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Letture e Commento alla III Domenica di Pasqua
a2, La Liturgia, Rubriche

Letture e Commento alla III Domenica di Pasqua

Gianni De Luca
28 aprile 2017

Letture: At 2, 14.22-28; I Pietro 1, 17-21; Lc 24, 13-35

Commento esegetico-teologico

La liturgia della Parola di questa domenica presenta alla nostra riflessione il racconto dell’apparizione di Gesù ai due discepoli di Emmaus. Notiamo in essa, a differenza delle apparizioni alle donne, alcuni elementi nuovi: un certo rimprovero ai due per la loro incredulità, come del resto avviene anche in alcune apparizioni agli apostoli; un discorso sulla risurrezione a partire dalla Sacra Scrittura, dai testi dell’A.T.

La Chiesa primitiva credette nel Risorto non solo per le apparizioni, ma anche a partire dalla lettura della Sacra Scrittura. Una conoscenza religiosa e profonda, salvifica, della risurrezione, avviene alla luce della Scrittura.

La prima lettura offre un esempio di quanto abbiamo detto. Pietro fin dal suo primo discorso illustra il mistero della risurrezione con un Salmo, che abbiamo letto intercalando il versetto responsoriale: «Mostraci, Signore, il sentiero della vita», Salmo 15 [16]), ricco di grande spiritualità, preghiera di un’anima consacrata al Signore, che riconosce Dio come sua parte di eredità: «nelle tue mani è la mia vita».

Nel Signore egli si sente al sicuro, spirito e corpo. Come potrà infatti Iddio abbandonare il corpo di chi lo ama nel sepolcro, alla corruzione? Questo «consacrato a Dio» in modo così eminente è il Cristo; in lui Dio ha già verificato la sua speranza: «lo ha risuscitato sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere.

Il cristiano esprime oggi, con l’antico profeta, questa sua speranza, divenuta certezza in Cristo: come il capo così anche il corpo di Cristo, l’umanità intera, sarà tolta a suo tempo dalla corruzione della morte. Accogliamo dunque questo ammonimento della liturgia odierna: bisogna leggere e rileggere i testi biblici: essi si illuminano a vicenda. Veramente «ignorare la Scrittura è ignorare Cristo», come dicevano i Padri della Chiesa, in particolare San Girolamo.

Tornando alla terza lettura, il Vangelo, notiamo ancora come i due riconoscono il Maestro allo spezzare del pane, che doveva essere un gesto caratteristico di Gesù con i suoi. Che Gesù abbia consacrato e distribuito il pane eucaristico? È difficile affermarlo; tuttavia il racconto è influenzato dal vocabolario della liturgia ove si spezzava il pane eucaristico. Radunata attorno al banchetto, nell’eucarestia e nella Parola la Comunità continuava a incontrare e riconoscere il suo Cristo e Signore; non era quello l’ambiente ideale per tramandare il racconto dei due, che avevano sentito il loro cuore riscaldarsi alla Sua parola e l’avevano riconosciuto al gesto di spezzare il pane?

Leggiamo, nella seconda lettura, la prima lettera di san Pietro, che il cristiano conosce e prega Dio come Padre buono che giudica con imparzialità ogni uomo, ricco o povero, schiavo o libero. Pertanto ne tiri la conseguenza di vivere questa vita come un pellegrinaggio, da Dio a Dio, pensiero biblico caro a san Pietro, nel timore filiale e nella gratitudine per essere stato riscattato con il Sangue prezioso!

È qui chiaramente insegnata la dottrina della redenzione attraverso il Sangue di Gesù che ci ha riscattati dai nostri peccati. S. Pietro ne trae quindi la conclusione: abbandoniamo la vuota condotta di un tempo! «Predestinato da tutti i secoli, il Signore si è manifestato in questi ultimi tempi». Con questa espressione biblica si vuole dire che è giunto il termine della Rivelazione: in Gesù Cristo, Dio ha detto all’umanità la sua parola, tutto quanto voleva comunicarle. Questa la fede e la speranza fissa in Dio, e come tale serena e tranquilla.

Messaggio di questa Domenica

Il Vangelo di Luca ci presenta due discepoli che tornavano tristemente a casa dopo gli avvenimenti della passione, morte e resurrezione di Gesù. Ci colpisce come i Vangeli, dopo il racconto della resurrezione del Signore, riportano molti episodi che mettono in evidenza la difficoltà dei discepoli a riconoscere Gesù che si presenta loro risorto. Presso la tomba Maria di Magdala non lo riconosce e pensa che sia il custode del giardino (Gv 20,15), Sul mare di Galilea non lo riconoscono quando chiede loro da mangiare (Gv 21,4-ss), ed oggi di nuovo Luca ci parla di due discepoli anonimi che fanno un lungo viaggio con lui, “in persona” sottolinea Luca, e neanche lo riconoscono, tanto sono ormai rassegnati a non vederlo più. A noi sembra così strano: come fanno a non riconoscere Gesù risorto dopo che hanno vissuto con lui per così tanto tempo?

Il fatto è che, cari fratelli e care sorelle, Maria di Magdala e gli altri discepoli, come quelli che vanno ad Emmaus, non hanno creduto alla resurrezione di Gesù, l’hanno ritenuta una chiacchiera di donne, come risposero gli apostoli alle donne che avevano visto la tomba vuota, o una vaneggiamento, come fece Tommaso.

Anche i due discepoli che vanno ad Emmaus dicono: “Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”, restano cioè scettici.

Non è possibile riconoscere Gesù se non si crede alla sua resurrezione. Sì, certo, pensano di conoscerlo già: lo hanno visto in Galilea, girare per i villaggi, a Gerusalemme predicare nel tempio, compiere miracoli e insegnare alle folle. Ma l’ultima immagine di Gesù che si è impressa nella loro mente è quella del Signore morto sulla croce. Credono di conoscerlo, pensano di essere suoi intimi, ma in realtà ne hanno una conoscenza così superficiale e distorta che è un’altra persona.

Non si può conoscere il Gesù dei miracoli, delle parabole e della passione se non lo crediamo anche con fermezza risorto dai morti. Ciò vale anche per noi. Quante volte pensiamo di conoscere Gesù, di averne capito il messaggio e gli insegnamenti, ma in realtà ci resta un estraneo e non riusciamo a riconoscerlo vivo accanto a noi, perché non abbiamo creduto alla resurrezione.

Ma che vuol dire credere alla resurrezione? Non è tanto uno sforzo della ragione: non c’è molto da capire, è un mistero che non si spiega razionalmente. Piuttosto si tratta di fidarsi della forza dell’amore, così straordinaria che riesce a vincere anche il male più grande, che è la morte. In apparenza voler bene si presenta come una forma di debolezza: significa essere vulnerabili, rischiare di rimetterci, di essere giudicato male, di fare una brutta fine. Ce lo dimostra la storia stessa di Gesù: ha speso tutte le sue forze per fare il bene degli altri, senza risparmiarsi, ha pensato a salvare gli altri e non se stesso, e cosa ne ha ricavato? Il tradimento, la passione e la morte in croce.

Se ci fermiamo qui infatti diamo ragione al vangelo del mondo che dice: per trovare salvezza e sicurezza pensa a te stesso, non ti occupare degli altri, salva te stesso e fai il tuo interesse.

Ma il realtà il Vangelo di Gesù va oltre la morte e la croce: il suo amore non è prigioniero della tomba, non finisce con la croce, ma vince sulla morte, risorge.
Se non ci facciano discepoli di questo Vangelo, cioè del vangelo della resurrezione e della fiducia nella forza dell’amore del Signore che possiamo anche noi vivere come lui, saremo discepoli del vangelo del mondo che si ferma davanti alla morte, ne è schiavo, spaventato e succube.

“Ma non è facile credere al Vangelo di Gesù”, diciamo spesso, “è molto più convincente il vangelo del mondo, sembra più razionale e realistico”, a giustificare la nostra incredulità.
Sì è vero, è più difficile crederci, ma chi anche solo una volta ci ha provato ne ha gustato la forza e la bellezza. Non ci viene spontaneo, infatti credere veramente nella resurrezione e, per questo, non ci si può sottrarre alla “fatica” di accoglierne l’annuncio con pienezza. Per questo anche a noi il Signore dice oggi: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!”

Siamo sciocchi perché, credendoci furbi e intelligenti, diamo ascolto al vangelo del mondo, che è così connaturato al nostro modo di pensare, e ci teniamo alle nostre convinzioni: prima di dare ragione e aderire intimamente a qualcosa di così nuovo e diverso dalla normalità come la resurrezione di un morto devono convincerci che è meglio. Ma non c’è dimostrazione possibile né spiegazione razionale convincente: lo si capisce solo vivendolo, per questo bisogna avere un cuore “pronto” a fidarsi e a provare a viverlo, proprio quello di cui Gesù rimprovera i discepoli, “tardi di cuore” a credere. Un cuore tardo è troppo lento, frenato dalla paura di fidarsi, dall’abitudine a diffidare di tutto e di tutti.

Ecco che allora anche noi, che ci crediamo tanto furbi, esperti e navigati, davanti al Vangelo ascoltato oggi ci scopriamo “sciocchi e tardi di cuore”, e prosegue: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”

Cioè la sciocchezza e la lentezza del nostro cuore sta nel credere che è meglio non attraversare la sofferenza, eppure proprio questa è il passaggio attraverso il quale si giunge a credere alla resurrezione. Nessuno di noi, ovviamente vuole attraversare la sofferenza, e la fuggiamo più che possiamo, non solo in noi, ma nemmeno vogliamo aver a che fare con la sofferenza degli altri. Non siamo disposti ad attraversare il dolore degli altri. Non siamo disposti a farci sfiorare dalla sofferenza del mondo, perché abbiamo paura, temiamo il contagio del dolore. Eppure, ci dice il Gesù della resurrezione, il dolore è un passaggio verso la vita nuova.

A Pasqua abbiamo visto come solo le due donne che tornano alla tomba di Gesù crocefisso e si ricordano di quel povero condannato a morte sono testimoni della sua resurrezione, e ancora oggi il Vangelo ci ricorda che la “stoltezza e lentezza di cuore” è rifiutare il passaggio attraverso la sofferenza, che fuggiamo proprio perché non crediamo alla resurrezione.

Il Signore pazientemente si mette a camminare accanto ai due di Emmaus, spiega loro le Scritture, si fa loro vicino e compagno di viaggio. Così avviene anche con noi. Gesù non giudica e non condanna nessuno, ma continua a parlare, a spiegare e a camminarci accanto. Sì forse anche noi non crediamo veramente che dopo la morte c’è la resurrezione, che dopo il dolore, la sofferenza, la vita può vincere di nuovo se abbiamo fede e amore, ma il Signore torna a spiegare e non si stanca.

La salvezza di quei due discepoli allora non è nella loro bravura, nella santità o nella loro intelligenza e coraggio. Si salvano perché si lasciano prendere da quelle parole, tanto che alla fine lo pregano di restare con loro: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”.

Sì, diciamo anche noi “Resta con noi Signore, perché le certezze della nostra vita declinano, perché la furbizia, la diffidenza, la sfiducia, non ci fanno vivere meglio. Alla prova della vita tante certezze vengono meno, declina la nostra fiducia in noi stessi, sfuma l’orgoglio delle nostre sicurezze. Resta con noi perché abbiamo bisogno che continui a spiegarci la Scrittura, a camminarci accanto, a darci coraggio e fiducia nell’amore che vince su ogni male.”

Sia questa la nostra preghiera davanti all’assurdità del male, all’esplosione di tanta follia. Sia la preghiera che ci spinge a fermarci con più serietà davanti al mistero della resurrezione per farla diventare qualcosa cui aderiamo intimamente, cui crediamo con i fatti e non solo a parole.

Solo così da tardi di cuore, da sciocchi diventeremo uomini e donne con un cuore vero, caldo e sincero, intelligenti nell’amore: si dicono i due di Emmaus “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”

Possa davvero ardere il nostro cuore ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio!

Per la vita

Cari fratelli e sorelle,

il Vangelo di questa domenica – la terza di Pasqua – è il celebre racconto detto dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Vi si narra di due seguaci di Cristo i quali, nel giorno dopo il sabato, cioè il terzo dalla sua morte, tristi e abbattuti lasciarono Gerusalemme diretti ad un villaggio poco distante chiamato, appunto, Emmaus. Lungo la strada si affiancò ad essi Gesù risorto, ma loro non lo riconobbero. Sentendoli sconfortati, egli spiegò, sulla base delle Scritture, che il Messia doveva patire e morire per giungere alla sua gloria. Entrato poi con loro in casa, sedette a mensa, benedisse il pane e lo spezzò, e a quel punto essi lo riconobbero, ma lui sparì dalla loro vista, lasciandoli pieni di meraviglia dinanzi a quel pane spezzato, nuovo segno della sua presenza. E subito i due tornarono a Gerusalemme e raccontarono l’accaduto agli altri discepoli.

La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo: la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna. Nel colloquio dei discepoli con l’ignoto viandante colpisce l’espressione che l’evangelista Luca pone sulle labbra di uno di loro: “Noi speravamo…” (24,21). Questo verbo al passato dice tutto:

Abbiamo creduto, abbiamo seguito, abbiamo sperato…, ma ormai tutto è finito. Anche Gesù di Nazaret, che si era dimostrato profeta potente in opere e in parole, ha fallito, e noi siamo rimasti delusi. Questo dramma dei discepoli di Emmaus appare come uno specchio della situazione di molti cristiani del nostro tempo. Sembra che la speranza della fede sia fallita. La stessa fede entra in crisi a causa di esperienze negative che ci fanno sentire abbandonati dal Signore. Ma questa strada per Emmaus, sulla quale camminiamo, può divenire via di una purificazione e maturazione del nostro credere in Dio. Anche oggi possiamo entrare in colloquio con Gesù ascoltando la Sua Parola. Anche oggi, Egli spezza il pane per noi e dà Se stesso come il nostro Pane. E così l’incontro con Cristo Risorto, che è possibile anche oggi, ci dona una fede più profonda e autentica, temprata, per così dire, attraverso il fuoco dell’evento pasquale; una fede robusta perché si nutre non di idee umane, ma della Parola di Dio e della sua presenza reale nell’Eucaristia.

Questo stupendo testo evangelico contiene già la struttura della Santa Messa: nella prima parte l’ascolto della Parola attraverso le Sacre Scritture; nella seconda la liturgia eucaristica e la comunione con Cristo presente nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Nutrendosi a questa duplice mensa, la Chiesa si edifica incessantemente e si rinnova di giorno in giorno nella fede, nella speranza e nella carità. Per intercessione di Maria Santissima, preghiamo affinché ogni cristiano ed ogni comunità, rivivendo l’esperienza dei discepoli di Emmaus, riscopra la grazia dell’incontro trasformante con il Signore risorto.

Benedetto XVI, Regina Caeli, Piazza San Pietro 6 Aprile 2008

Gianni De Luca

Nasce in Abruzzo, a Tagliacozzo in provincia dell'Aquila. Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale, si trasferisce a Roma, dove, attualmente, vive e lavora. Laureatosi in Economia e Commercio lavora due anni in Revisione e Certificazione dei bilanci prima di iniziare a collaborare con uno Studio associato di Dottori Commercialisti della Capitale. Decide, ad un certo punto, di seguire la nuova via che gli si è aperta e, così, consegue prima il Magistero in Scienze Religiose presso l'Istituto Mater Ecclesiae e, poi, la Licenza in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe "Angelicum". Attualmente lavora come Insegnante di Religione cattolica negli Istituti di Istruzione superiore di Roma. Appassionato di Sacra Scrittura, tiene conferenze, anima da circa 20 anni un incontro biblico, presso l'Istituto M. Zileri delle Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Roma, e da circa 10 la Lectio divina sulle letture della Domenica presso la Basilica parrocchiale di Sant'Andrea delle Fratte. Animatore del gruppo di preghiera "I 5 Sassi", è organizzatore di pellegrinaggi e ritiri spirituali.


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