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Letture e Commento alla III Domenica di Avvento – Anno A
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Letture e Commento alla III Domenica di Avvento – Anno A

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Piccoli e poveri: i primi agli occhi di Dio

Commento esegetico-teologico

In questa terza domenica il Profeta Isaia ci dona una visione che è tutta segnata dalla gioia.

Dio è amore, la gioia è il suo profumo perché è segno della sua Presenza. Dove c’è Lui, c’è gioia; la tristezza, invece, è segno della sua assenza. La gioia è comunicata a chiunque ama, a chi scopre il tesoro, a chi incontra Dio per quello che è, il Vivente.

Non è tanto necessario andare ad indagare in quale momento storico essa sia stata pronunciata; parla, infatti, di una trasformazione che non solo gli uditori suoi contemporanei possono interpretare secondo la propria personale situazione di vita vissuta, ma anche tutti gli altri uditori, di ogni tempo e di ogni luogo, quindi anche noi.

All’inizio sta dunque il tema: una trasformazione radicale, annunciata con il simbolo della steppa o del deserto che diventa un giardino.

Si spiega, poi, che un simile e radicale cambiamento è possibile perché il Signore viene e manifesta la sua gloria: “Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina, Egli viene a salvarvi”.

Dio si mette dalla parte degli ultimi, dei poveri, di quelli che non hanno voce, di quelli che non vedono mai soddisfatti i loro diritti e con essi si impegna a rendergli giustizia, cioè a donargli il proprio, questa giustizia è simboleggiata dalla vendetta. Dio interviene poiché riconosce il valore della sofferenza sopportata come frutto amaro dell’ingiustizia ed opera una distinzione tra il male ed il bene. Questo intervento di Dio è simboleggiato dalla ricompensa divina.

Questo intervento porterà l’uomo alla pienezza della vita, desiderio che è scritto nel cuore di ogni uomo. Questa pienezza, dono di Dio, significherà il riconoscimento della propria dignità di figlio, la pace interiore, la comunione con Dio. Tutto questo ci viene suggerito dal fatto che Egli viene a salvarci.

La venuta di Dio, questo suo intervenire rende all’uomo una nuova capacità di agire, irrobustendo le mani fiacche, ridona la fiducia nel cammino della vita agli incerti, rendendo salde le ginocchia vacillanti, e, soprattutto gli regala finalmente una nuova personalità, donando coraggio agli smarriti di cuore, affinché siano capaci di decidersi per Lui con coraggio.

Un segno particolare della salvezza che viene come dono dal cielo sarà la guarigione integrale dei bisognosi. Tutte le categorie più svantaggiate, ciechi, sordi, zoppi e muti, non saranno più tali, quando la presenza di Dio sarà veramente riconosciuta.

Ecco, infine, il simbolo della strada: ci sarà una strada appianata, non costruita dagli uomini, capaci solo di sentieri tortuosi, una Via Santa che condurrà gli uomini resi liberi fino a Sion, luogo privilegiato della Città Santa Gerusalemme, luogo della certezza della presenza divina.

Quella di oggi è una promessa che vale per sempre, la promessa di Dio che, rendendo veramente libero ogni uomo, strappandolo dalla sua grettezza e dalla sua schiavitù, gli permette di camminare verso di Lui, di ritrovare gli altri finalmente fratelli nell’unica casa del Padre, una casa dalla quale, quelli che sono i rifiuti di questa nostra società, non saranno mai esclusi.

Il Vangelo odierno è tutto attraversato da questa domanda: Sei tu? È la domanda del Battista che caratterizza la prima parte del Vangelo di questa domenica.

È la domanda fondamentale dell’uomo per riconoscere il suo Signore. Gesù risponde rimandando a quelle che sono le sue opere, come se dicesse: “Io sono Colui che vedi attraverso ciò che faccio”. La salvezza è, dunque, accogliere Lui che viene così come si rivela e non come lo vorremmo noi.

In questo brano Gesù risponde alla domanda di chi lo attende, concludendo con una beatitudine che riassume tutte le nove precedenti: “Beato chi non si scandalizza di me!”. Lui, Gesù, infatti, incarna la Parola che ha pronunciato sul monte.

La domanda di Giovanni in carcere costituisce il punto di arrivo della profezia, come la messa in questione delle proprie attese per aprirsi all’ascolto di ciò che l’altro dice. Giovanni si rivela, così, l’uomo che si fa domande per ricevere dal Signore le risposte.

Gesù, invece, è Colui che i Profeti hanno promesso, facendoci traghettare dalle nostre attese a quelle di Dio.

Giovanni Battista ha preparato la via del Signore. Ora è in carcere. Con lui, l’ultimo dei Profeti che hanno annunciato Colui che viene, finisce l’attesa: viene il Signore.

Giovanni annunciò colui che viene, il più forte, Colui che compie il giudizio di Dio tagliando ogni albero cattivo e bruciando ogni male e, avendo udito le opere del Cristo, capisce che Gesù agisce diversamente: l’Atteso non corrisponde alla sua attesa! Capisce, Giovanni, che o è sbagliata l’attesa, o ha sbagliato a pensare che Gesù sia l’Atteso.

Giovanni poteva mettere in crisi l’Atteso invece della propria attesa. Invece, ed è qui la sua grandezza, è disposto a mettere in crisi innanzitutto se stesso. Davanti alla realizzazione della promessa non capisce, si stupisce e si smarrisce; lo aiuta la fede ben sapendo che Dio è Santo e sempre altro rispetto a quello che ognuno di noi immagina, quella fede che dice che di Dio, almeno fino a quando staremo su questa terra, abbiamo solo una comprensione umana.

La lezione è, dunque, questa: anche e soprattutto quando siamo sicuri di conoscerlo, dobbiamo restare aperti con una domanda che mette sempre in discussione le nostre sicurezze. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Le mie vie non sono le vostre vie”, dice il Signore.

Questa domanda: sei tu colui che deve venire? È la radice della fede perché affida a Lui la risposta. È l’atto più alto che la ragione umana possa fare, l’atto che, purtroppo non hanno compiuto i nostri progenitori, Adamo ed Eva, i quali, invece, sono andati dietro, fidandosi, a fantasie e suggestioni proposte da altri. Giovanni è sulla soglia della tentazione radicale: credere alle proprie certezze, o chiedere all’altro, a Gesù, che gli dica la sua verità!

L’uomo, religioso o meno che sia, è attaccato fortemente alle proprie convinzioni su Dio. Il vero credente sa di non conoscerlo se non per sentito dire. L’attesa, il dubbio e la domanda di Giovanni Battista diventano, dunque, la strada da percorrere per chiunque non vuole ridurre Dio a qualche idea che ha su di Lui, ingenuamente accettate o respinte.

Il Battista è il Profeta della verità, oltre che di Dio, anche dell’uomo che si apre al proprio mistero. Egli porta a termine la profezia, è il maestro che si interroga su tutto, fino a divenire egli stesso domanda. Il vero Profeta non da risposte, tanto meno sul futuro, è invece colui che aiuta a farci domande per aprirci alle risposte di Dio.

Alla domanda “sei tu?” può rispondere solo colui che dice Io-sono. E, infatti Gesù risponde ricordandogli le sue opere. Ciò che si vede di Lui è la risposta alla domanda.

I ciechi vedono. Il venire alla luce è il primo dei miracoli. Noi siamo ciechi, perché vediamo le nostre attese, non la realtà come la vede Dio. Gesù è venuto ad aprirci gli occhi.

Gli zoppi camminano. L’uomo è in cammino verso la vera Casa. Gesù è venuto a guarirci dalla paralisi che blocca il nostro andare, dalla nostra incapacità a camminare per la via giusta.

I lebbrosi sono mondati. La lebbra è il fallimento e la morte che devastano continuamente la nostra vita. Gesù ci guarisce da essa.

I sordi odono. L’uomo, da Adamo in poi, è sordo alla Parola ed è abitato dalla menzogna. Gesù ci riapre gli orecchi perché possiamo ascoltare la Parola della Vita.

I morti risuscitano. Gesù è la Parola, il cui ascolto ci fa passare dalla morte alla vita.

Ai poveri è predicata la buona novella. Tutte le situazioni di povertà in cui ci mettono l’iniquità e l’ingiustizia di questo mondo ricevono la buona notizia: ogni nostra fame incontra la sazietà nel Regno che viene.

E beato chi non si scandalizza di me! Gesù si congratula con chi lo riconosce e lo accoglie. Questa decima beatitudine, sintesi di tutte le altre, è data dall’accogliere Lui, povero, afflitto, mite, puro di cuore, misericordioso, operatore di pace, Figlio di Dio, piena realizzazione del Regno dei Cieli. Gesù, però, è anche pietra di inciampo: vi inciampano quelli che si scandalizzano di un Dio che viene a noi così diverso da come noi lo attendiamo!

Che cosa siete andati a vedere nel deserto? È invece la domanda che Gesù rivolge alle folle sul Battista aprendo, così, questa seconda parte del Vangelo di questa terza settimana di Avvento. Gesù cerca di far capire loro l’importanza della sua figura: Giovanni rappresenta davvero il mistero dell’uomo dinanzi al mistero di Dio.

La vita del Precursore è indissolubilmente legata ed inseparabilmente intrecciata con quella del Salvatore, come la voce alla Parola, l’attesa all’Atteso, l’acqua allo Spirito, come la domanda alla Risposta.

Giovanni non è maestro di certezze, ma ricercatore della Verità, si mette in discussione e si pone in ascolto. Gesù lo elogia come un uomo veramente autentico, così diverso dai mezzi busti che si mettono in mostra: è il più grande tra i nati di donna, anche più dei patriarchi e dei Profeti. Infatti, il suo farsi domanda: “Sei Tu?” lo pone sulla soglia di Colui che viene, pronto ad accoglierne la risposta. Però, il più piccolo nel Regno è più grande di lui: se lui è il punto di arrivo della promessa, il più piccolo nel Regno è già l’inizio del compimento, un inizio violento, doloroso, come le doglie del parto.

Per capire questa frase di Gesù su Giovanni non ho trovato di meglio che esprimerle con queste parole: Giovanni è il più grande tra i mortali, più di Abramo, di Mosè e di Elia. In lui la storia precedente confluisce per sfociare nel suo compimento. I suoi occhi hanno visto, i suoi orecchi udito e le sue mani hanno toccato Colui che gli altri, solo da lontano, hanno desiderato, sognato ed annunciato. Tuttavia, il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di Lui. Perché? Perché chi sta sulla cima del monte è più in alto del monte stesso ed il Battista rappresenta il termine del cammino dell’uomo; ma, il più piccolo nel Regno ha già ricevuto lo Spirito che gli fa gridare: Abbà, Padre. Questa è la dignità dell’uomo nuovo, rinato dall’acqua e dallo Spirito; non solo è chiamato, ma è in realtà già Figlio di Dio, partecipe della sua natura e vita.

Giovanni lo diventerà anche lui, di lì a poco, grande nel Regno dei Cieli, quando darà la sua vita pur di non rinnegare la Verità annunciata.

Le poche righe della Lettera di Giacomo costituiscono un bell’esempio di sapienza cristiana, nella quale si mettono insieme la tradizione giudaica, di cui Giacomo è un figlio illustre, la novità dell’insegnamento portato da Gesù Cristo e la riflessione profonda fatta dalla Chiesa delle origini.

Tutto quello che Giacomo insegna qui va letto alla luce della venuta del Signore, che è una espressione ripetuta due volte. L’Apostolo vuole educare i suoi ascoltatori, tra cui anche noi, ad una spiritualità autentica, segnata da questa attesa: ci dobbiamo preparare a questo appuntamento con il Signore.

Ne derivano molti buoni consigli, anche preziosi, di cui, in queste poche righe, solo alcuni vengono ripresi. Sarebbe utile guardare anche il seguito del brano, leggendolo per intero fino al versetto 20.

Il consiglio fondamentale oggi sottolineato è quello della pazienza, o, meglio ancora della grandezza d’animo. Può, infatti, essere paziente, nel senso di saper resistere nelle situazioni difficili, solo chi ha un animo grande, grande perché riempito dalla presenza di una speranza che sia salda e forte.

La pazienza, a sua volta, si esprime in diverse sfumature. Guardate l’agricoltore, insegna Giacomo: il contadino è preso come esempio di uno che sa attendere per il fatto che la sua non è una pazienza passiva, dal momento che egli prova il gusto ed il coraggio di seminare proprio perché ha la certezza che la semina darà frutto.

Nella stessa direzione va anche l’insegnamento della pazienza dei Profeti, che hanno parlato nel nome di Dio ed hanno avuto il coraggio di farlo, anche se le situazioni ed i frutti erano poco incoraggianti, nella consapevolezza, che è fede incrollabile, che solo Dio ne conosceva l’esito.

Un secondo aspetto della pazienza, poi, è dato dal buon uso della parola con gli altri: chi è paziente con se stesso ha il coraggio di saper incoraggiare anche gli altri, si dice infatti nel brano, rinfrancate i vostri cuori, ed allo stesso tempo sa evitare il continuo lamento, che non produce assolutamente nulla.

Messaggio di questa Domenica

Giovanni Battista, Icona della nostra gioia

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita a gioire!

Colui di cui celebriamo l’attesa è davvero vicino e non solo perché la data del Natale si approssima sul calendario, ma perché chi sa cogliere il suo venire diventa capace di trasformare la propria esistenza in un’attesa gioiosa che è attenta al suo irrompere umile e quotidiano; chi è uomo dell’Avvento ama la venuta del Signore e guarda l’“oltre” con speranza.

Tutto questo è gioia!

È gioia perché chi è così non rimane prigioniero dell’oggi senza domani, non rimane schiacciato sotto il peso della storia che pare voglia vincere i nostri “sogni”! Chi è uomo dell’Avvento vive la libertà dell’attesa dell’“oltre”, dell’impensabile … si fida.

In questa domenica ci è data un’icona paradossale di questa gioia: Giovanni Battista in carcere! È paradossale perché un uomo in carcere non ci richiama alla gioia, è paradossale perché nel testo dell’Evangelo di oggi non si parla esplicitamente della gioia di Giovanni ma di una sua crisi profonda. L’uomo del deserto è capace di crisi, l’uomo dalla parola potente e sferzante è capace di mettersi in dubbio, l’uomo che ha gridato: Progenie di vipere! ora non grida più, domanda. Ed è qui la sua grandezza: Giovanni è davvero un profeta; lo è perché non è chiuso in se stesso, neanche nelle parole che ha annunziato, è profeta perché vuole leggere la storia, è profeta perché umilmente domanda ad un altro … e da quella risposta potrebbe anche venir fuori la dichiarazione del suo fallimento … Sei tu il Veniente o dobbiamo attenderne un altro?

Nella crisi Giovanni resta uomo dell’Avvento. Il suo sguardo è sempre puntato all’ “oltre”, al Veniente … è disposto ancora ad attendere. Giovanni qui mi pare davvero meraviglioso: umanamente non ha futuro, come può sperare mai di uscire da quel carcere? Eppure si proclama disposto all’attesa.

Questa crisi di Giovanni è per noi conforto e insegnamento; è conforto perché anche un uomo “di roccia” come il Battista è entrato in una notte ma è insegnamento perché dice come quella notte si attraversa. Giovanni indica una via: avere lo sguardo rivolto all’ “oltre” e non credere all’eternità della notte. Nella notte, infatti, Giovanni agisce con speranza: invia i suoi discepoli a Gesù per domandare a Lui. Non si accontenta di ciò che sente o gli è riferito, chiede a Gesù di leggergli la storia, chiede a Gesù la parola definitiva anche sulla sua identità di profeta: è un fallito o è veramente il profeta che ha annunziato il Veniente?

Gesù non gli risponde se non con una citazione dalla Scrittura … Giovanni deve saper leggere Gesù con la “lente” della Scrittura e qui in particolare di Isaia. È il passo che ha costituito oggi la prima lettura: le opere dell’atteso si compiono Gesù; Giovanni legga questo!

I ciechi vedono: è Gesù la luce nelle tenebre; gli zoppi camminano: è possibile davvero un nuovo esodo in cui gli uomini, con Gesù, saranno capaci di camminare verso la terra promessa; i sordi riacquistano l’udito: in Gesù risuona la Parola definitiva che è possibile ascoltare; i morti risuscitano: Gesù è venuto a portare la vita e la morte comincia ad arretrare perché la vita vincerà; ai poveri è predicata una buona notizia: Giovanni stesso ora è il povero cui è annunciato un Vangelo che lo deve far esultare di gioia, come al principio della sua vita “danzò” nel grembo di Elisabetta sua madre (cfr Lc 1,44); Giovanni può accogliere, come tutti i poveri, prigionieri ma speranzosi, un Vangelo di letizia che spalanca i loro carceri, che libera dai pesi che vogliono schiacciare i “sogni”!

Giovanni, accogliendo la Parola di Gesù avrà esultato di gioia, anche in quel carcere buio … lì ha rivisto la luce, lì si è messo di nuovo in cammino nella speranza, lì ha ascoltato nuovamente una Parola di salvezza, lì è risorta la sua speranza! Giovanni è il termine della profezia; ora può riposare perché il Veniente è giunto! Non bisogna attendere un altro … bisogna attendere Lui, Gesù! Sempre!

Dinanzi alla grandezza di questo profeta capace di negare se stesso per porre domande Dio, Gesù non può tacere e pronuncia il più grande elogio, l’unico nel Vangelo!, che poteva pronunciare: Giovanni non è una banderuola che segue i venti che mutano; ha lo sguardo fisso solo su Dio; si è banderuole quando si seguono i venti esterni, quelli delle mode e dei “buon sensi” mondani, ma si può essere ancora di più delle canne sbattute dal vento se si seguono i venti che sono dentro di noi: le paure paralizzanti, i desideri smodati e brucianti, la voglia di quiete che non si compromette e preferisce un oggi grigio ad un domani pieno ma incerto perché posto nelle mani di un Altro … Giovanni, dice Gesù, non ha scelto le vie facili: né le belle vesti, né i palazzi lussuosi, ha scelto il deserto e lo ha fatto fino alla fine, accettando anche il deserto della crisi e dell’aridità!

È il più grande dei nati di donna, così dice Gesù! E ha detto una cosa enorme: è più grande di Abramo, di Mosè, di Davide, dei profeti … sì, è il più grande perché in Giovanni tutte le attese sono concentrate e lui è stato la parola definitiva prima del compimento; è più grande per la sua umiltà che non ha temuto di divenire domanda umiltà che non ha temuto di farsi cambiare le attese!

E Gesù aggiunge: Il più piccolo del Regno, però, è più grande di Lui. Parole queste enigmatiche che a volte sono state spiegate banalmente come un elogio ai cristiani, il più piccolo dei quali sarebbe più grande del Battista perché ormai appartenente all’Alleanza definitiva; una spiegazione che, oltre ad essere banale, non rende gustizia al Battista ed è anche irrispettosa della Prima Alleanza con Israele. In realtà Gesù sta parlando di se stesso; è ancora una risposta alla domanda del Battista sulla sua identità: Sei tu il Veniente? Sì, lo è ed è il più piccolo perché si è incamminato sulla via della spoliazione che giungerà alla croce su cui griderà l’estrema povertà di un “Perché?” senza risposta (cfr Mt 27,46). E’ Gesù il più grande perché si è fatto più piccolo in quanto è colui che davvero si è umiliato e perciò verrà esaltato (cfr Mt 23,12), è davvero colui che ha avuto il coraggio di perdere la propria vita e perciò la ritrova (cfr Mt 10,39).

Giovanni può veramente ricevere, e noi con lui, l’annunzio di un Vangelo che fa esultare di gioia come dice Isaia nel passo che abbiamo ascoltato: possiamo esultare anche se siamo deserti e terre aride, anche se abbiamo mani fiacche e ginocchia vacillanti … Possiamo deporre la paura ed il buio perché Gesù è l’Atteso che compie le promesse e la nostra vita non è più nel carcere del non-senso ed immersa nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr Lc 1,79). Come scrive l’Apostolo Giacomo, l’oggi può essere riempito di pazienza, o meglio di “macrotimìa”, della capacità di “sentire in grande”, così alla lettera, di guardare cioè lontano, nell’attesa del Veniente cogliendo con uno sguardo profondo e paziente, “macrotimico”, la sua presenza nella storia, nei fratelli, nelle vicende del mondo … I profeti sono stati modelli di “macrotimìa”, dice Giacomo, di quella paziente attesa di chi è capace di sentire in grande, di vedere in grande senza lasciarsi “accecare” al buio, cogliendo nella storia le tracce di Dio, delle sue strade che conducono ad una nuova umanità.

Rallegriamoci allora come Giovanni tendendo le orecchie del cuore alla voce dello Sposo che viene! (cfr Gv 3, 29).

Per la vita

Giovanni è la voce. Del Signore invece si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è la voce che passa, Cristo è il Verbo eterno che era in principio. Se alla voce togli la parola, che cosa resta? […] Vediamo in proposito qual è il procedimento che si verifica nella sfera della comunicazione del pensiero. Quando penso ciò che devo dire, nel cuore fiorisce subito la parola. Volendo parlare a te, cerco in qual modo posso fare entrare in te quella parola, che si trova dentro di me. Le do suono e così, mediante la voce, parlo a te. Il suono della voce ti reca il contenuto intellettuale della parola e dopo averti rivelato il suo significato svanisce. Ma la parola recata a te dal suono è ormai nel tuo cuore, senza peraltro essersi allontanata dal mio. Non ti pare, dunque, che il suono stesso che è stato latore della parola ti dica: «Egli deve crescere e io invece diminuire»? (Gv 3, 30). Il suono della voce si è fatto sentire a servizio dell’intelligenza, e poi se n’è andato quasi dicendo: «Questa mia gioia si è compiuta» (Gv 3, 29). Teniamo ben salda la parola, non perdiamo la parola concepita nel cuore. Vuoi constatare come la voce passa e la divinità del Verbo resta? Dov’è ora il battesimo di Giovanni? Lo impartì e poi se ne andò. Ma il battesimo di Gesù continua ad essere amministrato. Tutti crediamo in Cristo, speriamo la salvezza in Cristo: questo volle significare la voce. E siccome è difficile distinguere la parola dalla voce, lo stesso Giovanni fu ritenuto il Cristo. La voce fu creduta la Parola; ma la voce si riconobbe tale per non recare danno alla Parola. Non sono io, disse, il Cristo, né Elia, né il profeta.

Dai «Discorsi» di sant`Agostino, vescovo (Disc. 293, 3; Pl 1328-1329)

10 Dicembre 2016

About Author

Gianni De Luca Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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