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Il sinodalismo, conseguenza di un errore teologico
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Il sinodalismo, conseguenza di un errore teologico

Il sinodalismo, conseguenza di un errore teologico, avrebbe soddisfatto Hans Küng. Fu lui, infatti, a tentare oltre sessant’anni fa di equiparare i termini sinodo o concilio e Chiesa. La Chiesa sarebbe così diventata un grande concilio in perenne deliberazione. Ciò che propone l’ultimo sinodo vaticano rappresenta un tentativo tardivo di realizzare l’idea di Küng. La «sinodalità» dovrebbe trasformarsi in uno stato permanente, in una caratteristica essenziale della Chiesa. D’ora in poi, la Chiesa non dovrebbe essere solo una, santa, cattolica e apostolica, ma anche «sinodale».

Questo perché si sostiene che la «sinodalità» realizzi ciò che il Concilio Vaticano II ha insegnato sulla Chiesa come mistero e popolo di Dio (Documento finale 2024, Introduzione, 5). Verranno creati nuovi organismi «sinodali» a tutti i livelli della Chiesa (Documento finale 2024, 89, 94, 100, 107). La distinzione tra consultazione e deliberazione dovrebbe essere attenuata (92). I consigli esistenti dovrebbero essere resi obbligatori (104), e la loro importanza e autorità rafforzate (108, 129). Sedersi attorno a tavoli rotondi è, come ha dichiarato il Sinodo 2023, «emblematico di una Chiesa sinodale» (Relatio, 1.c).

Fu Joseph Ratzinger, alla vigilia del Concilio Vaticano II, a prendere posizione contro la teoria di Küng nel suo saggio «Sulla teologia del Concilio» (Opera omnia, Libreria Editrice Vaticana 2016, vol. 7/1, pp. 79-110). Mise le cose in prospettiva e indicò profeticamente i pericoli che oggi risultano evidenti nel Sinodo 2021-2024.

Küng sosteneva che l’intera Chiesa fosse il concilio convocato da Dio, il «concilio ecumenico per chiamata divina». Il concilio come assemblea ecclesiale sarebbe invece il «concilio ecumenico per chiamata umana» e, quindi, la rappresentazione del «concilio ecumenico per chiamata divina». Da questa affermazione, Küng concludeva che un concilio così inteso dovesse essere rappresentativo di tutti i membri della Chiesa. Non poteva essere un’assemblea composta solo dai successori degli Apostoli, ossia dai vescovi.

Ciò che Küng aveva postulato allora si è ora realizzato: prima è stato consultato l’intero popolo di Dio, e poi questo popolo è stato rappresentato dai suoi delegati — vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici — senza distinzione. In questo modo, tali rappresentanti avrebbero dovuto rappresentare tutta la Chiesa come «assemblea ecclesiale per chiamata umana». Tutti avevano «diritto di voto». Si trattava quindi di una rappresentanza in senso politico, non sacramentale.

Al contrario, Ratzinger dimostrò che Küng si sbagliava sul piano etimologico. Küng affermava giustamente che il termine «Chiesa» deriva dal greco «ek-kalein», che significa «chiamare fuori». La Chiesa è dunque l’«ekklesia», «colei che è chiamata fuori». Tuttavia, Küng proseguiva sostenendo che «concilium» deriverebbe da «concalare», cioè convocare. La Chiesa conciliare sarebbe quindi «la convocata». Ratzinger, però, dimostrò che la derivazione da «concalare» è errata. «Concilium» e «Chiesa» non hanno un’origine etimologica comune.

Ma soprattutto, Ratzinger mostrò che né nei 22 passaggi rilevanti della Bibbia latina né nei Padri della Chiesa il termine «concilium» è mai usato come traduzione del greco «ekklesia». Al contrario, «concilium» è sempre l’equivalente del termine greco «synedrion» o, più tardi, «synodos» nel contesto ecclesiale.

Joseph Ratzinger osservò inoltre che anche le evidenze storiche smentiscono la tesi di Küng. Infatti, il fenomeno del sinodo o concilio nacque — solo intorno all’anno 160 — nella lotta contro l’eresia del montanismo. Gli elementi sinodali venivano utilizzati in modo selettivo nei casi di conflitto, per il discernimento degli spiriti e per difendersi dalle minacce degli eretici. Il raggio d’azione del concilio era dunque decisamente più ristretto rispetto a quello della Chiesa. Esso ha una «funzione di ordine e organizzazione» e serve la Chiesa in questo mondo «nelle situazioni particolari del tempo terreno».

Per sua natura, la Chiesa non è una riunione conciliare, ma la riunione attorno alla Parola e al Signore presente nell’Eucaristia, che orienta oltre questo mondo e questo tempo come «partecipazione anticipata al banchetto nuziale di Dio». Ogni celebrazione eucaristica, ogni Chiesa particolare è dunque «ekklesia», Chiesa. Il concilio, invece, non è la Chiesa, non la rappresenta, ma è solo un servizio specifico al suo interno, limitato nel tempo e nella materia. Ciò vale a maggior ragione per un sinodo a livello mondiale o di una Chiesa particolare, poiché esso non è nemmeno l’assemblea di tutti i vescovi.

Ratzinger commentò così i risultati della sua ricerca: «Tutto questo può sembrare a prima vista una pedante disputa accademica». Ma non è così. Perché il pericolo nascosto nel gioco di parole di Küng è il seguente: finché il concilio viene compreso a partire dalla Chiesa, come un servizio spirituale e temporale per risolvere conflitti in casi particolari, non c’è alcun problema. Questo perché il concilio deriva naturalmente dalla natura della Chiesa e ne fa parte.

La situazione cambia, tuttavia, se nella coscienza pubblica prevale una relazione inversa tra Chiesa e concilio. In altre parole: quando si comincia a comprendere la Chiesa a partire dal modello conciliare. Perché allora accade quanto segue: «Il concilio, come realtà conosciuta e concreta, diventa la chiave per un’idea di Chiesa come ciò che sta più in profondità e che deve essere indagato». In questo modo, la Chiesa si dissolve in un «synedrion» o in un «sinodo». L’intera Chiesa diventa una «riunione conciliare», «un’entità organizzativa e politica, a cui non si risponde più fondamentalmente nella disposizione della fede, ma nell’atteggiamento dell’azione, della politica, del fare, del cambiare».

Questo è precisamente ciò che risulta evidente a partire dal Sinodo del 2021. Nel Sinodo di ottobre 2023 si è chiesta l’estensione di consigli e commissioni, la creazione di nuovi uffici e la «sinodalità» come stato permanente. Joseph Ratzinger aveva previsto profeticamente le conseguenze di questo attivismo amante delle strutture: «Infatti, coloro che vedono in essa [la Chiesa] solo ciò che è costante e vogliono conservarlo, diventano allora semplicemente dei ‘freni’; ma bisogna anche essere consapevoli, in tal caso, che non ci si sta più confrontando con ciò che la Chiesa stessa ha riconosciuto nel corso dei tempi come la sua realtà autentica ed essenziale».

In altre parole: la Chiesa si sta spezzando. Sta degenerando da mistero di fede a entità politicizzata e manipolabile.

Il progetto del sinodalismo è, in ultima analisi, l’espressione di un errore teologico sulla natura della Chiesa. Non la si comprende più nei termini della Parola di Dio e dei sacramenti, ma secondo una logica politico-rappresentativa. Gli errori teologici hanno sempre provocato tensioni nella Chiesa nel corso della storia. La democrazia rappresentativa mascherata da sinodo, quale si pratica attualmente, condurrà a conflitti tra vescovi, sacerdoti e laici, perché i primi non sono più rispettati nel loro essere, mentre i secondi si trasformano in antagonisti dell’autorità spirituale intesa come potere.

Se ciò non porterà alla divisione della Chiesa, quantomeno la paralizzerà. E questo vale non solo per il livello della Chiesa universale, ma anche per quello delle diocesi e delle parrocchie.

Ma c’è da sperare che Dio venga in aiuto alla sua Chiesa attraverso la fede di vescovi, sacerdoti e laici. I laici, in particolare, si sono espressi in tutto il mondo con una partecipazione nell’ordine di uno su mille. Il loro evidente disinteresse è l’espressione del fatto che hanno altre esigenze e preoccupazioni. Essi attendono di ricevere una spiritualità per la loro vita quotidiana, come cristiani e cittadini, che non li mantenga occupati nei circoli ecclesiastici, ma che li orienti su come vivere in modo credibile ed efficace la propria missione cristiana ed ecclesiale in un mondo sempre più secolarizzato.

Hanno fame del pane della fede e cercano pastori che diano loro questo pane, e non le pietre di una politica ecclesiale fuorviante. Perché la Chiesa si raduna attorno alla Parola di Dio e all’Eucaristia, non attorno a tavole rotonde.

30 Giugno 2025

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