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Prato, Papa: lavoro degno per tutti, via cancro dello sfruttamento
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Prato, Papa: lavoro degno per tutti, via cancro dello sfruttamento

È un dovere combattere il “cancro” dello sfruttamento lavorativo e il “veleno” dell’illegalità”. È necessario stabilire “patti di prossimità” con le fasce della società più vulnerabili in maniera diversa: i poveri, gli immigrati, ma anche le famiglie. È il messaggio che Papa Francesco ha lasciato alla città di Prato, prima tappa della sua visita in Toscana. “Benvenuto”. La parola più ovvia da stampare su uno striscione di saluto al Papa che arriva in visita. Meno ovvio è che in una città che appartiene alla regione culla della lingua italiana quel saluto sia scritto in ideogrammi cinesi. L’ora dei “patti di prossimità” Francesco comincia dalla “città-laboratorio” – tessile ma anche di convivenza interetnica tra le maggiori in Italia – la sua marcia, anzi il suo “pellegrinaggio” come tiene a precisare, di avvicinamento a Firenze. E la voce del Papa è un tuono che soffia sui marmi bianco-verdi del Duomo di Santo Stefano, sui 20 mila che si stringono in piazza per non perdere una parola, un mosaico di fattezze e colori diversi – cinesi, certo, tantissimi, ma anche ucraini e polacchi, romeni e pakistani, nigeriani e filippini: “Vi ringrazio per gli sforzi costanti che la vostra comunità attua per integrare ciascuna persona, contrastando la cultura dell’indifferenza e dello scarto. In tempi segnati da incertezze e paure, sono lodevoli le vostre iniziative a sostegno dei più deboli e delle famiglie, che vi impegnate anche ad ‘adottare’. Mentre vi adoperate nella ricerca delle migliori possibilità concrete di inclusione, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà. Non rassegnatevi davanti a quelle che sembrano difficili situazioni di convivenza; siate sempre animati dal desiderio di stabilire dei veri e propri ‘patti di prossimità’”. “Lavoro degno!” La spinta migratoria è una forza incontenibile in una città come Prato e imparare la convivenza è ineluttabile, imparare a lavorare insieme è una conseguenza. Ma – scandisce il Papa amico degli emarginati – “la sacralità di ogni essere umano richiede per ognuno rispetto, accoglienza e un lavoro degno”. Esattamente l’opposto di quello indegno, inumano, che due anni fa – ricorda – uccise due donne e cinque uomini, cinesi, dentro il capannone-lager della suburra pratese, dove li incatenava la loro condizione di lavoratori schiavi: “E’ una tragedia dello sfruttamento e delle condizioni inumane di vita! E questo non è lavoro degno! La vita di ogni comunità esige che si combattano fino in fondo il cancro della corruzione, il cancro dello sfruttamento umano e lavorativo e il veleno dell’illegalità. Dentro di noi e insieme agli altri, non stanchiamoci mai di lottare per la verità e la giustizia!”. Piantare tende di speranza Una lotta, insiste Francesco, per una società “più giusta” e “più onesta”, perché viceversa – assicura – “non si può fondare nulla di buono sulle trame della menzogna o sulla mancanza di trasparenza”. Ai giovani arriva l’incoraggiamento del Papa “a non cedere mai al pessimismo e alla rassegnazione” e alla Chiesa locale l’eterno invito a sentirsi “in uscita”, con una “rinnovata passione missionaria” che spinge a “piantare tende di speranza, dove accogliere chi è ferito e non attende più nulla dalla vita”: “Ci è chiesto di uscire per avvicinarci agli uomini e alle donne del nostro tempo. Uscire, certo, vuol dire rischiare – uscire vuol dire rischiare ma non c’è fede senza rischio. Una fede che pensa a sé stessa e sta chiusa in casa non è fedele all’invito del Signore, che chiama i suoi a prendere l’iniziativa e a coinvolgersi, senza paura”.

10 Novembre 2015

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Almudena Martinez-Bordiu


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