazioni a sé, senza distrazioni, applicarsi alla soddisfazione dei propri desideri, quelli che magari durante l’anno non possiamo esprimere, dimenticare il resto del mondo, e così via. Insomma mettere il più possibile al centro se stessi senza doversi occupare di altro. Si definisce questo libertà, l’espressione più autentica di sé, e come tale la viviamo magari in tanti piccoli aspetti quotidiani.

Ma rendiamoci conto, fratelli e sorelle di quanto triste sia una tale concezione: è accettabile essere liberi solo per 15 giorni? Si può essere se stessi solo quando si sta lontani dalle persone e i luoghi abituali della nostra vita? È concepibile essere felici perché scarichi di responsabilità e di occupazioni? Mi sembra una situazione ben triste che se vera vuol dire che per la maggior parte della nostra vita siamo schiavi e infelici. Perché accontentarsi di così poco e non ambire ad una felicità sempre, ad una libertà duratura? In fondo è questa la lezione che la generazione che ci segue sta imparando meglio da noi adulti, e cioè che la felicità è qualcosa di circoscritto a pochi lembi di vita, per questo bisogna sballare, rinchiudersi nei paradisi finti delle esperienze estreme che con i lampi di luce della discoteca del sabato sera coprono il grigiore e il non-senso degli altri sei giorni della settimana.
Nel Vangelo di questa domenica Gesù parla di gente infelice e schiacciata da un peso, alla quale offre la libertà dall’oppressione e la felicità del ristoro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.” Ma questa non passa attraverso un allontanarsi dalla preoccupazione per gli altri o il dedicarsi tutto e solo a sé, ma dal legarci a un giogo soave: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”

La vera libertà cioè è nel legarsi ancora più strettamente al Signore Gesù, e farsi letteralmente “portare” da lui. Sembra un paradosso: come si fa a essere liberi e felici se si è legati e non si può andare dove ci pare? Usando le parole di S. Paolo nel suo rivolgersi ai Romani, potremmo dire: come posso essere felice se non posso essere me stesso, come il mio carattere mi impone, come l’istinto mi fa essere, come il gusto, la passione, l’umore del momento mi suggerisce? Paolo chiama tutto ciò “il dominio della carne” cioè quello che ci sembra proprio nostro e di cui non possiamo fare a meno, come la carne che ricopre le nostre ossa. Possiamo eliminare cose che ci sembrano così intime e la cui piena espressione ci sembra darci la felicità e la soddisfazione suprema? Ma noi, continua Paolo, non siamo stati concepiti come figli della carne, ma dello Spirito. 4

Cioè noi non siamo figli solo dell’umore, dell’ambiente in cui siamo nati e cresciuti, delle tradizioni culturali della nostra terra, delle reazioni istintive che chiamiamo “carattere” o “indole”, ma siamo figli di qualcuno ben più grande e bello, ma soprattutto che non finisce con il passare delle stagioni e non va fuori moda, costringendoci a continue rincorse dei modelli di successo. Perché rinunciare al carattere di figli di Dio che ci è stato impresso al momento della creazione, in cui Dio ci volle a sua immagine e somiglianza, per essere invece imitatori sguaiati e penosi dei modelli irraggiungibili della pubblicità?
Potremmo dire che questo è troppo difficile e pesante, che costa troppa fatica e rinuncia, che non siamo pronti, ecc… ci sono mille scuse per preferire la vita piccola e misera invece della grandezza della vocazione a cui il Vangelo ci chiama. Ma piuttosto chiediamoci cosa vale più la pena costruire per il nostro futuro: l’esaltazione di un breve periodo e la frustrazione quotidiana oppure la libertà vera e il ristoro del Vangelo? Infatti sì è vero, bisogna legarsi a un giogo e accettare con umiltà la diminuzione della nostra autonomia e indipendenza, ma poi una volta legati al Signore sarà a lui a portare il peso maggiore e a sollevarci dalla fatica vuota di un vivere falsamente libero. Il Vangelo ce ne indica la via, ma bisogna farsi piccoli e umili: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.”

Fintanto che saremo sicuri delle nostre convinzioni e forti del nostro seguire “la carne” il Vangelo non ci parla: sì, ne sentiamo le parole, ma non parla al cuore e non cambia la vita, ma se impariamo l’umiltà di ritenerci piccoli diverremo figli di una sapienza più grande che viene dalla benevolenza di Dio e dal dono del suo Spirito.

Non accontentiamoci, allora, in questo tempo delle piccole soddisfazioni della falsa libertà di chi si dedica a se stesso, ma ambiamo anche in questo tempo a are nostri i doni dello Spirito che sono un senso alto e ambizioso della nostra vita che acquista senso e valore proprio dal non essere spesa solo per se stessi. Scopriremo così che il giogo soave del Vangelo non è qualcosa per pochi o per gente che non sa godersi la vita, ma la vera felicità che non passa e non finisce.

 

Per la vita

Papa Benedetto XVI, Angelus, Piazza San Pietro Domenica, 3 luglio 2011

Cari fratelli e sorelle!

Oggi, nel Vangelo, il Signore Gesù ci ripete quelle parole che conosciamo così bene, ma che sempre ci commuovono: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Quando Gesù percorreva le strade della Galilea annunciando il Regno di Dio e guarendo molti malati, sentiva compassione delle folle, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (cfr Mt 9,35-36). Quello sguardo di Gesù sembra estendersi fino ad oggi, fino al nostro mondo. Anche oggi si posa su tanta gente oppressa da condizioni di vita difficili, ma anche priva di validi punti di riferimento per trovare un senso e una meta all’esistenza. Moltitudini sfinite si trovano nei Paesi più poveri, provate dall’indigenza; e anche nei Paesi più ricchi sono tanti gli uomini e le donne insoddisfatti, addirittura malati di depressione. Pensiamo poi ai numerosi sfollati e rifugiati, a quanti emigrano mettendo a rischio la propria vita. Lo sguardo di Cristo si posa su tutta questa gente, anzi, su ciascuno di questi figli del Padre che è nei cieli, e ripete: “Venite a me, voi tutti…”.

Gesù promette di dare a tutti “ristoro”, ma pone una condizione: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Che cos’è questo “giogo”, che invece di pesare alleggerisce, e invece di schiacciare solleva? Il “giogo” di Cristo è la legge dell’amore, è il suo comandamento, che ha lasciato ai suoi discepoli (cfr Gv 13,34; 15,12). Il vero rimedio alle ferite dell’umanità, sia quelle materiali, come la fame e le ingiustizie, sia quelle psicologiche e morali causate da un falso benessere, è una regola di vita basata sull’amore fraterno, che ha la sua sorgente nell’amore di Dio. Per questo bisogna abbandonare la via dell’arroganza, della violenza utilizzata per procurarsi posizioni di sempre maggiore potere, per assicurarsi il successo ad ogni costo. Anche verso l’ambiente bisogna rinunciare allo stile aggressivo che ha dominato negli ultimi secoli e adottare una ragionevole “mitezza”. Ma soprattutto nei rapporti umani, interpersonali, sociali, la regola del rispetto e della non violenza, cioè la forza della verità contro ogni sopruso, è quella che può assicurare un futuro degno dell’uomo.

Cari amici, ieri abbiamo celebrato una particolare memoria liturgica di Maria Santissima lodando Dio per il suo Cuore Immacolato. Ci aiuti la Vergine a “imparare” da Gesù la vera umiltà, a prendere con decisione il suo giogo leggero, per sperimentare la pace interiore e diventare a nostra volta capaci di consolare altri fratelli e sorelle che percorrono con fatica il cammino della vita.

 

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell’Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora.
Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale.
Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l’Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe “Angelicum”.
Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma.
Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l’Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant’Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera “I 5 Sassi”, è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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