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Letture e Commento alla II Domenica di Quaresima
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Letture e Commento alla II Domenica di Quaresima

Letture: Gen.12,1-4 – II Tim 1,8-10; Mt17,1-9

 

Commento esegetico-teologico

Questa seconda domenica di quaresima evidenzia la vocazione del cristiano, come vocazione alla salvezza. Essa fa giustamente seguito alla precedente in cui la liturgia della Parola ci ha invitati a riflettere sul peccato originale, ampiamente ratificato da noi nei peccati quotidiani. La vita umana è già in se stessa una vocazione a conoscere, amare e servire Iddio, per condividere in lui la vita nei secoli eterni. La rivelazione ci dice che Iddio approfondì quella vocazione con altre chiamate.

La prima lettura di questa Domenica ci presenta la figura di Abramo, l’uomo con cui inizia la rivelazione giudeo-cristiana, è l’esempio più insigne di un uomo che riceve una vocazione da Dio.

Questi gli promette una terra, una stirpe, una benedizione per tutte le genti: segno che tutti i popoli hanno bisogno di salvezza, e che Dio verrà incontro a tutti.

Noi oggi, alla luce della rivelazione cristiana, possiamo comprendere, meglio di Abramo, in che cosa consistesse la benedizione e la salvezza di Dio. Ma la vocazione a essere un grande popolo, portatore a tutti della benedizione di Dio, passa attraverso il distacco da tutto, la terra, la casa del padre…

Abramo obbedisce, e da quel momento diventa nostro modello e nostro padre nella fede; Padre dei credenti non solo per l’esempio che ha lasciato, ma perché tutti viviamo nella scia della benedizione e della promessa a lui fatta.

La seconda lettura ci porta a considerare un altro grande esempio di uomo che risponde alla chiamata di Dio, Paolo apostolo.

Al termine della sua corsa terrena, egli dà uno sguardo al passato: Dio l’ha chiamato a una vocazione santa, per pura grazia sua. Paolo contempla in Dio il misterioso disegno concepito dall’eternità, di salvare tutti gli uomini in Cristo, disegno manifestato a noi con la morte e la risurrezione di Gesù, e sente che è per tutti noi una vocazione a vincere la morte, per risplendere in una vita immortale.

Come quella di Abramo, anche la vocazione di Paolo richiede corrispondenza e sacrificio. Pertanto egli invita Timoteo a soffrire con lui per il Vangelo. La sofferenza dell’incomprensione, della persecuzione, della fedeltà alle esigenze del vangelo; la quaresima ci fa camminare sulla strada dell’approfondimento di questa vocazione.

La terza lettura, il Vangelo, riferisce il misterioso episodio della Trasfigurazione. Esso dovette essere ben ricco di significato per gli apostoli, se non solo i tre Sinottici, ma anche san Pietro lo ricorda nei suoi scritti, in particolare nella sua seconda lettera 1,16-18).

L’episodio può paragonarsi al momento del battesimo al Giordano; fa pensare anche a certe manifestazioni di Dio nell’A.T., per esempio quelle al Sinai, descritte dal Libro dell’Esodo, 19,16-20; 24,15-18, ha dei tratti simili alle apparizioni di Gesù dopo la risurrezione.

Qui, oltre alla voce del Padre, come già al Giordano, abbiamo la presenza di due insigni personaggi dell’A.T., Elia, il più sofferente tra i profeti, e Mosè il più grande come legislatore e guida del popolo di Dio. Il loro discorso non è sulla gloria di Gesù, ma sulla sua passione.

Un episodio che chiarificò abbastanza bene chi era Gesù, ma gli apostoli stessi non erano ancora in grado di comprenderlo nel suo valore, come appare dall’intervento di Pietro. Gesù preferisce che per ora non se ne parli. La passione, morte e risurrezione chiarificheranno molte cose; allora anche la trasfigurazione apparirà in tutto il suo significato di manifestazione messianica.

Messaggio di questa Domenica

Vincere la paura da vecchio per accogliere la gioia della vita nuova che la Pasqua viene a portarci.

Con questa seconda domenica siamo immersi nel pieno del tempo di Quaresima che, come una madre paziente e affettuosa, ci accompagna verso la Pasqua di Resurrezione.

Spesso si è voluto vedere la Quaresima come un tempo di ripiegamento su se stessi, di macerazione interiore, di tristezza incupita. In realtà se così fosse la Quaresima non sarebbe molto diversa dal tempo ordinario, perché nel nostro tempo mi sembra che un velo di tristezza e rassegnazione copra sempre il nostro mondo e le nostre città. Certo, c’è la tristezza che viene da una coscienza di noi stessi, e cioè quella di essere polvere e cenere, come abbiamo voluto affermare il mercoledì delle ceneri e con quel gesto che apre la Quaresima. Ma la tristezza più comune è una sorta di mesta modestia, che proprio perché modesta e costante quasi non pesa più, anzi della quale quasi non si può fare a meno, come un modo di essere di “basso profilo”, funzionale a mantenere tutto a basso livello nelle nebbie della rassegnazione.

Questa falsa tristezza, impastata di rassegnazione, non si vince con un’emozione, ma accettando la cenere sul capo, cioè guardando alla nostra inadeguatezza e complicità col peccato per vivere la speranza di liberarsene.

La Quaresima dunque non è tempo triste e basta, ma è il tempo in cui dobbiamo prepararci ad una grande gioia, che è vero, ancora non c’è, ma che si intravede al termine del nostro cammino. La pienezza della gioia è infatti la vittoria della vita sulla morte. A una tale gioia sembra che, figli di un mondo triste e rassegnato, siamo tutti impreparati, come vasi sigillati o rotti, incapaci di accoglierla e conservarla in sé. Prevalgono infatti sempre i motivi di scontento e pessimismo, piuttosto che quelli per cui gioire: siamo un po’ più invecchiati, la situazione è un po’ peggiorata, ecc…

C’è una vera e propria paura di vivere la gioia per un futuro nuovo, che è un segno di vecchiaia del cuore e della vita. Il vecchio infatti non ama la novità, ma preferisce rimpiangere il passato e conservarsi in un presente sempre uguale.

La Quaresima vuol essere questa proposta a chi è invecchiato, prigioniero della tristezza e della rassegnazione: andare verso Cristo nella Pasqua. Ma, per questo incontro, bisogna prepararsi per avere occhi, cuore, per non dormire per la tristezza, come i discepoli nel Getsemani, accanto a Gesù che pregava e sudava sangue.

Per poter gioire della novità è richiesta un’apertura fiduciosa al futuro, la disponibilità a vivere con speranza, come fece Abramo: “il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò…» Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.”

Abramo, nonostante fosse avanti negli anni, davanti alla promessa di Dio, audace fino all’assurdo, di concedergli una discendenza numerosa e una terra non reagì come un vecchio spaventato dalla novità, ma accettò di riformare se stesso, il suo modo di vivere.

Cambiò le priorità della sua vita: invece di prepararsi una serena vecchiaia, godendosi quello che aveva ottenuto e assicurandosi la continuità di un presente tranquillo, accettò di compiere un cammino lungo e pericoloso, di rischiare anche di perdere tutto, di faticare per raggiungere la gioia di un futuro nuovo, cioè diventare “una grande nazione”.

  1. Paolo parla di Abramo nella sua Lettera ai Romani: “[Abramo] ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento.” (Rm 4, 19-21)

Questo “sperare contro ogni speranza” fu il suo modo di “avere fede”, dice Paolo, vincendo l’invecchiamento del cuore e della vita.

Oggi la Quaresima ci pone la stessa domanda di Dio ad Abramo: vuoi vincere la paura da vecchio per accogliere la gioia della vita nuova che la Pasqua viene a portarci?

Eppure la paura è la reazione spontanea davanti alla visione grande di Dio sulla vita dell’uomo, come quella che propose ad Abramo.

Capitò anche a tre apostoli che Gesù chiamò con sé sulla montagna. Ad essi, in disparte, si mostrò trasfigurato, immerso in quello splendore che trasforma la realtà umile e meschina dell’uomo nella gloria della Resurrezione. Fu per i tre apostoli un anticipo della vita nuova che il Signore avrebbe inaugurato a Pasqua con la vittoria definitiva sulla morte che umilia la vita, è la strada che propone a ciascuno di noi: passare dalla vita vecchia e triste alla gioia della vita nuova che non finisce. Gli apostoli prima furono felici, ma poi sembrò troppo per loro, si gettarono spaventati faccia a terra. È la reazione “normale” di ciascuno di noi: all’entusiasmo iniziale segue la paura e il ritorno alla contemplazione di sé dal basso.

La Quaresima che stiamo vivendo è da vivere come Gesù e con Gesù che ci invita a seguirlo sul monte per pregustare con lui come può essere la vita glorificata dalla sua resurrezione: la nostra vita personale, con i suoi affanni e miserie, la vita del mondo, con i drammi e la violenza che lo attraversano. Noi siamo attratti da questa visione, ma ci sembra troppo grande per noi e restiamo ancorati alla rassegnazione che tanto niente potrà mai cambiare.

Come fare a vincere questa paura, come rialzare il volto da terra per rivolgerlo con fiducia e speranza verso il futuro indicato da Cristo? Una voce lo dice chiaramente ai tre sbigottiti apostoli: “Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”.

Ascoltare il Signore, ecco la via per rinnovare la nostra vita e vincere la vecchiaia nostra e del mondo. Una via semplice e concreta che vogliamo fare nostra in questa Quaresima: ascoltare con attenzione e disponibilità la Parola di Dio, che come dice la Lettera agli Ebrei, è Parola che può cambiare, salvare la nostra vita, perché questa entri in noi e si faccia strada nel chiuso del nostro intimo, restituendoci quel cuore con cui gioire della Resurrezione a Pasqua.

Viviamo una Quaresima di ascolto, di silenzio interiore e ascolto attento della Parola di Dio. Torniamo sulla pagina della Scrittura, abituiamoci a far tornare alla mente le parole che ci guidano nella vita e torneremo capaci di appassionarci, di gioire e di soffrire per una vita non più vecchia e ripiegata su di sé.

Per la vita

…..Ed è proprio su Abramo, che vorrei soffermarmi e soffermare la  nostra attenzione, perché è lui la prima grande figura di riferimento per parlare di fede in Dio: Abramo il grande patriarca, modello esemplare, padre di tutti i credenti (cfr Rm 4,11-12). La Lettera agli Ebrei lo presenta così: «Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (11,8-10).

L’autore della Lettera agli Ebrei fa qui riferimento alla chiamata di Abramo, narrata nel Libro della Genesi, il primo libro della Bibbia. Che cosa chiede Dio a questo patriarca? Gli chiede di partire abbandonando la propria terra per andare verso il paese che gli mostrerà, «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1).

Come avremmo risposto noi a un invito simile? Si tratta, infatti, di una partenza al buio, senza sapere dove Dio lo condurrà; è un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, a cui solo la fede consente di accedere. Ma il buio dell’ignoto – dove Abramo deve andare – è rischiarato dalla luce di una promessa; Dio aggiunge al comando una parola rassicurante che apre davanti ad Abramo un futuro di vita in pienezza: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome… e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2.3).

La benedizione, nella Sacra Scrittura, è collegata primariamente al dono della vita che viene da Dio e si manifesta innanzitutto nella fecondità, in una vita che si moltiplica, passando di generazione in generazione. E alla benedizione è collegata anche l’esperienza del possesso di una terra, di un luogo stabile in cui vivere e crescere in libertà e sicurezza, temendo Dio e costruendo una società di uomini fedeli all’Alleanza, «regno di sacerdoti e nazione santa» (cfr. Es 19,6).

Perciò Abramo, nel progetto divino, è destinato a diventare «padre di una moltitudine di popoli» (Gen 17,5; cfr Rm 4,17-18) e ad entrare in una nuova terra dove abitare. Eppure Sara, sua moglie, è sterile, non può avere figli; e il paese verso cui Dio lo conduce è lontano dalla sua terra d’origine, è già abitato da altre popolazioni, e non gli apparterrà mai veramente. Il narratore biblico lo sottolinea, pur con molta discrezione: quando Abramo giunge nel luogo della promessa di Dio: «nel paese si trovavano allora i Cananei» (Gen 12,6).

La terra che Dio dona ad Abramo non gli appartiene, egli è uno straniero e tale resterà sempre, con tutto ciò che questo comporta: non avere mire di possesso, sentire sempre la propria povertà, vedere tutto come dono. Questa è anche la condizione spirituale di chi accetta di seguire il Signore, di chi decide di partire accogliendo la sua chiamata, sotto il segno della sua invisibile ma potente benedizione. E Abramo, “padre dei credenti”, accetta questa chiamata, nella fede. Scrive san Paolo nella Lettera ai Romani: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento» (Rm 4,18-21).

La fede conduce Abramo a percorrere un cammino paradossale. Egli sarà benedetto ma senza i segni visibili della benedizione: riceve la promessa di diventare grande popolo, ma con una vita segnata dalla sterilità della moglie Sara; viene condotto in una nuova patria ma vi dovrà vivere come straniero; e l’unico possesso della terra che gli sarà consentito sarà quello di un pezzo di terreno per seppellirvi Sara (cfr Gen 23,1-20). Abramo è benedetto perché, nella fede, sa discernere la benedizione divina andando al di là delle apparenze, confidando nella presenza di Dio anche quando le sue vie gli appaiono misteriose.

Che cosa significa questo per noi? Quando affermiamo: “Io credo in Dio”, diciamo come Abramo: “Mi fido di Te; mi affido a Te, Signore”, ma non come a Qualcuno a cui ricorrere solo nei momenti di difficoltà o a cui dedicare qualche momento della giornata o della settimana. Dire “Io credo in Dio” significa fondare su di Lui la mia vita, lasciare che la sua Parola la orienti ogni giorno, nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di me stesso. Quando, nel Rito del Battesimo, per tre volte viene richiesto: “Credete?” in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo, la santa Chiesa Cattolica e le altre verità di fede, la triplice risposta è al singolare: “Credo”, perché è la mia esistenza personale che deve ricevere una svolta con il dono della fede, è la mia esistenza che deve cambiare, convertirsi.  Ogni volta che partecipiamo ad un Battesimo dovremmo chiederci come viviamo quotidianamente il grande dono della fede.

Abramo, il credente, ci insegna la fede; e, da straniero sulla terra, ci indica la vera patria. La fede ci rende pellegrini sulla terra, inseriti nel mondo e nella storia, ma in cammino verso la patria celeste. Credere in Dio ci rende dunque portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento, ci chiede di adottare criteri e assumere comportamenti che non appartengono al comune modo di pensare. Il cristiano non deve avere timore di andare “controcorrente” per vivere la propria fede, resistendo alla tentazione di “uniformarsi”. In tante nostre società Dio è diventato il “grande assente” e al suo posto vi sono molti idoli, diversissimi idoli e soprattutto il possesso e l’”io” autonomo. E anche i notevoli e positivi progressi della scienza e della tecnica hanno indotto nell’uomo un’illusione di onnipotenza e di autosufficienza, e un crescente egocentrismo ha creato non pochi squilibri all’interno dei rapporti interpersonali e dei comportamenti sociali.

Eppure, la sete di Dio (cfr. Sal 63,2) non si è estinta e il messaggio evangelico continua a risuonare attraverso le parole e le opere di tanti uomini e donne di fede. Abramo, il padre dei credenti, continua ad essere padre di molti figli che accettano di camminare sulle sue orme e si mettono in cammino, in obbedienza alla vocazione divina, confidando nella presenza benevola del Signore e accogliendo la sua benedizione per farsi benedizione per tutti. È il mondo benedetto della fede a cui tutti siamo chiamati, per camminare senza paura seguendo il Signore Gesù Cristo. Ed è un cammino talvolta difficile, che conosce anche la prova e la morte, ma che apre alla vita, in una trasformazione radicale della realtà che solo gli occhi della fede sono in grado di vedere e gustare in pienezza.

Affermare “Io credo in Dio” ci spinge, allora, a partire, ad uscire continuamente da noi stessi, proprio come Abramo, per portare nella realtà quotidiana in cui viviamo la certezza che ci viene dalla fede: la certezza, cioè, della presenza di Dio nella storia, anche oggi; una presenza che porta vita e salvezza, e ci apre ad un futuro con Lui per una pienezza di vita che non conoscerà mai tramonto.

            Benedetto XVI, dall’Udienza generale 23 Gennaio 2013

 

 

 

10 Marzo 2017

About Author

Gianni De Luca Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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