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Letture e Commento alla VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
a2, La Liturgia, Rubriche

Letture e Commento alla VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Compimento della Legge è l’Amore

Commento esegetico – teologico

Prima Lettura.

Il brano liturgico odierno fa parte di una piccola collezione che ha come tema la libertà che Dio ha conferito all’uomo, dandogli la possibilità di essere responsabile delle proprie azioni. Nei proverbi che precedono il maestro esorta il discepolo a non dare a Dio la responsabilità delle cose che capitano; Dio infatti non ha piacere che uno pecchi; al contrario egli ha creato l’uomo e l’ha lasciato in balia del suo volere. Vengono poi le massime riportate nella liturgia. Esse si dividono in due parti: libertà dell’uomo (vv. 15-17) e sapienza di Dio (vv. 18-20).

La prima di queste due parti inizia con questa massima: «Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà» (v. 15). Abbiamo qui un’affermazione esplicita della libertà dell’uomo. Chi ha composto questa massima non ha tenuto conto di tutte le limitazioni a cui è sottoposto ogni essere umano, ma ha messo in luce la caratteristica fondamentale che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi. Nell’originale ebraico si aggiunge: «Se hai fede in lui anche tu vivrai». Questa frase vuole mostrare come la libertà dell’uomo ha valore solo se è guidata dalla fede in Dio, altrimenti è fonte di non senso, confusione.

Nel proverbio successivo il tema viene così approfondito: «Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano» (v. 16). L’acqua e il fuoco sono i due estremi di una totalità e indicano la grande estensione delle scelte che l’uomo può e deve fare. La stessa struttura appare anche nel versetto successivo: «Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (v. 17). Da quanto detto appare che l’uomo ha la facoltà di scegliere tra una vita piena e la morte. Naturalmente non si tratta della vita o morte fisiche, ma di una vita piena che si oppone a una vita senza senso. La prima porta con sé il benessere fisico e spirituale, la seconda è causa di dolori spesso nascosti ma non per questo meno pesanti.

Nella seconda parte della raccolta si mette prima di tutto in luce la conoscenza di Dio: «Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa» (v. 18). Qui la sapienza appare ancora come un attributo di Dio, al quale compete il compito di dare ordine e armonia a tutto il creato. Ciò che egli raggiunge però automaticamente nei confronti delle creature non ragionevoli, non può essere ottenuto dall’uomo senza la sua collaborazione.

Lo stesso tema viene ripreso sotto un’altra angolatura nella massima successiva: «I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini» (v. 19). In forza della sua conoscenza Dio è vicino a quanti lo temono. Nei libri sapienziali il timore di Dio non consiste nell’obbedire a una legge da lui promulgata ma nel sintonizzarsi con lui mediante la ricerca e il compimento del bene. Dio conosce tutte le opere degli uomini e quindi può dare a ciascuno la ricompensa che si è meritata, una ricompensa che consiste non in qualcosa di esterno a quello che si fa ma nella soddisfazione per il bene compiuto. La massima finale ritorna al tema del libero arbitrio: «A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare» (v. 20). Il malvagio non può dare a Dio la colpa del male che egli compie.

La libertà dell’uomo è uno dei punti più qualificanti del messaggio biblico. Senza di essa non c’è la possibilità di fare il bene o il male e quindi viene meno la possibilità per l’uomo di stabilire un rapporto personale con Do e con il prossimo. Questa libertà costituisce la grandezza dell’uomo. Ma essa deve venire formata attraverso l’esercizio della sapienza, altrimenti diventa fonte di errori e di sofferenze senza numero. Oggi ci si rende conto sempre più dei condizionamenti che limitano la libertà umana. Questa constatazione però non deve portare a una svalutazione o a un’ulteriore limitazione di questa prerogativa, ma a una valorizzazione sempre più grande mediante la formazione.

 

Vangelo: Il compimento della legge

Una giustizia che deve andare oltre quella degli scribi e dei farisei. E’ questo il cuore della lunga pagina del Discorso sul monte del Vangelo di Matteo che oggi si legge nelle nostre liturgie e spero nella forma lunga!

Nelle beatitudini Gesù ha rivelato il volto dell’uomo nuovo, a quest’uomo nuovo ha chiesto di essere sale e luce per dare al mondo sapore e luce, e nella pagina che oggi ascoltiamo chiede un superamento che parte dalla Rivelazione che Israele ha custodito per dare a quella Rivelazione compimento, per dare a quella Rivelazione pienezza. Gesù afferma che nella Torah che Israele ha ricevuto c’è già tutto, ma quel contenuto va condotto ad una pienezza. Questa si raggiunge non fermandosi alla giustizia farisaica che si accontentava di osservare quei precetti, di obbedire alla lettera dei precetti: Gesù chiede ai suoi di entrare in quei precetti per scoprirvi il cuore! C’è un cuore di quei precetti che va assunto, vissuto, fatto palpitare in sé. Fermarsi all’esterno di quei precetti è renderli sterili. Chi scopre il cuore dei comandi di Dio fa una cosa sorprendente: arriva al proprio cuore.

Per questo Gesù, nel Discorso sul monte, parla di sei compimenti a cui bisogna puntare; oggi ascoltiamo i primi quattro e domenica prossima gli ultimi due. Gesù li esprime con quel “Ma io vi dico” che troppe volte è stato travisato. Il travisamento ha avuto ed ha due versanti: il primo è che Gesù rigetti l’ebraismo ed i suoi precetti (per costoro il superamento è il considerare sorpassata la Torah!); certo è che chi dice così, in primo luogo non ha letto (o vuol dimenticare!) il versetto 17 (Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti: non venni per abolire ma per compiere!) e, in secondo luogo, lo fa in modo ideologico; il secondo travisamento è che le parole di Gesù rendono più dura e difficile la Legge perché, oltre a guardare alle azioni, giudicano e condannano anche le intenzioni; insomma condurrebbero quasi ad un perverso processo alle intenzioni.

In realtà quell’andare al cuore non è un “processo alle intenzioni” ma è il compiersi della Legge. Non si tratta, dice Gesù, di osservare delle norme ma si tratta di far vivere le logiche di Dio nel cuore, nel profondo. Credo, anzi, che possiamo dire che qui Gesù, parlando di questo andare al cuore, sta ancora annunziando un Vangelo, proprio come aveva fatto con le beatitudini; sì, è la Buona Notizia di ciò che l’uomo nuovo è ormai capace di vivere: in Gesù l’uomo nuovo è libero dalle catene di una legge solo esteriore (in verità già i profeti avevano sognato una legge nel cuore cfr Ger 31,33 e Ez 11, 19-21) perché ora ha una fonte interiore che è plasmata da Dio stesso. Il cuorericordiamolo sempre quando leggiamo le Scritture, non è il luogo dei sentimenti ma è il profondo dell’uomo, è il centro vitale da cui tutto promana e a cui tutto giunge. Se la “legge” non è lì, nel profondo, in un profondo trasformato da Dio, si osserveranno anche i precetti ma da schiavi e non da uomini veri; forse si osserveranno per paura o per viltà e non perché il cuoreil nostro profondo è trasformato dalla novità dell’uomo nuovo che è Gesù.

Ed ecco che Gesù esamina, in questo tratto del Discorso, tutto il mondo delle relazioni che fanno l’esistenza dell’uomo; dal rispetto della vita, alla relazione di coppia sia nell’adulterio che nella tragica possibilità di spezzare una storia con il divorzio, fino al rispetto per il parlare che deve essere sempre trasparenza del cuore e mai paravento per mascherare (forse anche con sacri giuramenti!) la verità del cuore.

Dobbiamo dirlo: quanti adulteri non si consumano semplicemente perché non se ne ha il coraggio! Gesù qui è chiaro: una fedeltà così non vale nulla, perché e fedele all’esterno ma infedele nel profondo. Quanti rapporti tra gli uomini sono formalmente ineccepibili perché non c’è violenza fisica (non si uccide!), ma si dimentica che si può uccidere in tantissimi modi: ci sono mani omicide e sporche di sangue, ma ci sono anche cuori omicidi che sono grondanti di lacrime e dolore di chi è ferito dall’ira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità, della comunione!

Gesù qui ci dice davvero una buona notizia: si può vivere la storia con il cuore delle beatitudini, con il cuore del Figlio! L’uomo nuovo compie la Legge. Gesù è il compimento perché va oltre la Legge stessa ma vivendo fino in fondo la Legge stessa; conducendola al cuore.

L’ulteriore che ci è annunciato da Gesù, in più, è il Vangelo di un Dio che perdona e fa misericordia, oltre la Legge; un Dio che indica la via della vita, come ha detto il sapiente Siracide, e che ha posto dinanzi all’uomo l’acqua e il fuoco, la vita e la morte  ma che è capace di liberare dal fuoco e di redimere dalla morte anche chi nel fuoco e nella morte si “tuffa” per viltà, debolezza, per quella miseria che rende gretto e duro il cuore.

Gesù è il volto di questo Dio che vive l’amore, e la cui giustizia non è quella degli scribi e dei farisei; Paolo scriverà compimento della Legge è l’amore (Rm 13, 10).

Gesù allora non è l’abrogazione della Legge, non è la sua fine; Gesù è il fine della Legge (cfr Rm 10,4) perché vivendo la Parola del Padre la fa, la compie, la fa diventare storia e carne di uomo!

“Ma io vi dico …” Gesù ci ha detto il compimento non solo con le parole straordinarie del Discorso sul monte, con le parole che ha proclamato tra gli uomini ma ce lo ha detto con la sua vita! Chi guarda a Gesù vede l’uomo nuovo, vede la Legge compiuta. Nel profondo, nel cuore! Tutto questo, in Gesù, è anche per noi una vera possibilità!

II Lettura: La sapienza annunziata da Paolo

Nella prima sezione della 1Corinzi Paolo affronta il problema delle divisioni che si sono verificate nella comunità di Corinto (1Cor 1,10 – 4,21). Come rimedio, egli indica anzitutto il ritorno a quello che è il centro della predicazione cristiana, la croce di Cristo, nella quale si è manifestata la sapienza e la potenza di Dio (1,18 – 3,4). Dopo aver elaborato la sua argomentazione (1,10 – 2,5), Paolo riprende il tema della sapienza indicando il posto che egli le ricerca nel contesto del suo insegnamento. La sua rinunzia alle tecniche persuasive della retorica e della filosofia avevano forse dato l’impressione che il suo discorso fosse privo di sapienza. Di questo lo accusavano con ogni probabilità i sostenitori di Apollo, il quale invece non ricusava il ricorso a tali espedienti. Nei confronti di queste accuse, Paolo si difende affermando di essere anche lui depositario di una sapienza, che però non è esattamente quella che essi si aspettano (2,6-16). Il testo liturgico riprende la prima parte di questo brano.

Egli indica anzitutto in negativo che cosa non è questa sapienza: «Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla» (v. 6). Se i corinzi non si sono resi conto della sapienza di cui Paolo è maestro, ciò si deve al fatto che egli ne parla in termini espliciti solo tra coloro che sono «perfetti» (teleioi), cioè adulti, maturi nella fede. Solo loro infatti sono in grado di capirla. Non servirebbe a niente illustrare questa sapienza a persone che non sono preparate a coglierne il significato profondo.

La sapienza annunziata da Paolo non è di questo «mondo»: questo termine indica la realtà creata in quanto si oppone a Dio e rifiuta la salvezza portata da Cristo. Essa non è capita neppure dai «dominatori di questo mondo» (archontes tou aiônos toutou), che qui probabilmente non sono potenze angeliche ma (come appare dal v. 8) coloro che detengono il potere, di qualunque tipo esso sia: politico, religioso, militare, culturale e via dicendo. Proprio il fatto di non cogliere la vera sapienza vota questi dominatori alla distruzione.

Paolo passa poi a definire in positivo la sapienza che egli annunzia: «Parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria» (v. 7). Questa sapienza appartiene a Dio, cioè è una delle figure classiche della sua azione nella creazione e nella storia. In quanto tale, essa è «misteriosa» (en mysteriôi, nel mistero), in quanto è Dio che l’ha stabilito prima dei secoli e l’ha tenuta nascosta per rivelarla proprio ora «per la nostra gloria». Paolo sottolinea ulteriormente il carattere nascosto di questa sapienza affermando che «nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria» (v. 8). I «dominatori di questo mondo» (tôn archontôn tou aiônos toutou) sono qui più espressamente i detentori del potere politico e religioso, tra i quali sono annoverate le autorità giudaiche e romane responsabili della morte di Gesù. La sapienza che Paolo insegna si identifica quindi con la persona di Gesù. Tutti i dominatori di questo mondo sono dunque quelli che hanno rifiutato la sapienza che Paolo comunica ai perfetti, perché attraverso la politica o la religione cercano la propria realizzazione umana, chiudendosi al dono di sé che Dio intende fare mediante la persona umiliata e sconfitta del Figlio.

Paolo caratterizza poi ulteriormente la sapienza da lui annunziata osservando che «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (v. 9). Questo brano viene introdotto come una citazione biblica («Sta scritto…»); in realtà si tratta di una libera ripresa di diversi testi, quali Is 64,3; 52,15; Sir 1,8, letti e interpretati sulla linea di Bar 3,31.37 (cfr. Gb 28,21-23): la sapienza divina, nascosta a coloro che si servono dei mezzi umani, è rivelata da Dio a coloro che lo amano, cioè sono disposti ad accettare con fede il suo dono.

Perciò Paolo conclude: «Ma a noi Dio le ha rivelate (apekalypsen) per mezzo dello Spirito» (v. 10a) È solo per mezzo di una rivelazione che Paolo stesso, a cui in questo caso si riferisce il pronome plurale «noi», è venuto a conoscenza delle cose di Dio (cfr. Gal 1,15-16). E questa rivelazione è opera di un mediatore d’eccezione, lo Spirito. Lo Spirito non è una realtà estranea a Dio: «Lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (v. 10b). Egli prosegue poi attribuendo allo Spirito una conoscenza di Dio analoga alla conoscenza di sé che è propria dello spirito umano: nessuno può conoscere le cose di Dio senza un intervento speciale dello Spirito, che ai credenti è stato conferito mediante Cristo (vv. 11-16).

In risposta alle critiche che gli venivano rivolte, Paolo si presenta come un autentico maestro di sapienza. Sebbene non abbia fatto uso di dotte argomentazioni filosofiche, egli ha comunicato un messaggio ricco di sapienza: non si tratta però della sapienza umana, bensì della sapienza di Dio, rivelata mediante lo Spirito. È solo vivendo in un rapporto personale con Cristo che egli ha conosciuto in profondità le cose di Dio, cioè il suo progetto di salvezza. Cristo è quindi l’oggetto centrale del suo insegnamento, che però non è alla portata di tutti, ma solo di coloro che sono mossi dallo Spirito.

In questo brano è significativo soprattutto il carattere misterioso della sapienza, la quale risulta incomprensibile soprattutto ai detentori del potere sia religioso che politico: a costoro la sapienza divina è nascosta non perché manchino loro le qualità intellettuali per capirla, ma perché la ricerca del potere a tutti i livelli rappresenta per loro una barriera insuperabile. La drastica condanna da parte di Paolo dei dominatori di questo mondo è un sintomo della distanza presa dai primi cristiani nei confronti non solo della religione ufficiale ma anche della struttura di potere su cui si reggeva l’impero romano. I cristiani rispettavano l’autorità civile dell’impero (cfr. Rm 13,1-7), ma ritenevano di non aver nulla da spartire con la logica di potere che essa incarnava: nel corso della lettera Paolo giungerà al punto di rimproverare i corinzi per aver portato le loro cause davanti al tribunale civile.

 

Messaggio di questa Domenica

La Scrittura oggi ci parla della Sapienza di Dio, e lo fa, in tutte e tre le letture che propone, sottolineando come essa non sia qualcosa di astratto, come la conoscenza di qualche mistero o dei segreti del mondo. No, la Sapienza di cui parla Dio e che, per meglio dire, costituisce uno dei modi stessi con il quale Dio si manifesta a noi, è il suo agire e, di conseguenza, l’agire che propone anche a noi. Conoscere, sapere per la Scrittura non riguarda pertanto la sfera intellettuale o dell’intelligenza, ma piuttosto quella dell’agire bene. Per questo anche il più ignorante, la persona semplice e umile, davanti a Dio è sapiente, se acquista la Sapienza di Dio e agisce secondo essa. Proviamo allora a farci guidare dalla Scrittura per entrare più in profondità nella mente di Dio che si esprime nel modo di agire che chiede a noi suoi figli.

Innanzitutto il libro del Siracide, che è uno di quelli chiamati “sapienziali”, proprio perché si occupano principalmente proprio di questo tema, parla di una scelta dell’uomo, cioè della sua responsabilità di fronte al proprio agire: “Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.” L’autore Ben Sira, ispirato da Dio, sottolinea come davanti a ciascuno di noi c’è sempre la possibilità di scegliere per il bene o per il male, per ciò che è buono o ciò che è negativo, e ciascuno fa suo ciò che dimostra di preferire, o l’uno o l’altro. Viene così eliminata ogni idea di destino, cioè che le cose vanno in un certo modo perché qualcuno ha deciso per me, o perché era scritto nelle cose stesse. L’agire di ciascuno è libero e responsabile: “A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.” Cioè non potremo mai incolpare Dio o il destino se qualcosa è andato verso il male, ma ogni volta esso è ilo frutto della scelta di chi lo ha compiuto, o lo ha lasciato libero di agire.

In secondo luogo l’apostolo Paolo sottolinea un altro aspetto di questa “Sapienza dell’agire” che Dio ci insegna: essa non è di questo mondo, cioè non è il frutto dell’esperienza o della cultura che ci viene dal nostro vivere. Spesso noi pensiamo che è dalla vita che facciamo che dobbiamo trarre gli insegnamenti, ed in parte questo è vero, ma stiamo molto attenti a non far sì che sia il mondo a farci da maestro, cioè il “come tutti fanno”. Ben amara è la sapienza di chi crede di aver capito l’uomo o la vita perché ha visto come ci si comporta nella maggioranza dei casi. Trarremmo così insegnamento dal male e dal peccato, che, purtroppo, molto spesso si impasta con la vita umana. No, per imparare dalla vita dobbiamo imparare a guardarla sì con molta attenzione e curiosità, ma con lo sguardo di Dio, cioè per trarne l’insegnamento fondamentale, e cioè che senza l’aiuto di Dio la nostra natura ci spinge a scegliere per il male e che solo seguendo l’esempio del Signore Gesù realizziamo la natura veramente umana che egli è venuto ad incarnare: mite, umile, misericordiosa e benigna, ricca di benevolenza. Dice infatti l’apostolo Paolo: “tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla.” Apparentemente domina e ha successo chi impara la lezione della sapienza di questo mondo, chi prevale e si fa strada con arroganza, ma delle sue conquiste non resta nulla, sono effimere illusioni di un potere che non dà la vera sicurezza e la salvezza che dura. Lo sappiamo bene: quante volte abbiamo visto cadere nella disperazione o nella tristezza estrema proprio chi in virtù del suo benessere o della propria forza pensava di non dover temere nessun male? Paradossalmente “Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.” Dice Paolo. Sì proprio quelli che ci sembrano dominare nel pieno delle forze e avere successo non agiscono secondo la vera “Sapienza dell’agire” di Dio, proprio perché chi è nel dominio e nel potere toglie di mezzo Cristo dalla sua vita, cioè colui che ci viene incontro nella umiltà e la piccolezza. Sono loro che l’hanno crocefisso sul Golgota a Gerusalemme, e continuano a farlo ancora oggi, perché disprezzano ciò che ricorda loro il fondamento incrollabile di cui vogliono a tutti i costi fare a meno: l’amore per gli uomini e la dipendenza da Dio.

Infine l’evangelista Matteo ci offre un ulteriore squarcio su questo tema, mostrando come il male non risiede nell’azione malvagia in sé, ma c’è già prima e, diremmo, persiste in maniera ben più radicata e prepotente, anche dopo di essa, poiché occupa il cuore di chi la compie. Il male non c’è solo quando si vede, quando esplode con cieca violenza, quando mostra tutto l’orrore e la cattiveria dell’azione malvagia, ma c’è fin da quando lo accettiamo come normale, magari con la nostra indifferenza, quando lo giustifichiamo; quando ne sminuiamo la portata, perché “fanno tutti così”; quando lo attutiamo con le giustificazioni o lo camuffiamo con le maschere innocue. Quando facciamo così in realtà il male si è già propagato e ha preso dimora in noi.

La Scrittura ci insegna oggi la vera Sapienza, e cioè che il male va estirpato dal nostro cuore e da quello dei fratelli appena se ne vede il minimo cenno, la pianticella ancora piccola, senza lasciare che cresca e dia i suoi frutti amari. E d’altro canto dobbiamo seminare il bene che si esprime nelle azioni che compiamo. E’ questa la vera Sapienza, è così che il Signore Gesù ha agito, è questa l’unica garanzia di una vita felice e piena di frutti. Mettiamoci alla scuola della Scrittura e della vera Sapienza, prima che il mondo divenga nostro maestro e ci porti a sprecare il dono prezioso della vita.

 

Per la vita

Oggi la liturgia ci presenta quelle, che sono tra le pagine più radicali del Vangelo, ma che, secondo me, sono anche le più umane, perché qui ritroviamo la radice della vita buona. Il grande principio di Gesù è il ritorno al cuore, che è il laboratorio dove si forma ciò che poi uscirà fuori e prenderà figura di parola, gesto, atto. Gesù dice che è necessario guarire il cuore per guarire la vita. Noi uomini pecchiamo non tanto contro la legge, ma contro la profondità e la dignità della persona, che è icona di Dio, perché è stata creata a sua immagine e somiglianza.

La legge è sempre rivelazione dei comportamenti che fanno crescere l’uomo in umanità, o che ne diminuiscono l’umanità e la grandezza; è come dire rivelazione di ciò che rende felice l’uomo. È un unico salto di qualità quello che Gesù propone, la svolta fondamentale: passare dalla legge alla persona, dall’esterno all’interno, dalla religione del fare a quella dell’essere. Il ritorno al cuore, là dove nascono i grandi «perché» delle azioni. Allora il Vangelo è facile, umanissimo, anche quando dice parole come queste, che danno le vertigini.

Gianni De Luca

 

 

10 Febbraio 2017

About Author

Gianni De Luca Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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